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Italia, un paese sprecato - (2 aprile 2015) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Ferdinando Boero   
Sabato 04 Aprile 2015 06:59

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di giovedì 2 aprile 2015]

 

I giornali italiani, in questi giorni, sono dominati da notizie che fanno a pugni tra loro. La nostra produzione di laureati è nettamente inferiore rispetto a quella dei paesi più avanzati, e abbiamo un forte deficit di alta formazione. Però migliaia di laureati italiani vanno a lavorare in paesi che competono con il paese che li ha formati. Gran parte di loro è stata formata in strutture pubbliche: lo stato ha pagato per produrre un capitale di conoscenze e poi lo ha regalato alla concorrenza.

Allora, dobbiamo produrre più laureati? Oppure ne produciamo troppi, visto che li regaliamo? Si dice anche che l’Università non sia collegata al mondo del lavoro e che si formino inutili figure professionali. Però negli altri paesi sono considerate utili.

Forse le cause di tutto questo sono da ricercarsi altrove, e non nell’Università. Galvani scoprì l’elettricità, Volta inventò il modo per produrla. Fermi, iniziò l’era atomica. Meucci il telefono. Olivetti il computer. Natta la plastica. Giovanni Francia il solare. Marconi le telecomunicazioni. Cervelli che, con le loro invenzioni e scoperte, hanno cambiato il mondo. Ma le loro risorse non sono state utilizzate alla meglio dal loro paese natale. Potremmo essere i primi al mondo, ma non lo siamo. Non facciamo squadra e il paese è in mano agli squali della corruzione. Abbiamo le risorse del genio, ma non abbiamo quelle dell’organizzazione e del passaggio di scala, da quella individuale (del genio, appunto) a quella della produzione industriale. Siamo riusciti a realizzare colossi industriali, in passato, ma ora se li comprano i cinesi. Come mai per loro è un affare comprare e per noi è un affare vendere? Non è che pensano di riuscire a guadagnare molto di più di quel che han speso? L’azienda cinese che ha comprato Pirelli è statale. Da noi si decantano le privatizzazioni, e lo stato è uguale a sprechi e inefficienza. Ma l’unica azienda di dimensioni enormi è proprio lo stato. Ed è lo stato che potrebbe competere, come sistema Italia, con i colossi stranieri. Ma per noi lo stato è un nemico, una brutta parola. Vuoi mettere il privato? Lo vediamo come funziona bene, il privato. L’Alitalia, affidata ai capitani coraggiosi, è finita in mano agli sceicchi.

Il problema non è l’Università, il problema è culturale. Culturalmente, da noi, la furbizia è considerata una dote, mentre la competenza è considerata una spavalderia vuota. L’onestà è sinonimo di stupidità. Un sistema paese che depenalizza il falso in bilancio, che è dominato dalla corruzione delle confraternite, della malavita organizzata e dal familismo non può che fallire.

Negli ultimi anni l’Università italiana si è vista tagliare i bilanci di un miliardo di euro complessivi. E quindi lo stato ha già deciso. E’ inutile puntare sulla qualificazione, sono soldi gettati. Tanto poi i laureati se ne vanno, e se ne vanno perché noi non sappiamo che farcene. Tanto vale non produrne più, e limitare al massimo le spese. I figli dei ricchi se ne andranno a studiare in ottime università straniere, e le nostre università saranno ridimensionate. Dimenticavo: i professori universitari sono una casta da bastonare. Fannulloni profittatori. Poco importa se il loro lavoro produce laureati che gli altri paesi sanno benissimo come utilizzare. Colpevolizziamoli e disincentiviamoli, così accetteranno i ridimensionamenti con rassegnazione.

Si dice che la civiltà di un paese si vede dalle sue carceri, ma io ci metterei anche le università. Prima ho decantato le invenzioni degli italiani e il fatto che il paese non primeggi in nessuno dei campi che i nostri cervelli hanno inventato o rivoluzionato. Ho volutamente dimenticato l’invenzione delle università, a Bologna e subito dopo a Padova. Se è per questo, con il Banco di San Giorgio di Genova, abbiamo inventato anche le banche moderne.

Indubbiamente, l’Italia è da secoli il laboratorio di progettazione dell’umanità. Ma in una sana azienda la buona progettazione non basta. Bisogna saper produrre quel che si è progettato e bisogna saperlo vendere. E qui potremmo parlare di come sappiamo gestire il nostro patrimonio culturale e naturale. Perché primeggiamo anche in questo. Abbiamo un tesoro inestimabile e lo abbiamo da sempre affidato a una banda di predoni incapaci, che lo hanno dilapidato. Vale il connubio di genio e sregolatezza. Senza deviazione dalla norma il progresso non è possibile, diceva Frank Zappa. Un grande deviatore dalle norme di tutti i tipi. Ma poi era implacabile nell’organizzazione delle sue orchestre e nella gestione economica del capitale culturale che aveva prodotto. Tra parentesi, anche Zappa era italiano, ma ha sviluppato le sue idee in USA. In Italia tutt’al più avrebbe vinto a Sanremo.

 


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