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Segni di una cittadinanza femminile: partecipare, includere, intraprendere PDF Stampa E-mail
Civiltà Giuridica
Martedì 25 Gennaio 2011 17:16

Cittadinanza è un’espressione carica di sedimentazioni storiche e sociali, una parola antica, che troviamo già nel mondo greco e che va di pari passo con il termine politica e democrazia. Generalmente letta come dipendente o coincidente con l’apparato dei diritti e, di conseguenza, anche dei doveri del soggetto politico che si è costituito in modo nuovo con la rivoluzione francese, la cittadinanza ha, invece, un significato molto più ricco e più carico di contenuti.

La cittadinanza, infatti, ancor più che motivo di inclusione e di esclusione dei soggetti rispetto a un tessuto di relazioni istituzionali funzionante da tutele, diritti e garanzie giuridiche, svela soprattutto il rapporto tra i soggetti e l’ordine politico sociale in cui le persone sono inserite; funge da banco di prova della possibilità di partecipazione politica e definisce aspettative, desideri e valori di cui sono i soggetti i primi portatori e non le istituzioni o le ideologie o i metodi astratti o le procedure normative.

Dunque, non configurandosi tanto come fruizione dei diritti o privilegi del soggetto politico, quanto come il costituirsi consapevole di tale soggetto, il suo sguardo cosciente in grado di dare consistenza alla comunità politicamente organizzata, la cittadinanza definisce la capacità degli individui di essere presenti nella comunità con sguardo critico e propositivo e con pratiche che traducono il desiderio soggettivo e privato in un modo pubblico di apparire ed essere parte della comunità. Indica quindi la loro capacità di lasciare segni,  non di utilizzare o consumare diritti.

Per questo la cittadinanza si lascia leggere come un “discorso” e non è totalmente definita dalle cronologie che attestano solo l’iter normativo. E’ un discorso e un’idea politica che investe e vede come soggetti, uomini e donne, con modi di partecipazione, di inclusione e di impegno differenti.

Democrazia e cittadinanza sono dunque strettamente connesse.

Ma, se la democrazia, come ogni altra forma di governo, indica una organizzazione della comunità dal punto di vista delle relazioni di potere o dal punto di vista dell’organizzazione delle norme, la cittadinanza indica il rapporto tra il soggetto e l’ordine politico democratico e, quindi rappresenta, più che una definizione giuridica di derivazione illuministica, un modo per vagliare le attitudini politiche dei soggetti, le pratiche che questi sono stati in grado di strutturare, e, come essi sono stati capaci di rendere possibili ed efficaci aspettative, desideri e proprie visioni del mondo.

Cittadinanza è lo strumento che è in grado di misurare lo sguardo dei soggetti sulla comunità politicamente ordinata. E’ la loro parola o idea critica, è il loro lavoro che produce e costruisce civiltà. Cittadinanza è quindi più una pratica regolativa, che una grammatica neutra o universale di diritti.

Il discorso sulla cittadinanza fa i conti con le differenze economico sociali, con quelle relative all’appartenenza geografica, ma soprattutto con quelle relative al genere dei soggetti.

Questo discorso sulla e della cittadinanza è un linguaggio, anzi, è un vero e proprio metalinguaggio, o meglio, è la rappresentazione di un ordine simbolico che costruisce e costituisce comunità, un ordine simbolico che è pronunciato da soggetti: uomini e donne. Sono uomini e donne che vivono nella storia e, per questo, non possono essere mai naturalisticamente uguali a se stessi. Per questo non si può pensare a una cittadinanza femminile come la dimensione politica di una astorica gentilezza, onestà, benevolenza o disponibilità contrapposta a quella maschile caratterizzata dalla forza, dal potere, dal coraggio o dall’aggressività e, tantomeno come una sorta di storia aggiuntiva.

I segni di una cittadinanza femminile, con una specifica capacità di partecipare, includere, intraprendere, si sono manifestati e si manifestano nella storia più come un’attitudine che come un’ideologia o un progetto normativo. Si tratta di riconoscerli nella loro capacità di slancio creativo orientato criticamente nei confronti del sistema dominante, uno slancio che è stato in grado e che continua ad andare oltre le condizioni accertate dello sviluppo del sistema storico di riferimento e oltre i paradigmi politici che delineano gli orientamenti sociali culturali e pubblici del tempo.

