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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
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Anticipo orario conferenza di venerdì 23 marzo
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Per ricordare meglio la nostra visita a Cavallino
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Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Ritratti salentini 5. Maria Rita Bozzetti e la Monade arroccata PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Augusto Benemeglio   
Mercoledì 18 Febbraio 2015 17:15

1. “Monade arroccata”, Lepisma, Roma, 2008, è un libro di versi di Maria Rita Bozzetti, versi strani arditi risentiti barocchi enfatici emotivi esaltati oscillanti, versi di “speranza sulle crocefisse ragioni, progetti, / su questo niente che ogni giorno si crocifigge “, versi-gridi “nel vuoto e sospesi sul silenzio del tempo”, “parole (che) si rotolano nella polvere”, che si spezzano e si ricompongono, che vibrano la materia, che saziano di luce l’oscurità, che unificano i tempi, che sanno parlare dopo la morte, prima della vita, che sanno “ raccontarsi senza la storia, / e nella storia nascondersi, / e dopo la storia essere legge per il ciclo del tempo…”.

 

2. Versi religiosi, dunque, “di una poetessa che vive il mistero della fede con una filosofia che si nutre di sofferenza spirituale”, dice il prefatore Aldo Forbice, versi che si snodano lungo la dorsale Luzi-Betocchi, con accenti montaliani, tre poeti diversissimi l’uno dall’altro e sotto certi aspetti antitetici, ma compresenti. Versi densi, pesanti, come il potere e le responsabilità di doverlo gestire, versi fondi come i fondi del caffè, versi pieni di rimorsi, ma anche pieni di pianto, di conforto, di leggerezza, di luce, dopo l’espiazione, delicati, senza peso, evanescenti, come farfalle, il nulla che si fa carne, ma anche stabili, saldi come rocce, appassionati come colonne di fede, granito e alabastro, versi contraddittori, insomma, che vagano di cielo in cielo, ora blu profondo, blu pensiero, blu universo, (Qui il mare conosce il suo infinito, / e il cielo va oltre) ora tempestoso con cirri grigiogialli e lampi arancioni, (Perché mi fai tagli di gelosia? / perché sento duellanti sciabole / tintinnar di violenza nell’alba della quiete?) versi teosofici che cercano un lettore non facile, un lettore che registri il proprio fallimento, la propria resa dinanzi al mistero del Dio incarnato, versi che tuttavia offrono la possibilità, direi l’occasione di un rilancio, di una speranza per questa nostra umanità di oggi così “disumanizzata”, versi che fanno quasi da controcanto al quarto Vangelo, quello di Giovanni, quello più difficile, concettoso, problematico, e al Qoelet, libro “enigmatico e affascinante” che ha intrigato moltissimi, da ultimo perfino il giudice senatore Luciano Violante Rosso di Puglia, che lo ha fatto recitare ai carcerati di Rebibbia e di altri circondari, facendo porre loro domande a Dio, un Dio che però non risponde, un “Dio che non parla”, titolo di un altro libro di Maria Rita che commentai qualche anno fa al Circolo della Vela di Gallipoli, con il marito, il doctor Stelio, in fuga lungo i moli, l’editore Manni con Signora a far da corvi neri sulle transenne verdi-oro, e la deliziosa donna Carolina, che era d’accanto alla figlia con quella trepidazione, unica, di madre, ma anche con un pizzico di ironia, e forse, una volta tanto, senza la proverbiale noia delle tiritere accademiche. Era quello il tempo in cui Maria Rita poteva “sciogliere i capelli dei pensieri, / abbandonarli al vento e alla pioggia, / perché ascoltino le parole mute/ degli alberi e dei fiumi, / delle stelle e delle nubi” .

 

3.Ma il Qoelet mi evoca altri ricordi, ad esempio l’arrivo a Gallipoli di un poeta grande e discusso come David Maria Turoldo, in un pomeriggio autunnale di tanti anni fa, al Teatro Garibaldi, con i due Leopizzi, preti giganteschi e colti (ma anche padre David non scherzava col suo metro e novanta) a far da balia a quel frate nero profondo, cavernoso, gigantesco, coi capelli lunghi, le grandi mani che volavano in alto lente e possenti come due pale di contadini furlani, e la voce intensa, profonda, che scavava torrenti e ponti e gallerie. Sembrava lui, il Qoelet, l'oscillazione tra inesistenza e ineffabilità di Dio. Ma, diceva, attenti amici miei, è un libro pericoloso che se non stai attento ti fa scivolare lungo la china dello scetticismo, della delusione, della contestazione, del cinismo, del pessimismo e chi più ne ha più ne metta, un libro "scandaloso" nel canone biblico, sia ebraico che cristiano, un testo che si offre a una pluralità di letture, come conseguenza della sua intrinseca, addirittura metodica contraddittorietà. Tanti altri sono i ricordi legati al Qoelet, Giacomino Leopardi, ad esempio, e “Un colpo di cembalo autunnale”, un mio articolo pubblicato sulla “Stampa” di Torino, con Mallarmè che muore nelle braccia di Valery, al tramontar del sole nella campagna parigina…

 

 

