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Home Saggi e Prose Musica e Teatro Appunti per la celebrazione del cinquantesimo anniversario della morte di Tito Schipa
Appunti per la celebrazione del cinquantesimo anniversario della morte di Tito Schipa PDF Stampa E-mail
Musica e Teatro
Martedì 03 Febbraio 2015 12:57

[Per gentile concessione dell'autore, pubblichiamo di seguito gli appunti utilizzati da Giovanni Invitto per la sua relazione tenuta presso l'Università Popolare Aldo Vallone Galatina, lunedì 2 febbraio 2015]

 

Rai Tre, alle soglie del 2000, organizzò un concorso intitolato «La voce del Secolo», basato sul voto degli ascoltatori. Non erano in competizione solo voci di cantanti lirici, ma anche di cantanti leggeri, di attori di teatro e di cinema. Dopo varie eliminatorie, giunsero in finale Tito Schipa e Maria Callas. Schipa si classificò secondo dopo la Callas per la quale si presentò una «Casta diva» registrata nel 1964; per Schipa ci fu una delle romanze meno note e, per di più, con registrazione del 1913!

 

Lecce.

Possiamo dire che, a parte la tomba nel cimitero, da cui fu rubato un usignolo in ferro o bronzo, e un busto nella Villa Comunale, opera del bravo Leandro Ghinelli, tosco-salentino, Lecce, cioè le istituzioni leccesi, hanno parlato e firmato molto, ma scritto poco. Ricordo che quando, nel settembre del 1999 fui chiamato da Lorenzo Ria a collaborare con la sua presidenza alla Provincia, una delle prime cose che gli proposi fu quella di riprendere un progetto di due anni prima, promosso da me, quando ero vicesindaco di Lecce, sul Museo dedicato a Tito Schipa. Quel progetto, in un incontro tenuto al Paisiello, vide il formale, ma solo verbale, assenso di Città, Provincia, Università, Camera di Commercio.

 

Infatti, il 18 agosto del 1997, in una sala del Teatro Paisiello, dove il giorno prima era stato trasferito il pianoforte appartenuto a Schipa, si tenne l’incontro per il Museo: Nel contenuto di un protocollo su cui si dichiarava d’accordo, ci si impegnava ad allestire, entro e non oltre due anni dalla sottoscrizione del protocollo d’intenti, il «Museo Tito Schipa» o «Centro Tito Schipa» presso locali, la cui identificazione sarebbe stata fatta di comune intesa, al piano terra dell’ex-Liceo Musicale. In seguito, non se ne fece niente perché tre mesi dopo venne meno l’amministrazione cittadina di centrosinistra. Ma debbo essere sincero: dopo il mio invito ufficiale, per tre mesi nessuno degli enti coinvolti inviò per iscritto l’adesione formale. Solo la Provincia, in maniera informale, mi fece sapere che per sistemare l’immobile sarebbero occorsi circa 700 milioni.

 

Tornando alla mia proposta fatta nel 1999 al presidente Ria, egli, naturalmente, la affidò ad alcuni dirigenti che, in quel periodo, si incontravano con rappresentanti della Città di Lecce, per vedere di coordinare alcuni interventi. Poi l’intesa complessiva fallì, però sul problema-Schipa la riposta che Ria ebbe da quei dirigenti fu che Schipa era un fatto solo della città di Lecce, ma che per l’intero territorio non era un nome in cui ci si riconoscesse.

Non le campane, ma la sua voce. E il debito della città?

Dalla primavera 2002, chi si trova ad attraversare a mezzogiorno il centro di Lecce, non sente più rintocchi di campane, ma, per pochissimi secondi, la voce di Schipa che esce non so da quale altoparlante. Personalmente la ritengo una trovata non molto bella. Ma è un parere estremamente soggettivo. Il problema, però, è un altro: con quella operazione, Lecce pensa di aver saldato i debiti con la memoria di Schipa?

 

Ad Indianapolis e a Chicago.

