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Sigismondo Castromediano, il duca bianco PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giuseppe Caramuscio   
Domenica 05 Aprile 2015 07:41

Alessandro Laporta, Il duca bianco di Cavallino. Nuovi contributi, Quaderni del Centro Studi “Sigismondo Castromediano e Gino Rizzo” 3, Galatina, Mario Congedo Editore, 2013, pp. 136.

 

L’aggiornamento degli studi su Castromediano, oltre ad essere veicolato da lavori collettanei generati dalla collaborazione di competenze specialistiche integrate, ha visto recentemente anche l’uscita di un volume dalle tematiche più circoscritte ma abbastanza omogenee al loro interno. L’autore della presente pubblicazione, notissimo direttore della Biblioteca Provinciale di Lecce, ci ha da sempre abituati alla presentazione di studi originali, frutto di fertili intuizioni e di un interrotto lavoro di scavo in archivi inesplorati – come quelli privati – o in biblioteche spesso remote dal punto di vista geografico. Non sappiamo se apprezzare, di Alessandro Laporta, più la profonda conoscenza della cultura storica e letteraria dell’antica Terra d’Otranto o la disponibilità con cui egli si mette al servizio della comunità scientifica e della società civile, ai fini della buona riuscita di svariate iniziative culturali. Non sarebbe corretto, tuttavia, rapportare tout court tali tratti alla figura di un generalista del sapere, perché la sua produzione, fondata su una solida formazione umanistico-letteraria, si è progressivamente specializzata dapprima nella disamina critica delle storie municipali e, successivamente, in un’area prossima alla sua professionalità, ossia la storia dell’editoria, disciplina peraltro di cui è stato stimato docente presso l’Ateneo salentino. Al personale approfondimento di Castromediano lo ha condotto, come ci rivela egli stesso nella Presentazione dello stesso volume, l’esigenza, manifestatasi molti anni prima, di conferire una veste editoriale a certi scritti storiografici inediti del patriota salentino.

Nello scorso febbraio Laporta è riuscito addirittura a rintracciare, in una biblioteca di Chicago, uno scritto sul duca di Cavallino, il cui autore è un medico che, affascinato dalla storia del Risorgimento italiano, aveva letto le Memorie del patriota salentino, per poi proporre una sua interpretazione del personaggio in una conferenza. Se, grazie alla sua sagacia investigativa, lo studioso è pervenuto a un siffatto risultato, abbiamo motivo di ritenere che egli avesse da tempo ipotizzato fertili piste anglo-sassoni in grado di offrirci elementi inediti sulla fortuna di Castromediano, che, a quanto pare, ha destato interesse – prima d’ora generalmente insospettato – anche oltre i confini nazionali, come già per i più noti Mazzini e Garibaldi, ammirati anche da autorevoli supporters negli USA e in Gran Bretagna.

Il volume raccoglie otto contributi, sette dei quali presentati da Laporta in occasione di convegni tenutisi tra il 2007 e il 2013, già inseriti e pubblicati negli atti ad essi relativi. Il direttore ha avvertito l’esigenza di comporli in un quadro sufficientemente unitario, proponendoli al pubblico in modo da testimoniare lo stato di avanzamento del progetto, nella prospettiva di un suo sviluppo più organico. Due ci sembrano i fili più evidenti che tengono insieme i diversi saggi: l’approccio al personaggio mediante i suoi scritti e la sua biblioteca e la lettura che di Castromediano danno tre suoi accreditati interpreti nell’arco dell’ultimo secolo: lo scrittore e critico di Manduria Giuseppe Gigli, lo scrittore originario di S. Cesario di Lecce Michele Saponaro e il giornalista barese molto legato al Salento, recentemente scomparso, Giuseppe Giacovazzo. Tre incontri, tre rappresentazioni differenti ma non dissimili, espressioni di sensibilità storico-letterarie maturate tra un clima ancora post-risorgimentale e i giorni nostri; se vogliamo, un dialogo a distanza tra Castromediano e i suoi interpreti.