4. Insomma, vanità di vanità, polvere di polvere, e questo è tutto, e chiudiamo con la vita e sul mondo? Non lo so. Però una cosa la so. Prendete questa autrice inquieta la sua parte che ho conosciuto dieci anni fa al tempo di “Canta l’eterno presente”, un libro importante, un libro tra ospedali, odore di orine e sonate alla Chopin, un libro duro, spietato, da paura della paura, che l’ha messa nella braccia di Cristo, che l’ha fatta diventare sua intima e, man mano, l’ha portata fino qui, alle estreme conseguenze, al mistero dei misteri della Bibbia, al Qoelet, alla “Monade arroccata”, quella monade metafisica, leibniziana, completa e indistruttibile, centro di attività e di forza, che contiene nella sua natura tutta la propria storia, che è la storia dell’universo, in cui s’arrocca l’uomo, illudendosi di aver costruito chissaché, una conoscenza avente un valore universale. Invece non è niente, non rappresenta nulla di forte, stabile, duraturo, impenetrabile, certo, incrollabile. Non è altro – scrive Donato Valli - che l’emblema della sua debolezza, della sua fragilità che sommerge ogni pretesa di autonomia intellettuale, di costruzione irrazionale d’un qualsiasi ordine morale e collettivo. In effetti, noi non possiamo costruire niente di stabile e di duraturo, niente che abbia armonia, il respiro del creato.

Stiamo lì arroccati nella monade, ma con tutte le tempeste di dubbi, incertezze, angosce irrisolte.

 

5. Prendete questa donna, che è per natura metà Pentesilea e metà Andromaca, che un tempo se ne andava con la sua land rover, antesignana di tutti i Suv, tra i crocicchi e le strade desolate di Galatone, destando curiosità e sconcerto, guardatela mentre si infila il camice bianco, da primario ospedaliero e, dietro il sorriso gentile e ammaliante, si riveste d’autorità e potere nel Laboratorio delle Analisi, con una pletora di biologi atei, pronti a saltargli addosso al primo errore, alla prima occasione per farne strame, seguitela, poi, verso l’ora di pranzo, elegantissima nei suoi vestiti di Valentino o d’Armani, coi suoi Gucci e le sciarpe di seta rosa firmate, negli angusti locali dell’emittente televisiva locale, tra l’odore di fritto cipolla e olio rancido, mentre fa l’opinionista e risponde alle mie insidiose domande, politica, attualità, cronaca, cultura. E poi a Roma, a Palazzo Madama, con Bruno Erroi e gli altri senatori pipini, a presentare “Salento Italia” con i Bodini i Pagano i D’andrea i De Donno e i Toma, a fare noi, lei romana e io abruzzese di nascita, i fieri rappresentanti del Salento, terra fra i due mari, Messapia. Ma possiamo dire di averlo onorato e, soprattutto, amato, il Salento, vero Maria Rita?

E poi ci sono stati i tempi già ricordati del Dio che non parla, un libro che raccoglieva i silenzi di Dio, tanti silenzi da farne un bel poker. Ma erano silenzi angosciosi, bergmaniani. Guai se Dio tace. Non c’è più speranza. E’ la fine di tutto. Tutto.

 

6. La rivedo, dopo tanti anni. In nulla è mutata, è sempre la stessa, una fanciulla bellissima di sessant’anni, col viso da statua toscana quattrocentesca , uno di quei visi nobiliari che incontriamo nei busti o nei rilievi di un Desiderio da Settignano, con la sua sottigliezza plastica, chiaroscurale, e luministica, con la sua delicatezza e dolcezza psicologica, quei visi che aprono nuovi orizzonti, nuove prospettive, quei visi laurani che stanno a metà tra la sintesi formale di Antonello da Messina e l’idealizzazione geometrica delle forme di Piero della Francesca? Parlo di quei visi che portano con sé un’aria tagliente e illuminata da una luce perennemente bianca, che amano le fiabe in cui si ritrova la fonte di ogni poesia e ogni religione e l’innocenza degli animali, ma anche la ricchezza e il potere, il successo, l’onore, il prestigio, le cose belle, fini, profumate, il ricamo, anime che riconoscono i delicati angeli orientali di Rilke, le spezie, i deserti, i dromedari, le nuvole, le fantasie, le ricchezze, i colori accesi, le città abbandonate da mille e una notte, la Tebaide, con i suoi anacoreti, il lusso rituale di Bisanzio, i vagabondi mistici, o i piagnoni del Salento, e la tristezza metafisica di un Donne, o quella cupezza cattolica e insieme quell’ardore tenebroso di El Greco, Santa Teresa d’Avila e san Giovanni della Croce. Ma ecco che ad un tratto il discrimine, il crinale tra essere e avere si frantuma e Maria Rita capisce di botto il “nesso tra dolore, coscienza e natura dell’uomo”. E’ in quelle lande – dice – “che si consuma l’uomo, la sua voglia di essere al centro diventa solo corta tangente, povera pausa nell’infinito tempo che sovrasta la terra”. E’ il Qoelet che le si spalanca davanti dopo aver subito le tante crocifissioni, quelle “dall’indifferenza… dalla debolezza del silenzio … dal rimandare il gesto buono … dai ghetti dove i deboli / possono solo contarsi e piangere/ dove i vinti continuano a perdere / l’ultimo frammento di dignità”, e “quelle degli errori di altri che ami / e non puoi cambiare”, o “nello sforzo ansimante / di cambiare il ciclo sbagliato di un ragazzo”.