Invece, ancora, pesa sulla cittadinanza femminile un orientamento interpretativo quasi escatologico in cui essa è ricondotta alla cornice più generale dei “poveri di spirito” cui è destinata, diceva Giulia Paola di Nicola, la liberazione nel Regno.

Pesa ancora, inoltre, sulla cittadinanza femminile la questione stessa che è all’origine della cittadinanza e che ha informato di sé il concetto e la prassi di cittadinanza, senza che la differenza sessuale diventasse significante, ma anzi dove la differenza doveva sparire assorbita in un universo di in-distinzione. Pesa ancora la modalità stessa con cui è nato il concetto di cittadinanza, legato in Grecia a quello di isonomia e di democrazia, ma dove questi principi valevano solo per una ristrettissima parte degli abitanti di Atene.

Pesa, sulla cittadinanza femminile, il valore e il significato che la cittadinanza aveva assunto nella Roma imperiale, dove nel quadro della giurisprudenza romana la cittadinanza veniva concessa come protezione. Una protezione che, assicurata dallo ius si fondava e si strutturava sulla universalità della sua lex. Una lex, però, impartita come beneficio e corrispettivo della sottomissione e del pagamento di ingenti tributi, L’impero chiedeva in cambio “solo” la sottomissione e il riconoscimento di quella legge che, in quanto articolata e razionale, di fatto spesso contrastava con le differenti leggi locali. Perché ciò che interessava alla Roma imperiale, non era il vissuto e il lavoro di civiltà –ossia di cittadinanza- dei sudditi, ma le nuove terre da annettere e dominare, terre che pagano tributi e contribuivano in maniera primaria al sostentamento dell’impero, come colonie che fornivano il suo nutrimento.

Pesa, infine, sulla concezione della cittadinanza la connotazione medievale che l’aveva assimilata alla generica appartenenza alla civitas christiana, dove la connotazione dell’umano si confondeva con la connotazione del cristiano. Cristiano era, anche nel linguaggio comune, genericamente ogni persona, non certo il soggetto portatore di diritti o di una identità specifica. Era un suddito e non  certamente un soggetto in grado di darsi una legge o di trasformare la società, poiché nulla potestas nisi a Deo. La cittadinanza medievale era universale, ma completamente priva di legami concreti con i corpi e le volontà della gente.

A quest’ottica, la cittadinanza delle donne ha reagito assumendo in prima istanza un autonomo impegno di tipo pedagogico-morale, che ha lasciato tantissime tracce di sé.

Nell’Ottocento, l’impegno per una cittadinanza femminile che reclamava il diritto di voto e le libertà civili, seppe mettere anche in rilievo il danno economico che l’esclusione delle donne comportava[1]. Non solo il movimento della suffragette si impegnò nella richiesta di un’uguaglianza reale di diritti rispetto agli uomini, ma molte donne consapevolmente parteciparono alla costruzione di un nuovo disegno politico e di un nuovo assetto anche della nazione italiana.

E tuttavia avvenne che, quando anche questi dritti furono riconosciuti e sollecitati da uomini attenti e vicini alle richieste femminili, come ad esempio in contesto francese E. Legouvé, in Italia, Salvatore Morelli, nonostante quelle richieste, alle donne verrà riservato un ruolo speciale, quello di essere garanti della famiglia, dell’amministrazione della casa, dell’educazione dei figli[2].

I diritti di cittadinanza femminile sembrano risolti e ottenuti attraverso le norme che regolano ed estendono anche alle donne una piena uguaglianza, nel diritto di voto, nella parità di trattamento e di accesso a tutti i lavori. In realtà ad esse viene delegata prevalentemente, l’organizzazione pubblica dei lavori di cura, non solo tramite i servizi sociali propriamente detti, ma anche attraverso lo spazio che viene lasciato sempre più in mano femminile, di altri luoghi

I diritti di cittadinanza femminile sono sembrati risolti e ottenuti attraverso le norme che regolavano ed estendevano anche alle donne una piena uguaglianza, nel diritto di voto (2 giugno1946) le donne per la prima volta esercitavano il diritto di voto politico votando per l’ Assemblea Costituente (dove furono elette 21 donne) e referendum. Va ricordato che nel 1926 la legge Acerbo aveva ammesso alcune categorie di donne all’elettorato amministrativo (L. 10 dicembre 1925, n.2125), ma la norma restò sulla carta a causa dell’abolizione delle elezioni amministrative avvenuta nel ’26. (L. 22 novembre 1925, n.2125).

