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Sospensione attività in via precauzionale
Avviso sospensione attività Pur in assenza di casi accertati di coronavirus, nella regione Puglia sono sconsigliati (anche se non ancora formalmente vietati) gli assembramenti di persone. Per questo... Leggi tutto...
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo
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Convocazione Assemblea per Modifica Statuto ed Elezioni del nuovo Consiglio Direttivo
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Stagione teatrale a Lecce
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Finalmente online!
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Ricordo di Mario Marti PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Rosario Coluccia   
Giovedì 05 Febbraio 2015 22:32

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 5 Febbraio 2015]

 

Adattando a questa occasione  le parole che sono state talvolta utilizzate per commemorare altri grandi della nostra cultura si può dire che Mario Marti ha avuto la meritata e rara fortuna di serbare fino all’ultimo il vigore della mente, di essere da vecchio (al di là di ogni liturgia accademica) riverito e affettuosamente accompagnato da riconoscimenti e da attenzioni generali.

Il mio primo incontro con lo studioso non avvenne di persona, ma attraverso i libri. Frequentavo le aule del Liceo “Colonna” di Galatina. Dal mio insegnante di letteratura, il compianto professor Luigi Manna, sentii citare per la prima volta il nome di Mario Marti, a proposito dei suoi scritti ariosteschi: con gli scarsi strumenti bibliografici a mia disposizione cercai di saperne di più e riuscii a leggere la voce «Ludovico Ariosto» nei Maggiori di Marzorati (1956); da lì, all’indietro, con l’aiuto dello stesso mio professore di Liceo, per qualche giorno potei avere tra le mani l’edizione dell’Orlando Furioso dello stesso Marti. Ebbi per tale vie una prima idea della statura dello studioso, ma poi non continuai sulla strada di quelle letture, distolto da altre incombenze e da altri avvenimenti, anche di carattere personale. Solo due anni dopo, con rispetto misto a un po’ di trepidazione, mi accinsi a frequentare i corsi di «Letteratura italiana» all’università, tenuti proprio da quel professor Marti che cessava così di essere una firma in calce a un saggio e diventava un uomo in carne ed ossa. Feci gli esami di letteratura, poi presi la tesi di laurea con Francesco Sabatini, un altro dei maestri di cui la nostra università poteva andare fiera in quegli anni; forse in me prevale la lente deformante della nostalgia ma rimpiango quel periodo fervido e ne traggo motivi di  rammarico a paragone della diffusa atonia del presente. Torniamo al tema principale. I miei studi si orientavano sempre più verso le fasi medioevali e prerinascimentali della nostra storia linguistica: in tal modo, senza averlo programmato, familiarizzavo con gli studi di Marti sulla letteratura antica. Poco per volta imparavo a conoscere i lavori che ogni studioso di testi antichi deve ancor oggi consultare, a distanza di vari decenni dalla prima apparizione: i Poeti giocosi del tempo di Dante; il volume sulla Prosa del Duecento, nella “Letteratura italiana. Storia e testi” di Ricciardi, il capitolo con lo stesso titolo nella Storia della letteratura italiana di Garzanti, la silloge dei Poeti del Dolce stil nuovo, la monumentale Storia dello stil nuovo,  tanti studi che riguardano Boccaccio, Bembo, i prediletti Dante e Leopardi, i tantissimi altri temi e personalità trattati in una bibliografia straripante, che supera le mille voci. Frequentando le sue opere cresceva il contatto con Marti, che però a lungo, un po’ paradossalmente, avveniva più attraverso i libri e gli scritti, non nella realtà quotidiana, nonostante la contiguità delle sedi di lavoro.

Poi la svolta nel rapporto personale. Gli sottoposi un mio saggio per il «Giornale storico della letteratura italiana», la più importante rivista di italianistica che lui ha diretto fino all’ultimo giorno di vita. Lesse il mio dattiloscritto, mi invitò a discuterne nella sua casa di v. Capitano Ritucci; entrai così per la prima volta in quella casa che poi mi sarebbe divenuta familiare, ci sedemmo sulle poltrone del salotto, poggiò i fogli sul tavolino basso, dove tante altre volte in séguito la signora Franca avrebbe offerto tè e pasticcini.

Quella casa mi è divenuta familiare. Andavo abbastanza spesso  trovarlo. Lui ascoltava, si informava del lavoro, dava consigli, a volte sosteneva di aver un po’ rallentato nel ritmo degli studi, con un po’ di civetteria dichiarava che quello che stava scrivendo era davvero il suo ultimo libro. Poi il libro usciva, e uscivano nuovi articoli, e progettava un nuovo libro che invariabilmente dopo un po’  era a stampa. Negli ultimi tempi le sue condizioni di salute lentamente peggioravano, una candela che si spegne lentamente. Ma, una volta avviata la conversazione, la debolezza del fisico veniva sconfitta dalla brillantezza della mente e ritornavano i temi delle mille ricerche già fatte, di quelle ancora da fare, l’età era dimenticata.

Negli ultimi decenni di vita Marti ha studiato a fondo, accanto ai grandi della letteratura che ho prima ricordato, autori e testi della cultura salentina, suoi ultimi grandissimi amori. Negli studi di argomento locale non vi è traccia di provincialismo (che purtroppo spesso affiora nei lavori di epigoni maldestri): egli punta costantemente a collegare la storia culturale del Salento ai movimenti che attraversano la scena nazionale, anche in questo rivelandosi esempio da seguire. Il Maestro studia Dante e il neretino Rogeri de Pacienza con la stessa cura, le ricerche approdano in sedi e iniziative editoriali prestigiose. La piccola patria e la nazione esigono lo stesso rispetto.

Mi sono concentrato sulla figura di studioso, ma l’università del Salento gli deve moltissimo anche sotto il profilo amministrativo e gestionale. Nell’ateneo Marti ha ricoperto cariche importanti, fino a quella di Rettore, agendo sempre con probità e dirittura morale.

Aborro le agiografie, questo ritratto non deve diventare un elenco dei riconoscimenti ricevuti da Mario Marti nella sua vita lunga e operosa. Ma voglio ricordare almeno che il numero 31 (2013) degli «Annali d’Italianistica», importante rivista di Letteratura italiana pubblicata dall’Università del North Carolina, reca in una delle pagine iniziali la seguente epigrafe: «This 31st volume of Annali d’Italianistica is offered in Homage to Mario Marti, scholar and mentor, The Dean of all Italianists Worldwide». È bello, quasi commovente, che una rivista americana abbia deciso di rendere un così diretto omaggio al nostro professore. Noi lo ricorderemo come studioso eminente e guida scientifica, continueremo a leggere i suoi libri da cui molto continueremo a imparare.

 

 

 

 

 

 


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