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Prosa
Scritto da Antonio Mele/Melanton   
Martedì 03 Marzo 2015 07:43

[“Il Galatino” anno XLVIII n. 2 del 30 gennaio 2015]

 

Il titolo di oggi – omaggio cordiale a Massimo Catalano, scomparso nella primavera dello scorso anno, trombettista di jazz, indimenticabile e ironico ‘battutista  dell’ovvio’ nella popolare trasmissione di Arbore “Quelli della notte” – riapre il mai chiuso discorso sulla sanità pubblica.

Permettetemi, cari Lettori, di andare per una volta controcorrente, conoscendo anch’io quanto sia diffuso (ma spesso impropriamente) il concetto di ‘malasanità’.

Dichiaro intanto il mio massimo e convinto rispetto per chi sia malauguratamente incappato in casi deleteri di cure o interventi sbagliati. Nessuna giustificazione è, in tali casi, sostenibile né consentita. Tuttavia, non è parimenti sostenibile, né consentita, ogni forma di generalizzazione, stigmatizzando e criticando ‘a prescindere’  l’operato di centinaia di migliaia di persone, che pure si adoperano – con competenza, responsabilità e dedizione – per la nostra salute.

È mio desiderio, e anche dovere, spezzare quindi per una volta una lancia a favore della classe medica in particolare, e dell’intero sistema sanitario, che troppo spesso è nell’occhio del ciclone. Potremo forse non trovarci d’accordo su alcuni concetti, ma parlarne e confrontarsi senza pregiudizi e con massima serenità sarà di certo una cosa buona e giusta.

Parto da una mia convinzione di fondo. O meglio, da un principio di per sé incontestabile, conseguente a questa domanda, all’apparenza semplicistica: «Sono in maggior numero le vite umane che l’apparato sanitario nazionale ha salvato, e salva, in una giornata (o in un mese, o in un anno) o le morti derivate da errori, superficialità, imprevidenze o inadeguatezze?».

Certo, è fin troppo evidente che – laddove accertati – il malaugurato errore di un chirurgo, la diagnosi sbagliata dello specialista, la cura inadeguata, le distrazioni o imprecisioni o incurie di un assistente possono causare danni irrimediabili. Al punto che, in medicina, non può in alcun modo trovar posto l’enunciato “Errare humanum est”.

Ma, in tutta coscienza e onestà mentale, non ritengo che si possa, né si debba condannare in modo generico o generalizzato l’intera operatività del personale sanitario – medico, tecnico, infermieristico – allorché la vita giunge in modo del tutto naturale alla sua conclusione. Non mi va, insomma, di accodarmi ad un mugugno diffuso e consolidato di disistima che non condivido, essendo anch’io un ‘paziente’ e avendo avuto riscontri – grazie al Cielo e agli Addetti – sempre positivi, in strutture talora d’emergenza, sia al nord del nostro Bel Paese (Recco, per esempio) come al centro (Roma, mia città di residenza) o nel nostro sud (Gallipoli e Lecce).

Non disconosco, naturalmente, che le cronache ci raccontano talvolta di infausti o deprecabili ‘incidenti’ di percorso.

Il fatto è che una notizia cattiva fa sempre più rumore di mille o centomila buone notizie. E nella sanità pubblica in particolare, basta il ritardo di un’autoambulanza a far gridare allo scandalo, sminuendo invece, se non ignorandoli del tutto, i numerosi e ‘normali’ interventi salvifici, provvidenziali, risolutivi.

È nella natura umana guardare il bello e il brutto con occhi e animo diversi. Per questo, è mio fermo desiderio evidenziare – con piccoli esempi, ma all’occorrenza anche con statistiche alla mano – quanto di buono ci sia in questo settore, assumendomi il ruolo, forse scomodo, se non proprio di ‘paladino’, quanto meno di legittimo testimone a favore dell’operato dei molti nostri dimenticati o non sufficientemente apprezzati ‘angeli custodi’ in camice bianco, e invitando ad affidarsi a loro con maggiore serenità e fiducia di quanto solitamente non si faccia.

Con gli auguri di buona salute a tutti!

 


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