E’ importante sottolineare che le donne furono ammesse come testimoni in atti pubblici solo nel 1877, legge proposta da Salvatore Morelli, alla professione di avvocato ebbero accesso nel 1919, a quella di magistrato nel 1963. Anche quando gli estensori delle norme sono uomini come Morelli, va sottolineato che essi hanno al loro fianco o nella memoria  donne forti e capaci che hanno già intrapreso un percorso e in qualche modo reso già visibile un percorso. Non si tratta di grandi figure isolate, ma di tante donne che in ogni città anche più periferica hanno lasciato tracce che possiamo riscoprire. Così Morelli aveva davanti certamente il ricordo di quella Elena dell’Antoglietta, salentina,  che nell’estate del 1816, a trentasei anni, aveva difeso in tribunale, scavalcando tutte le regole,  il suo patrimonio dall’usurpazione di uno zio che aveva sposato sua sorella. Elena, lasciò sbigottiti gli ambienti giudiziari di Napoli e del Mezzogiorno, al punto che ancora dopo molti anni lo stesso Salvatore Morelli le attribuiva “un primato glorioso tra le giuridiche intelligenze”.

Per le donne è sembrata raggiunta la parità con la norma che prevedeva parità di trattamento e di accesso a tutti i lavori (l.66 del ’63). In realtà alle donne viene ancora delegata prevalentemente, l’organizzazione pubblica e privata dei lavori di cura, non solo tramite i servizi sociali, ma anche attraverso la gestione privata, che viene lasciata sempre più in mano femminile.

Nel 1984 venne istituita la commissione Nazionale per la realizzazione della Parità e delle Pari Opportunità tra uomo e donna presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri: Elena Marinucci fu nominata presidente. Nel 1991 è approvata la legge 125 sulle azioni positive per la realizzazione delle Pari Opportunità nel campo del lavoro e nel 1992 la L.215 sulle azioni positive in favore della imprenditorialità femminile. Nel 18 ottobre del 2001 la modifica del titolo V parte seconda della Costituzione art. 3 che recita: “Le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive”.

Ma i segni della partecipazione, inclusione e di efficienza, laboriosità e ingegno, ossia  intraprendenza femminile, non sono nelle leggi che ratificano l’operato femminile, sono invece nelle azioni e nella presenza delle donne che sono presenti, oggi, nei settori portanti nella società: scuola, magistratura, sanità. Nonostante i tagli e il ridimensionamento che questi istituti stanno subendo, l’alta professionalità e competenza che le donne dimostrano di possedere, continuano a conferire stabilità e sicura eccellenza a questi settori. Sempre più donne, infatti, in numero sempre maggiore hanno vinto i pubblici concorsi, e in numero sempre maggiore sono in grado di introdurre pratiche nuove e più sensate di organizzazione. Contemporaneamente, però, il prestigio professionale e anche il compenso economico si sono allineati in questi settori verso il basso, riducendone vistosamente lo status e delegittimando sottilmente l’importanza che scuola, giustizia e sanità hanno nella vita civile. Il credito sociale si è autolegittimato e si autoriproposto, invece, sempre più nei luoghi di potere economico politico, occupati prevalentemente da figure maschili. In questi luoghi, il potere mostra la sua valenza sempre più distruttiva, poiché viene inteso come facoltà ancora molto simile alla forza, che può a suo piacimento fruire e distribuire di risorse, in genere intese come risorse economiche che però alimentano solo una élite sempre più ristretta.