 

7. E’ un confine – dice Maria Rita - senza terra e senza orizzonte quello da cui nascono le mie domande, accuse alla società del mio tempo, tempo di disperazioni povertà mancanza di ogni diritto civile, tempo di tortura di egoismo e di indifferenza. Vedi, caro Augusto, sembra voler dire, il male di tutti noi è quello di aver dimenticato Gesù, il vecchio Gesù con la nera barba sopra il petto e il duro volto di ebreo, quello che molti come Borges, Caproni, come la Ginzburg non riuscivano a vedere ancora, non scorgevano, e tuttavia insistettero a cercarlo fino al giorno dei loro ultimi passi sulla terra. Non togliete quel crocifisso dalle scuole, è là muto e silenzioso, c’è stato sempre. È il segno del dolore umano, della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo. Ed è il simbolo della nostra unica speranza. Ce lo dice lo stesso Cristo: “Se la mia voce morisse in terra/ Se la mia voce non vivesse dentro di voi/ La croce non avrebbe alcun senso/ E anche la vostra vita non avrebbe alcun significato”.

Maria Rita ora sta in ginocchio sull’altare a pregare Cristo, con gli “irriducibili”, gli “imperdonabili”, i santi che gli fanno da corona e che hanno patito l’estasi della sofferenza, della croce, i San Francesco d’Assisi, i Padre Pio, la Santina di Gallipoli.

“Il tuo essere nudo di ogni cosa / abbiamo paragonato al potere/, quello che sporca le strade con residui/ di false feste, maschere per volti di guerra, / che riempie la bocca di suoni / tintinnanti come il giuoco dei denari/, che salva dalla miseria / togliendo la coscienza del male; / e davanti a questa illusione di forza/ tu sei il forte da cancellare / perché più chiaro sia il debole nome/ del re, e i suoi sudditi / siano salvati dalla miseria di una sconfitta. “

 

8. Il suo viso è pallido assorto inquieto, bellissimo, col suo ritmo vagamente gotico e la tenera espressività di una gallica senone, sul Piceno, scolpita da un Guido Paganino, mezzo modenese e mezzo salentino. Sta in ginocchio davanti all’immagine di quel Dio familiare, ha trovato un sentiero, una certezza:

Noi ti abbiamo crocefisso/ ti abbiamo voluto ridurre ad oggetto/del nostro schermo / sottile piacere di vederti servo dei capricci cuori marci, / persi nel mare del niente capire…

Sta “faccia a faccia con l’uomo dei dolori, l’uomo della croce assiso nella sua gloria/ che ha dato un senso al dolore umano, un senso alla nostra vita”.

Partecipa, con la spina nella propria carne, con la propria solitudine, la propria miseria, la proprio sconfitta, la fragilità, ma è piena di ardori, passione e speranze, pur nel rimpianto, nell’amarezza e nella incertezza delle lacrime.

Quanto spreco nell’inutile serrare i pugni/ o difendere i sogni con filo spinato/ o trascinare in singhiozzo la notte/ sprofondata nell’incerto dell’alba…

 

9. E se ne va in giro a spigolare come Ruth, cercando la parola che salva, lo fa non da teologa, ma da penitente, da poeta che usa un linguaggio che non vuole sempre aiutare la comprensione, un linguaggio che viene maneggiato come una tastiera, una pianola che si rifà – dice Valli – alla lezione simbolista. Certe sue liriche hanno quella stranezza il cui tormento è un incanto e il cui incanto è un tormento. A tratti suona la grancassa e il tamburo come una sorta di banditrice della nostra coscienza, da cristiana crocifissa, da alchimista dello spirito. Lo fa, come detto, in piena libertà espressiva, sfidando tutto e tutti, anche l’azzardo dei significati comuni, le leggi della dissonanza, la realtà oggettiva, attuale, storica, materialistica, nichilistica, che viviamo tutti noi, e “che odora di sangue e di paura”.

“Il suo – dice Donato Valli – è uno sguardo “postumo”, di una che conosce già quello che dovrà accadere, avendo avuto la drammatica verifica nel corso dei secoli che ci separano da quell’evento premonitore; perciò non può che fare il bilancio negativo dell’umana condotta. Cosa resta nel mondo, tra la gente, della presenza e della vita di Gesù?

La luce, forse la luce “che si esprime in corse e cavalcate lunari / riduce a buio la vuota maschera del teatro…/ raduna a terra la polvere di stelle…sfama di gioia e sazia di pace.

La luce “che irrompe in un mondo vuoto di contenuti, che trasforma la parola in pura poesia, quella luce che ci prende per mano e ci accompagna nel regno incantato di Dio, fatto di pura luce, quella stessa luce che scuote fino dalle fondamenta la “monade”, roccaforte della nostra vanità


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