Sono stato negli U. S. A. solo una volta, nell’aprile del 1993. In una Università dell’Indiana, la Purdue University di West Lafayette, svolsi dei seminari su Sartre, che poi ripresi a Chicago, nel Congresso della Società Filosofica Americana, di cui William McBride, che mi aveva lì invitato, era uno dei vicepresidenti. Anche Marisa, mia moglie, tenne un incontro sul pensiero femminile. Ebbene, lì parlare di Lecce o di Puglia era emettere solo un suono di voce senza significato. La mia salvezza, quando volevo dare un piccolo orientamento geografico, era nell’aggiungere che Lecce era la patria di Tito Schipa: dai quarantenni in su, era ancora conosciuto.

 

Gli Schipa: albanesi trapiantati.

Gli  Schipa venivano dall’Albania, tanto che il primo nome con cui sarebbero stati chiamati fu «Schipetari», cioè gli albanesi, poi, per comodità, «Schipa». Letteralmente Schipa vuol dire «le aquile», perché Schiperìa è l’Albania, cioè, «terra delle aquile» e schipetàri erano i figli delle aquile. Il primo Schipa, di cui si ha notizia a Lecce, è Paolino Schipa, nel 1600.

 

Nasce Raffaele Attilio Amedeo Schipa non Tito Schipa. Come mai? E quando: 1888 o 1889?

Nel momento in nasce Titino, lo junior, Tito senior ha 57 anni e la madre, Diana Borgna, 22. Ma anche il padre di Tito aveva avuto il figlio al quarto tentativo, quando aveva 51 anni. Gli Schipa, salvo rare eccezioni, hanno messo al mondo i figli in ritardo, dopo i 50 anni. Dagli atti anagrafici, quello che poi si chiamerà Tito, e che allora fu chiamato Raffaele Attilio Amedeo, risulta nato nel 1889.

 

A 13 anni la prima citazione della sua voce sui giornali.

La prima citazione è nella «Gazzetta delle Puglie», a detta di Schipa per una cerimonia scolastica del 29 luglio 1899, ma in verità si trattava del 1902 (13 anni!): «Soprattutto attirò la generale ammirazione un assolo cantato dall’alunno Raffaele Schipa con una voce sicura intonata simpaticissima, che rivela in lui ottime attitudini al canto e che sarebbe bene coltivare a tempo».

Dagli amici e dai parenti, intanto, Raffaele viene già chiamato «Tito»; titu in dialetto salentino significa «piccoletto».

 

Mons. Gennaro Trama, il vescovo Pigmalione.

Mentre mons. Gennaro Trama, napoletano, è dal 1902 vescovo di Lecce, già Tito, o Raffaele, gira nelle chiese cantando. Nell’autobiografia leggiamo: «Mentre cantavo in una chiesa di Lecce, m’intese il vescovo Gennaro Trama, che l’indomani scrisse ai miei genitori pregandoli di condurmi alla curia perché desiderava parlare loro di me. Disse di aver ascoltato e apprezzato la mia voce; che sarebbe stato un peccato guastarmela, continuando a cantare nelle chiese senza un adeguato studio, e perdere quel “dono che il buon Dio m’aveva dato”; e che se i miei genitori lo avessero permesso egli mi avrebbe fatto entrare nel Seminario, completamente a sue spese, poiché sapeva che i miei non potevano spendere nemmeno un centesimo».

 

Nella leggenda, poco metropolitana, si afferma che Schipa scappasse spesso dal seminario per cantare. Si arriva al punto, al termine di una performance particolarmente brillante, avvenuta la notte di Natale, di fargli trovare imbandito un pasto-premio che ha come apertura maccheroni al burro. Così la raccontò il protagonista: «Guardo allibito, rimango interdetto; poi mi decido a chiedere, esitando: “Burro, di vigilia?”. E Monsignore, sorridendo: “Mangia e zitto”».

 

Cartapestaio.

Sempre D’Andrea, ricorda che Tito fu assunto come apprendista nel laboratorio dello scultore cav. Luigi Guacci, il quale produceva statue in cartapesta e bambole..

 

Giovane di studio legale.

Continua D’Andrea ricordando che, lasciato il laboratorio Guacci, il giovinetto Schipa trovò occupazione, in qualità di scritturale, presso lo studio legale dell’avv. De Simone-Paladini, probabilmente vicino al Conservatorio di Sant’Anna. Bisognava scrivere a mano o riprodurre a mano le copie. Anche questo lavoro di scrivano non andò a genio a Schipa.

