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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 144 - (25 febbraio 2015) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Giovedì 26 Febbraio 2015 07:08

La situazione economica della Grecia

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 25 febbraio 2015]

 

L’Italia non è la Grecia, ma le affinità fra i due Paesi, per quanto attiene alla struttura economica, non sono marginali. Fra queste, l’elevato debito pubblico, l’elevata evasione fiscale, l’elevata disoccupazione (prevalentemente giovanile) e soprattutto una specializzazione produttiva in settori a bassa intensità tecnologica accomunano le due economie, sebbene, ovviamente, con ordini di grandezza assai diversi. In particolare, l’Italia, a differenza della Grecia, non ha mai sperimentato tassi di crescita negativi nell’ordine dell’8% (come accaduto in Grecia nel 2011), né ha mai fatto registrare un rapporto debito pubblico/Pil del 175% (come nella Grecia del 2014), attestandosi questo rapporto, ad oggi, al 135%. Ma soprattutto, mentre la Grecia ha sempre avuto una specializzazione produttiva in settori a bassa intensità tecnologica (agricoltura e turismo, in primis), l’economia italiana è stata un’economia industriale, per poi sperimentare, almeno a partire dall’inizio degli anni novanta, un intenso processo di deindustrializzazione che la rende ora sempre più simile a quella greca.

Il programma economico di Syriza ha come punto essenziale la rinegoziazione del debito e il rifiuto di mettere in campo ulteriori misure di austerità. Dovrebbe essere ormai del tutto chiaro che le politiche di austerità, oltre a essere socialmente insostenibili (non solo per la Grecia), sono anche controproducenti per l’obiettivo di ridurre il rapporto debito pubblico/Pil, come peraltro certificato dallo stesso Fondo Monetario Internazionale. Su questo aspetto, la posizione di Syriza è assolutamente convincente ed è auspicabile che, su questo punto, vi sia un “effetto contagio” in altri Paesi europei. Ma qui si pongono almeno due ordini di problemi.

1) Un primo problema consiste nella rinegoziazione del debito. Si consideri preliminarmente che il debito greco è già stato rescheduled, ovvero, si è già consentita la posticipazione del pagamento degli interessi. Nelle condizioni istituzionali date, qualunque richiesta greca di ulteriori operazioni di posticipazione del pagamento del debito, ammesso che sia accolta, sarebbe subordinata alla condizione di attuare “riforme strutturali” e accrescere l’avanzo primario, dunque implementare ulteriori misure di austerità: esattamente ciò che Syriza non vuole fare. Si muove nella direzione giusta, in tal senso, il Ministro Varoufakis, che attribuisce l’intensificarsi della crisi greca agli aiuti chiesti e ottenuti dati dalla c.d. Troika (aiuti che, peraltro, hanno generato l’aspettativa di ulteriori aiuti) dal momento che, da un lato, questi sono stati condizionati all’intensificazione delle misure di austerità e, dall’altro, costituiscono oggi un onere del debito assolutamente insostenibile. E' per questo che il governo Tsipras non vuole nuovi aiuti, e propone di indicizzare i titoli di Stato al tasso di crescita.

2) Un secondo problema attiene alla struttura produttiva greca e, dunque, alle prospettive di crescita di quella economia. Si consideri che, in Grecia, il settore agricolo ha un’incidenza per numero di addetti pari al 13%, con un contributo al Pil di circa il 3%, e che le tecniche utilizzate sono ampiamente obsolete; il settore turistico incide sul Pil nell’ordine dell’11% ed è gestito con assoluto disinteresse per i danni ambientali. Il settore industriale, fatti salvi alcuni poli chimici, è pressoché inesistente. Se non si incide radicalmente su questa configurazione della struttura produttiva, anche nel caso in cui si conceda alla Grecia un allentamento delle politiche di rigore, l’effetto di un aumento della spesa pubblica corrente rischierebbe di risolversi unicamente in un aumento delle esportazioni. Su fonte Banca di Grecia, si stima che il bilancio delle partite correnti è stato sistematicamente in disavanzo almeno a partire dal 2010, nonostante le accentuate politiche di “moderazione salariale” messe in atto, che avrebbero dovuto accrescere la competitività delle imprese di quel Paese.

