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Le traduzioni di Giovanni Francesco Romano PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Pietro Giannini   
Martedì 27 Gennaio 2015 20:37

Le traduzioni di Giovanni Francesco Romano riguardano tre epigrammisti greci: Leonida di Taranto, Anite di Tegea, Nosside di Locri. Le troviamo insieme in un volume pubblicato da Piero Manni nel 1994, con una premessa di Enzo Esposito (Epigrammi, Lecce 1994). Ma esse appartengono a tempi diversi, su cui non è inutile fare chiarezza. (In generale una maggiore precisione nella scansione temporale della vita e dell’attività di Romano potrebbe contribuire a definire meglio costanti e svolte della sua produzione poetica).

Le traduzioni di Leonida sono apparse nella Rivista Sudpuglia: cinquanta nel numero di settembre-dicembre 1979, cinquantuno in quello di gennaio-marzo 1980. Le traduzioni di Nosside sono apparse, sempre in Sudpuglia, nel numero di aprile-giugno 1981. Le traduzioni di Anite sono state pubblicate postume nel volume già citato del 1994; presumibilmente sono posteriori alle traduzioni di Nosside e quindi, in mancanza di altre precisazioni, appartengono al periodo 1981-1989 (anno della morte di Romano). Si definiscono così due blocchi di traduzioni, che si possono scandire grosso modo in questo modo: Leonida e Nosside, più antiche, da una parte, Anite, più recente, dall’altra. Questa distinzione (che è oscurata dalla successione Leonida-Anite-Nosside, adottata nel volume degli Epigrammi) rende ragione di una particolarità versificatoria che mi sembra sfuggita sinora. Mentre le traduzioni di Leonida e Nosside sono in versi della tradizione italiana (endecasillabi per lo più, inframezzati da misure più brevi, ad esempio i settenari) e ciò spiega come il numero dei versi della traduzione sia di solito eccedente rispetto a quello dell’originale), le versioni di Anite sono in versi apparentemente liberi, ma in realtà esametri e pentametri della metrica ‘barbara’ carducciana. L’esametro è reso per lo più con settenario + novenario, il pentametro con settenario + settenario (o con misure ad essi riconducibili). Ciò si traduce in una esatta corrispondenza di versi tra originale e traduzione. Diamo come esempio il primo epigramma di Anite (Epigrammi, p. 117):

Lancia omicida, fermati, e più dal tuo artiglio di bronzo

non gocciolare sangue, luttuoso, di nemici;

nella casa di marmo, qui, alta, di Atena, riposa

esaltando il valore del cretese Echecratide.

“Echi carducciani” sono stati rilevati da Aldo Bello (Introduzione a Il vento e le stagioni, Matino 1990, p. IX) nella prima raccolta poetica del 1942 Solingo liuto, che non ho potuto consultare, come le due successive raccolte del 1950 (Mentre la luce è piena e Il deserto attende). Ma, dopo la svolta ungarettiana e quasimodiana che caratterizza la successiva produzione poetica di Romano, il ritorno tardivo a Carducci, sia pure sul piano strettamente metrico, non è privo di significato. Ciò dimostra un certo sperimentalismo metrico di Romano: comunque è un dato evidente che l’esigenza ritmica era preminente nella sua ricerca poetica e giustifica l’osservazione sulla “perfezione metrica” dei suoi componimenti fatta da Aldo Bello (Ibid.). Anzi, io credo che un’indagine metrica su tutta la produzione di Romano potrebbe riservare delle piacevoli sorprese.

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