 

Il vero Maestro: Alceste Gerunda

Raffaele fu affidato al maestro Alceste Gerunda, un valore assoluto nel settore del canto. Rigorosissimo, chiedeva al giovane sacrifici e non esuberanze: gli aveva proibito di cantare se non guidato e all’interno di un’attività formativa, altrimenti, come punizione, avrebbe fatto «tre anni di vocalizzi». Però, Tito non sapeva dire di no alle tentazioni… canore. Nello scritto autobiografico, racconta un episodio: «Alcuni amici mi pregarono e ripregarono con tale insistenza, che finii col cantare una sola strofa di “O sole mio”, accompagnandomi io stesso sulla chitarra. E alle nuove preghiere rimasi imperterrito. L’indomani, alla solita ora, eccomi in casa del maestro… Egli mi aspetta, come sempre in maniche di camicia e con la pipa in bocca: “Dove sei stato ieri sera?”; “A casa”. “A che fare?”; “Come a che fare? A dormire”. Risposta immediata: un ceffone così potente che mi diede la sensazione d’averci rimessa mezza faccia».

1907: gli ultimi concerti di Raffaele Schipa.

Nel febbraio 1907, Schipa prese parte alla rappresentazione filodrammatica degli alunni del Collegio Argento che interpretarono «Corradino di Svevia» del gesuita padre Tranquillo Moltedo e cantò una barcarola inserita nel quarto atto. Successo pieno registrato dal settimanale «La Provincia di Lecce».

Nel dicembre 1907 il nome di Raffaele Schipa fu inserito tra coloro che il 17 del mese si offrivano in un concerto di beneficenza in favore dei ciechi.

 

Finalmente appare Tito Schipa: aquila e colomba.

Nel febbraio 1908, si era in carnevale, il Circolo Artistico organizzò una grande serata musicale e danzante al Teatro Paisiello. Vi partecipò Schipa, col solito successo e con il solito dono per compenso. Per la prima volta, però, nel resoconto datone da «La Provincia di Lecce» (23 febbraio 1908, n. 8) il nome di Schipa comparve accanto a quello di Tito e non più di Raffaele. La spiegazione di Titino è che, probabilmente, il giornalista, nella fretta di stampare, essendo forse amico, lo chiamò «Tito», cioè «piccoletto.

 

Il grande amore leccese: Emilia Cesano. Entra in scena l’Istituto Margherita.

Dall’autobiografia: «Un giorno Gerunda mi disse: “Tu non hai mai fatto all’amore”. “Io no!”, risposi. “Allora mettiti a fare all’amore”. Non me lo feci dire due volte, e mi attaccai ad una mia cugina, che già prima mi era riuscita simpatica e dalla quale fui corrisposto con entusiasmo». Troppo sintetica come ricostruzione, anche perché gli amori che Schipa collezionò nella sua esistenza non furono pochi.

Quanto alla cosiddetta cugina, si trattava di una cugina acquisita, Emilia Cesano, della famiglia che aveva reso famose le cotognate leccesi, prodotte e diffuse con il loro cognome.

 

La stagione leccese del 1910 e i pugni dei fans.

Quando. nell’aprile 1910, Tito rientra per fare una tournée a Lecce, trovò una fazione favorevole ad un altro tenore, Guglielmo Zanasi, ed a lui contraria. Nella ricostruzione dello stesso Schipa senior, si trattava di prevenzioni sociali. «Il figlio di un operaio? – disse qualcuno – di un artigiano leccese, nell’elenco artistico? Mai!».

Quando si arrivò alle repliche ad «appalto sospeso» (i nostri fuori-abbonamento) i teatri erano strapieni, e gli zanasiani un po’ alle corde. Sui giornali si leggevano giudizi posititivi  e piuttosto categorici: «Piace la musica, piace l’esecuzione e basta!». Una Zazà replicata in onore di Schipa viene riportata come un definitivo successo personale. Il risultato in cronaca, però, non corrisponde a quello tra il pubblico. Non tra tutto il pubblico. Tantomeno Tito ricava un qualsiasi vero utile economico. Lascia Lecce con l’amaro in bocca.

 

Schipa incide canzoni in dialetto leccese.