Non vi è dubbio che si muovono nella direzione giusta (per tamponare l’emergenza sociale) i primi provvedimenti del nuovo governo greco: l’aumento del salario minimo da 439 a 751 euro lordi, lo stop alle privatizzazioni, in primo luogo del porto del Pireo, il ripristino della contrattazione collettiva e reintegro dei dipendenti pubblici il cui licenziamento è stato giudicato incostituzionale, l’accesso al pronto soccorso anche per chi non ha un’assicurazione sanitaria, l’elettricità gratuita per i 300.000 poveri a cui era stata tagliata. Ma non vi è dubbio che occorre fare di più, e il Governo greco ne è ben consapevole.

La Grecia (come l’Italia) ha bisogno di un piano di investimenti pubblici finalizzato alla crescita della domanda interna ma anche alla crescita della produttività del lavoro, per il tramite del miglioramento dello stock di capitale e di maggiori risorse destinate alla ricerca scientifica. Per quanto è dato sapere, è questa la strategia che il Ministro delle Finanze greco intende perseguire. Il problema consiste nel reperire le risorse necessarie per finanziare gli investimenti. E’ evidente che, data la sua struttura produttiva e la povertà diffusa, la Grecia non può sperare di finanziare un ingente piano di investimenti attingendo a maggiori entrate fiscali derivanti da incrementi di tassazione su famiglie e imprese. Potrebbe tuttavia adottare più incisive misure di contrasto all’evasione fiscale, ma, data l’entità del rimborso del debito e sebbene siano provvedimenti necessari, possono rivelarsi insufficienti. Occorrono dunque finanziamenti esterni e, su questo, si profilano due scenari, che attengono ai rapporti di forza fra il Governo greco e la Commissione Europea.

a) Un primo scenario fa riferimento a un possibile un impegno diretto della  Banca Europea per gli investimenti (BEI). Si tratterebbe di un impegno che rientra nelle sue finalità istituzionali, considerando che l’art.198E del suo Statuto rende possibile “il finanziamento dei […] progetti contemplanti la valorizzazione delle regioni meno sviluppate” .

b) Un secondo scenario riguarda la dichiarazione di default. Per quanto è possibile far previsioni in questo caso, un eventuale default comporterebbe, da un lato, per la Grecia serissime difficoltà nel reperire risorse sui mercati finanziari, a seguito dell’aspettativa che il debito venduto possa non essere rimborsato, dall’altro, ingenti perdite per i suoi creditori.

Si consideri che il debito pubblico greco ammonta a ben 322 miliardi di euro e che, stando a quanto comunicato dal Ministero delle Finanze ellenico alla fine del terzo trimestre 2014, i titoli di Stato sono solo per il 17% in possesso di soggetti privati. Il 62% è detenuto dai governi dell'Eurozona, il 10% dal Fondo Monetario Internazionale e l’8% alla BCE, mentre il restante 3% è custodito nella Banca centrale greca. I governi dell'Eurozona, tra prestiti bilaterali concessi in occasione del primo salvataggio nel 2010 e fondi elargiti attraverso il “Fondo Salva Stati”, sono esposti complessivamente per 195 miliardi di euro. Il primo creditore della Grecia è la Germania con 60 miliardi, cui segue la Francia con 46. L'esposizione dell’Italia ammonta a circa 40 miliardi, cui seguono la Spagna con circa 26 miliardi e l’Olanda con circa 12 miliardi. Dunque, un eventuale default greco implicherebbe perdite ingenti per queste istituzioni e soprattutto per la Germania, principale creditore della Grecia e, contestualmente, anche perdite per la Grecia. Stando così le cose, dovrebbe convenire a tutti evitare che la Grecia dichiari fallimento e abbandoni l’euro.


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