A questo punto la cittadinanza femminile si pone un compito sempre più difficile, perché non ha norme e concessioni da rivendicare. Avendo svelato il meccanismo perverso delle norme, che legittimano anche un consumo acritico di diritti, la cittadinanza femminile ha un compito più arduo: quello di introdurre nuovi significati nello svolgimento di una vita che sia davvero civile.

E’ nel lavoro, luogo interstiziale e di connessione tra pubblico e privato che le donne stanno praticando  (e hanno sempre praticato) una cittadinanza che fornisce nuovi paradigmi e che non è solo l’estremo compimento di quelli sui quali è nata nel tempo: si tratta di una partecipazione attiva e attenta ai luoghi, si tratta di della messa in atto di un sapere capace di includere altri soggetti persino nella propria famiglia, si tratta della capacità di intraprendere nuovi percorsi di ricerca. Si tratta di una costruzione di civiltà che dal privato si proietta sui luoghi pubblici senza interruzione di continuità. Si tratta dell’attivazione reale di una politica delle conseguenze, ossia una politica che ha la certezza che davvero ciò che ognuno fa e pensa ha ricadute su tutti ed è per tutti.

I segni di una pratica di  cittadinanza femminile stanno introducendo nuovi sensi nella storia del mondo. Attraverso il dibattito serrato sul rapporto natura-cultura, questa cittadinanza ha decostruito i paradigmi dell’accoglienza, dell’obbedienza, del maternage, intesi tradizionalmente come forme passive e oblative per farne momenti alti di consapevolezza in grado di costruire mediazioni feconde, in grado di offrire nuove risoluzioni anche a una economia di sviluppo. Attraverso il dibattito sulla centralità della sessualità ha decostruito l’opposizione tra aggressività maschile e tenerezza femminile e, nella tenerezza, nel non possesso dell’altro, nell’ascolto, nella pausa del respiro, nella capacità di porsi al di là di ciò che è proprio e privato, sta dispiegando nuovi paradigmi su cui costruiscono legami d’amore e di amicizia, che valgono anche come modelli di rapporti nella civitas e tra civitates diverse.

Inoltre, i segni di una pratica di cittadinanza femminile stanno permettendo di  riconcettualizzare la questione politica e, con essa, la questione stessa del potere, che ne è alla base. Se la politica, come diceva Hannah Arendt, non è amministrazione di interessi, ma spazio della partecipazione e dell’essere insieme, il potere non può essere inteso più come distribuzione, ma come attivazione delle risorse.

Si tratta solo di alcuni tra i segni più vistosi di una pratica di cittadinanza che le donne hanno fatto propria e che sta certamente contraddistinguendo positivamente ogni nuovo percorso intrapreso.

A questi si aggiungono una riconcettualizzazione del potere, che viene sciolto da ogni forma privatistica, in cui la proprietà, non solo quella economica, ma la proprietà stessa del potere genera forme di dominazione e di asservimento. Ciò significa rinunciare alla vecchia forma verticale in cui il potere tradizionalmente si è espresso, per legittimarlo in una dimensione orizzontale. Ciò significa intendere il potere come poter-fare, attivazione di possibilità.

Una cittadinanza in cui il potere non generi sfruttamento e oppressione, che possono essere contrastati solo con il ricatto, apre ad altre possibilità la vita: quella degli uomini e quella stessa delle donne, dove tradizionalmente anche la seduzione e la maternità sono state usate in maniera strumentale, con malafede dettata dalla necessità. Il binomio: “tu mi opprimi, ma io ti seduco e quindi divento la tua necessità, per cui in realtà tu dipendi da me”, è solo la spirale violenta su cui si assesta in equilibrio instabile ogni forma di sfruttamento.

Il femminismo, invece, come pratica politica di questa difficile cittadinanza delle donne, si è impegnato ormai da tempo nella direzione di una trasformazione delle relazioni autoritaristiche, competitive e gerarchiche e le ha denunciate come omologhe. Sul piano simbolico, autoritarismo, competizione e gerarchia sono sinonimi. Si tratta, allora, di strutturare una concezione dell’autorità come ciò che attiva relazioni solidali, come ciò che permette alla realtà di manifestarsi e di essere riconosciuta nella libertà delle sue più varie dimensioni. Si tratta di praticare una cittadinanza che registri il più ampio mutamento nella concezione dei rapporti sociali.

