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Tutti al mare - (30 gennaio 2015) PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Ferdinando Boero   
Sabato 31 Gennaio 2015 08:33

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di venerdì 30 gennaio 2015]

 

Ho vissuto tre anni a Porto Cesareo, nella località Le Dune. In una di quelle case sulla spiaggia. Esci e sei al mare. Un vero paradiso. Credo fosse abusiva, ma questa è un’altra storia (ero in affitto e ancora non sapevo niente dell’uso del territorio lungo le nostre coste). Con sorpresa, mi resi conto che, a partire da settembre, lì non ci andava nessuno. I primi tornarono a Pasqua, per aprire le case, ma poi scomparvero di nuovo. Per ricomparire tutti assieme a metà luglio e rimanere sino a metà agosto, o poco più. In piena estate, la quantità di persone su quella spiaggia diventava intollerabile. Passata l’estate: un paradiso. Insomma, per i salentini, sembrava che il mare esistesse solo un mese all’anno e che poi se ne dimenticassero.

Erano gli anni ottanta. Ora leggo che i balneari chiedono di poter prolungare la stagione sino ad ottobre. E sento molti amici che sono entusiasti del mare d’inverno. Piano piano le cose cambiano. Allentare la pressione sul mare in quel solo maledetto mese, e goderne invece per tutto il resto dell’anno è sintomo di amore per il mare, per la bellezza del proprio territorio. Aver costruito tutte quelle case per poi abbandonarle a se stesse per gran parte dell’anno non è una buona cosa, credo. Neppure per il patrimonio immobiliare. Non parliamo dell’ambiente devastato. Avere una casa al mare e non usarla come si fa in molti altri posti d’Italia è uno spreco di risorse, e di bellezza. Se abbiamo liberalizzato le aperture dei negozi, perché non liberalizzare le aperture degli stabilimenti balneari?

I balneari, se fanno bene il loro mestiere, e non cementificano le spiagge, sono i primi custodi del litorale. Se le infrastrutture sono aperte, si può andare al mare non solo per fare il bagno. Anche se un mio amico (uno di quelli via computer) sfotte tutti facendo vedere che lui fa il bagno tutti i giorni, a Marina di Novaglie (che invidia). Passeggiare sulle nostre spiagge è bellissimo. Guardare le mareggiate è entusiasmante. Mettersi in costume e prendere il sole, cercando la mantagnata (i posti al riparo) rende euforici. E, in certe condizioni, ci può scappare anche un bagno (veloce) a gennaio. Sono tutte cose che si possono fare, da noi.

Gli “altri”, quelli che hanno la sfortuna di vivere in posti grigi, nebbiosi e tristi, pensano con invidia a chi, come noi, ha la possibilità di andare al mare ogni volta che può (se vuole). Non ci sono posti, in Salento, che distino più di una decina di chilometri dal mare. Un percorso urbano, in una città di grandi dimensioni. E poi, il nostro territorio ci permette di andare su diversi versanti, e trovare sempre posti con mare calmo, se ci piace calmo, o posti con mare mosso, se ci sono le condizioni per le mareggiate. Respirare il mare durante una mareggiata è come guardare un bel tramonto. Non stanca mai.

Penso che i balneari vadano assecondati nelle loro richieste. Il loro lavoro aiuta il progresso culturale per quel che riguarda i rapporti con il mare. Devono essere aiutati a smantellare alcuni orrori che hanno costruito. Ci deve essere una sorta di soprintendenza balneare che metta regole su come gli impianti debbano essere costruiti e gestiti. Forse c’è, ma l’eclettismo degli impianti non lo dà molto a vedere. Ci devono essere norme sulla responsabilità della pulizia della spiaggia e anche sugli accessi al mare. Penso che la costa debba restare pubblica, ma possiamo pensare che la sua custodia possa essere affidata ai privati, con certe regole.

La nostra costa è un patrimonio di bellezza che non ha grandi paragoni nel resto d’Italia. Ci sono falesie strapiombanti, piene di grotte marine, e ci sono spiagge gialle, con dune altissime. Ci sono coste rocciose basse, piene di insenature e piccole spiagge, laghi costieri. E ci sono fondali magnifici. Questo patrimonio deve “fruttare” tutto l’anno. E deve essere custodito con amore, rispettato. In quegli anni ottanta a Porto Cesareo i salentini mangiavano datteri di mare. E per prenderli stavano distruggendo tutti i loro fondali rocciosi. Oggi solo pochi semianalfabeti continuano questa pratica, ma gran parte della popolazione ha capito. Dal capire che non si deve distruggere il patrimonio naturale marino (e lì ci siamo arrivati) a capire che la bellezza di questo patrimonio va fruita tutto l’anno, in tutte le sue sfaccettature (e ci stiamo arrivando) il passo non è breve. E’ un grande passo. E il Salento lo sta facendo. Concedetemi un pochino di orgoglio nel dire che l’Università del Salento ha dato un piccolo (ma significativo) contributo a creare questo cambiamento culturale.

 


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