Della presenza a Lecce di Schipa profittarono i dirigenti dell’Ospizio «G. Garibaldi», le cui condizioni economiche erano quanto mai precarie. Per la casa discografica Pathé incise un disco in cui, immaginando di fare una gita con alcuni amici leccesi (Caforio, Agrimi…), era invitato a cantare durante il percorso. Egli, accompagnato dal coro degli amici, intona il canto popolare e anonimo: Quandu te llai la facce la matina, rielaborato da lui, e, dopo avere scherzato con gli amici e cantato stornelli diversi, conclude con un altro canto anonimo popolare: Ci dice ca lu pulece è curnutu. Il disco fu venduto a totale beneficio dell’Ospizio Garibaldi, avendo rinunciato Schipa anche ai suoi diritti d’autore e di esecuzione. La vendita fu di migliaia di copie.

Nella discografia di Schipa, troviamo altre canzoni in dialetto leccese

Schipa rifà il Politeama Greco.

 

dono a Lecce: il Liceo Musicale. Il caso ex-Conservatorio S. Anna.

Quando si doveva costruire il Liceo Musicale, l’intenzione di Schipa era quella di comprare l’ex Conservatorio S. Anna. Però l’amministratore di quel patrimonio, avv. Luigi Paladini con una lettera a lui e con una lettera di risposta alla Provincia, che aveva rinnovato la proposta di acquisto, ribadì che quel patrimonio era inalienabile, per disposizione testamentaria, e che lo stabile poteva solo essere dato in fitto, se non ci fossero stati discendenti a richiedere ospitalità, poiché le famiglie aventi diritto erano dodici, ma venduto mai.

In Viale Taranto. Schipa finanzia il rustico.

Si decise allora di costruire la sede ex novo, al Viale Taranto, su suolo concesso dal Comune e, poiché sarebbe stato costruito anche con molti soldi di Schipa, ne avrebbe portato il nome. La spesa prevista fu ripartita fra Tito Schipa per la costruzione del rustico, in 250.000 lire, e la Provincia per pavimentazione infissi, rivestimenti, impianto idrico-termico sanitario, per altre 250.000. Nel settembre 1938, giunse l’autorizzazione ministeriale e il Liceo assunse il nome di «Liceo musicale Tito Schipa».

 

La visita al Liceo con un altro grande amore: Caterina Boratto.

L’incontro con Caterina Boratto nacque da un provino per il film «Vivere». Consisteva in una breve scena con Nino Besozzi, che a Caterina riuscì particolarmente convincente. Nell’agosto del 1938, come al solito, Schipa fu a Lecce, questa volta in compagnia della Boratto. Visitò il «suo» Liceo Musicale che non aveva mai visto.

 

Le prime disillusioni.

Il 23 settembre del 1949, Schipa visitò con la moglie e Titino il Liceo musicale. Parlò manifestando il proprio disgusto per quanto avveniva in Italia e dichiarò di voler vivere appartato, con la musica e la famiglia. Da D’Andrea gli fu proposto di dirigere una scuola di canto. Egli rispose con una lettera: «Caro amico, quanto hai scritto di me sul “Giornale d’Italia” fa parte ormai, dei ricordi più cari della mia carriera. Sono grato e commosso.  Ma è tempo che io risponda alla domanda che dalle stesse colonne del giornale mi hai rivolto. Tu sai quanto io ami la mia Lecce e quanto e come vorrei vederla più grande e più bella, sempre. La tua proposta, dunque, trova la porta del mio cuore aperta». Ma il progetto non si concluse mai.

 

Schipa… il bolscevico!!!

Nel 1957, Schipa è invitato a presiedere a Mosca in agosto la giuria di canto nel Festival della gioventù. Da allora fu guardato con sospetto dalla autorità politiche italiane.

 

Il vescovo di Lecce vieta al «filosovietico» Schipa, che però aderisce al Partito Monarchico (!), di cantare in Duomo per Sant’Oronzo!

Fonte Tito jr. Da quel giorno, qualunque cosa che comportasse rapporti con le istituzioni italiane fu preclusa al padre. Il Vaticano non fu da meno. Si aveva, infatti, a che fare – ironizza il figlio - con un notorio propagandista di dottrine atee e materialistiche, per sua stessa ammissione amico personale di Bulganin. Nella «sua misericordia», dice Tito jr., la curia arrivò, tramite il vescovo di Lecce, ad impedirgli di cantare in chiesa per Sant’Oronzo. Tito Schipa interdetto dal cantare a Lecce! Che avrà pensato l’anima buona di monsignor Gennaro Trama?