Non è poca cosa perché, se mutano i rapporti, mutano le istituzioni. Difficilmente, al contrario, le istituzioni riescono a mutare i rapporti sociali, perché esse, invece, normalizzano e ratificano, legittimano ed escludono. E, d’altra parte, è ormai evidente e da più parti argomentato che vi è un legame tra i rapporti sociali, in special modo quelli tra uomo e donna, e l’organizzazione delle dottrine e delle istituzioni politiche, nonché la loro storia.

Infine, ancora una volta, si tratta di riconoscere non una cittadinanza incompiuta per le donne, ma i segni di una pratica e lavoro difficile di cittadinanza, perché si sta assumendo il compito, non iscritto nei codici, di introdurre, nella convivenza regolata della polis, vissuti, esperienze e valori che appartengono alla sfera della prassi privata femminile. Non sono diritti da rivendicare, istanze da sottoporre a giudizio, ma tesori di esperienze soggettive che possono diventare oggetto di riconoscimento universale e concreto e non formale.

In questo modo, la cittadinanza femminile sposta anche il contenuto della forma giuridica e istituzionale, che da norma omologante diventa capacità di mediazione tra la gente, tra i desideri e i bisogni degli umani. La cittadinanza femminile vive, quindi, l’esigenza giuridico-politica non come forza, con i meccanismi perversi che questa dispiega e che si concretizzano nei numeri e nelle percentuali e nelle statistiche, ma come bisogno formativo. L’esigenza giuridico-politica, che una consapevole cittadinanza femminile sta praticando, non si nutre di un’etica prescrittiva, ma semmai di un’etica descrittiva che mette in grado di dialogare, di ampliare gli sguardi, e di dar voce a ciò che viene avvertito come necessario e reale.

Una cittadinanza reale è quella in grado di valutare l’orientamento verso gli obiettivi in permanente e costante relazione alle pratiche e ai processi, nella consapevolezza che gli effetti non dipendono tanto dai fini e dalle intenzioni(lo diceva anche il curato d’Ars che di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno), quanto dai procedimenti e dalle pratiche concrete. Alla efficienza e delle azioni e alla tempestività degli effetti oggettivi, le donne, con civica consapevolezza, oppongono i modi e i percorsi con cui essi sono perseguiti, coscienti che i mezzi sono persino più importanti degli scopi, essendo i mezzi ciò su cui si fa leva. Mezzi violenti, astuti e menzogneri, distruggono persino gli scopi,  mentre è sempre più evidente che gli scopi si realizzano in molteplici modi differenti e, tempi che sembrano più lunghi sono molto spesso più efficaci. Il governo del tempo, perché il tempo non si perda e non si ammazzi il tempo, è forse persino più importante del governo degli uomini, perché gli uomini si perdono e si ammazzano quando non sanno vivere nel tempo. E, anche questo non si amministra con leggi e con quote di tempi.

La pluralità delle dimensioni rispetta la pluralità delle prospettive e dei percorsi.

Dunque, anche la cittadinanza femminile non ha nessuna intenzione di riassumere in sè l’universo-donna, ma “solo” di fornire un contesto, in cui ciascuna sia motivata a compiere le sue scelte, i suoi impegni, i suoi compiti, sapendo di poterlo fare e sapendo che il suo gesto non sarà inutile o formale.

I segni di questa pratica nuova di cittadinanza si percepiscono evidenti nelle parole delle tante teologhe femministe di ogni parte del mondo capaci di cogliere e sottolineare il messaggio di indipendenza contenuto nel simbolo della Vergine Maria. Non disubbidienza, non un essere contro le regole, ma al di sopra della legge degli uomini, una donna che credendo in Dio, genera Dio, senza uomo, ma “per opera dello Spirito Santo”. E’ un immenso tesoro simbolico, molto più di un segno o di una traccia, è un tesoro cui può attingere continuamente ogni donna nella certezza che un’altra donna è stata capace di divino. Maria, come sorella nostra, primogenita di una genealogia che ci restituisce come esseri capaci di grandissime cose, capaci di mettere al mondo il divino. Ella ci insegna che, pur restando oscura e sconosciuta tra i suoi, come lo fu Maria, ognuna di noi può mettere al mondo una sorte divina.

La difficile cittadinanza femminile fornisce quindi anche un paradigma per valutare gli scacchi non come momenti di un processo verticale, ma come messa alla prova e riconsiderazione dei punti di vista che rimangono, comunque, sociali e politici e religiosi.

Diventa, allora, questione di cittadinanza e non di letteratura nominare i processi, dare nome alle manifestazioni della vita e del lavoro, quindi padroneggiare la lingua e con essa il pensiero (quindi la cultura, la filosofia) per poter esprimere nuove procedure di mutamento. Nel binomio sapere-potere non solo Foucault ha indicato con chiarezza che proprio la lingua viene usata della classe, dal genere e dalla cultura dominante per screditare ed emarginare l’oppresso e così istituzionalizzare la sua messa fuori campo dalla scena del potere.

Una pratica sapiente di cittadinanza femminile più che rivendicare spazi e quote di riconoscimento istituzionalizzato, lavora verso un uso di parole adeguate, portavoce di simbolico, per lasciar passare nuovi modelli e nuovi contenuti. Si tratta di cambiare codici e significati cristallizzati in desueti parametri e scoprire nuove definizioni e modalità, ridando senso anche ad antiche fogge. Ironia, obbedienza, pazienza, attesa, tessitura, ascolto, si amplificano di significati e si diffondono come espressioni e pratiche ritenute valide.

Le donne  oggi, non solo lavorano per la cittadinanza nei diritti o nelle esperienze, ma per la cittadinanza nel linguaggio, che consenta di esprimere l’esperienza propria e non essere espresse da quella altrui. Sicché la cittadinanza, grazie alla consapevole presenza femminile, sta cambiando fisionomia, dal ristretto paradigma dei diritti si avvia a prendere in seria considerazione i rapporti di cura al pari di quelli economici, le variazioni nel simbolico al pari di quelle istituzionali.

In conclusione, la cittadinanza, intesa come consapevolezza, in una politica che non sia in-differente, non scinde più la presa di coscienza dei problemi dall’avviamento di processi di autonomia. Una cittadinanza consapevole e reale, invece di omologare, attraverso norme che sembrano sempre più articolate, incoraggia e sostiene l’emergere di sempre nuove soggettività, portatrici della propria presenza, della propria voce, delle proprie capacità.

 

 

 

 


[1]come sostenevano Harriet Taylor e John Stuart Mill. Cfr.Alice Rossi, Sentiment and Intellect. The story of Iohn Stuart Mill and Harriet Taylor Mill, introduzione a Essays on Sex Equality, Chicago, University of Chicago Press,1970.

[2] Mi piace ricordare che Salvatore Morelli nel 1867 aveva avanzato la proposta di legge che estendeva alle donne il diritto di voto e gli altri diritti civili e politici. Solo l’anno precedente il Codice Pisanelli,  redatto da un altro salentino:  Giusepe Pisanelli, aveva stabilito la parità tra figli e figlie in materia successoria  e aveva garantito l’autonomia giuridica e patrimoniale della moglie. Dieci anni dopo, il 9 dicembre del 1877, fu approvata, su proposta di Salvatore Morelli, una legge che ammetteva le donne a prestare testimonianza negli atti pubblici e privati  (L. 4167). Era lo stesso anno in cui  venne pubblicata in Parlamento la petizione di Anna Maria Mozzoni per il voto politico alle donne.

Solo un anno prima, con regio decreto dell’8  ottobre 1876 n. 3434, era stato approvato il “regolamento generale universitario” , il cui art. 8 disponeva che le donne potevano iscriversi all’università tra gli studenti e gli uditori”; non potevano però esercitare le professioni.

Ancora nel 1878, il 13 maggio, il Morelli presentava da deputato una proposta di legge in cui richiedeva, in relazione alla mutata coscienza sociale della società, l’ammissione del divorzio, anche come misura di ordine pubblico e di moralità sociale. Il deputato di Carovigno  si era battuto oltre che per l’uguaglianza giuridica delle donne, per l’istituzione della scuola materna, e l’insegnamento professionale femminile.


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