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Solo, o quasi, a New York. Ma vuole i fichi secchi leccesi.

La ricostruzione è di Titino. «Dalla sua Lecce arrivavano ogni tanto i segni fragranti di climi, luci, aromi lontani. I parenti di Ralph Colangelo, il cugino che aveva ritrovato a New York, contrabbandavano attraverso la frontiera americana cibi dal sapore esclusivo, e giungevano sulla tavola delle Haslett [che ospitavano Schipa e la sua scuola di canto], gli amatissimi fichi al forno, con quella mandorla croccante al centro, la massima espressione di quanto il Salento sappia essere dolce e amaro assieme. A quello, come ad ogni altro tipo di incantesimo, non seppe mai resistere.

 

La morte del Cigno. Lecce si impegna troppo tardi.

Tito jr.: il 30 novembre 1965, la dolcezza che invade il suo sangue ha il sopravvento su di lui. Senza un lamento, si accascia privo di sensi. Viene trasportato d’urgenza al Wickersham Hospital. La notizia dell’improvviso aggravarsi della sua salute giunge a Lecce come una bomba, tra gli assessori di un Consiglio comunale impegnato nella normale amministrazione. Il 15 dicembre 1965 il cuore di Tito non regge all’aggravarsi del diabete. Un collasso circolatorio lo spegne alle 7 e 15 pomeridiane, all’età di settantasette anni, lontano dai suoi, dimenticato da molti, più povero di quanto non fosse lo scugnizzo seminudo il cui canto stregò dapprima il quartiere delle Scalze, poi l’intero pianeta.

 

La chiesa di Lecce cerca ancora di rifiutarlo: è divorziato. E le donne non possono cantare in chiesa (siamo nel 1966)!

Il 30 dicembre la nave Michelangelo porta la salma a Napoli,.

Il 3 gennaio 1966 la bara di mattina viene chiusa nella chiesa del Carmine di Napoli e trasferita a Lecce, dove arriva prima di mezzogiorno. Il piazzale dell’obelisco è pieno di bandiere, labari, gonfaloni. Si parte in corteo. Arrivati al Liceo Musicale, la bara fu adagiata sui gradini e il Sindaco depose un cuscino di garofani. Poi ci si avviò verso piazza S. Oronzo. Il Sindaco pronunziò l’orazione funebre. Dagli altoparlanti si diffuse l’Ave Maria di Schubert cantata da Schipa.

Il corteo giunse alla Basilica di Santa Croce, dove era già pronto il coro del Petruzzelli di Bari e il coro maschile della Polifonica barese, entrambi diretti dal Maestro Biagio Grimaldi. Più realistica e altrettanto severa la lettura del figlio. La bara fu portata a Santa Croce. Ci furono dapprima problemi per l’esposizione in chiesa, visto che Schipa aveva divorziato nel 1946. Poi il celebrante, quando seppe che tra i coristi venuti da Bari c’erano delle donne, tentò di non farle cantare, avvalendosi di una consuetudine preconciliare. Il maestro del coro, sperando nel fatto compiuto, finse di obbedire, ma poi diede ugualmente l’attacco alle coriste. E il prete troncò l’ufficio funebre a metà.

 

Il pianoforte di Schipa al Paisiello.

Il Pianoforte di Tito Schipa, costruito appositamente per lui nel 1941, nell’ottobre 1991 fu acquistato dal Banco Ambrosiano Veneto e donato al Comune di Lecce; poi rimase abbandonato in alcuni uffici umidi e nascosti del Castello. Il pianoforte fu restaurato gratuitamente nel 1997 dalla ditta Racanelli, in cambio della mia autorizzazione (quando fui vicesindaco per poco più di un anno) ad esporlo allo stesso Castello in una mostra di mobili restaurati.

Fu portato al Paisiello, su mia decisione ed iniziativa, il 17 agosto di quell’anno con brevi interventi di Tito Schipa jr. e di Elvira Romano, degli Amici della Lirica.


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