Laporta ci rammenta come l’attività di critico letterario del Gigli avesse da tempo rivelato un notevole interesse per le figure del nostro Risorgimento: la proposta dell’editore modenese Formiggini, promotore di una collana ad uso divulgativo (Profili), lo trova quindi disponibile ad affiancare, ad altre agili monografie sui grandi personaggi della Storia, un libretto su Sigismondo Castromediano, con cui peraltro aveva instaurato una breve corripondenza a proposito del comune interesse per le tradizioni popolari. È un ritratto disegnato a breve distanza dalla scomparsa del duca e dalle celebrazioni del primo cinquantenario dell’Unità d’Italia (1913). Il Profilo di Gigli, peraltro ripubblicato in stampa anastatica in occasione delle celebrazioni per il bicentenario della nascita del duca, risente della sua finalità originaria, e questo ci può spiegare le reazioni della critica, molto contrastanti tra loro, che seguirono al suo apparire.

Laporta, ancora, individua l’humus culturale e psicologico nel quale la memoria di Castromediano è stata coltivata da Saponaro, anch’egli autore di vari scritti sul Risorgimento e direttore di una collana della Garzanti a carattere commemorativo-educativo. Nel romanzo edito nel 1925 (Adolescenza), il contesto narrativo in cui egli colloca la figura del duca utilizza un topos tipicamente pedagogico, ossia la visita guidata al Castello dei Castromediano vissuta attraverso lo sguardo di un  bambino. Nell’ambiente, una scolaresca non molto partecipe trova un duca ormai alla fine dei suoi giorni (un monumento vivente) e viene orientata alla comprensione della storia italiana attraverso la narrazione di un continuum – abbastanza utilizzato nella letteratura educativa – tra vari episodi storici del nostro passato, dalla Disfida di Barletta alla repubblica partenopea del 1799.

Giuseppe Giacovazzo, infine, riprende la storia del lunghissimo rapporto tra Sigismondo e Adele Savio, una giovinetta torinese conosciuta e frequentata durante la permanenza del patriota esule nella capitale del Regno sabaudo, storia destinata da subito all’impossibilità della destinazione matrimoniale per condizioni oggettive (la notevole differenza di età fra i due e la distanza geografica). Giacovazzo, confezionando un romanzo per il grande pubblico (edito nel 2007), a giudizio di Laporta rilegge tale relazione sentimentale come una metafora dell’incontro/scontro tra il Nord e il Sud di un’Italia non ancora unificata, che passa attraverso una vicenda atipica per i giorni nostri, costruita tutta sulla scrittura epistolare ottocentesca e sul clima psicologico di segno prettamente romantico che ne scaturisce.

Dal suo privilegiato osservatorio di bibliotecario, Laporta cerca di rintracciare, seguendo vari percorsi (dall’epistolario al diario sino alle Memorie), gli interessi culturali del personaggio. Ne costituisce tappa obbligata la ricostruzione virtuale della biblioteca personale, oggi non conservata nel suo ordine originale. L’autore individua i nuclei portanti intorno a cui si definiscono gli interessi del patriota e dell’uomo di cultura: per l’attualità politica, internazionale e italo-meridionale, i classici testi di Benjamin Constant e di Michele Bianchini, nonché un libro molto diffuso all’epoca sull’opera politica del Cavour (un primo bilancio in chiave politico-diplomatica, dell’unificazione nazionale); i classici dell’antichità greca e latina, con un occhio particolare per la storiografia (Polibio, Livio) e la trattatistica scientifica (Plinio). Alcuni studi sul tarantismo confermano l’attenzione per quanto concerne le tradizioni popolari; la storia di Terra d’Otranto viene letta attraverso le firme più accreditate del settore, sia le più antiche come il Galateo, il Ferrari, il Marciano che quelle contemporanee di Giacomo Arditi, Luigi G. De Simone e Pietro Palumbo. Emergono dall’epistolario le comprensibili difficoltà del duca nel ricordare autori e titoli di volumi (citati nelle lettere dal carcere), sui quali Laporta avanza convincenti ipotesi. Né mancano interessi su Giambattista Vico, autore riscoperto in epoca romantica; si avverte l’apertura alla letteratura europea nel leggere autori di differente ispirazione ideologica quali Carlyle e Lamennais e i fautori del romanzo storico come Walter Scott. Se negli anni della prigionia può fruire della letteratura edificante passatagli dagli assistenti spirituali, apprende in ambiente natio delle poesie di Giannina Milli, abbastanza diffusa e in comunicazione epistolare anche nelle nostre zone. Significativa è la lettura degli scritti del gesuita padre Antonio Bresciani, il cui sfoggio di erudizione ci è indispensabile per una più completa comprensione della cultura ottocentesca.

Laporta seleziona, tra gli innumerevoli spunti offerti dalle Memorie carcerarie del duca, le annotazioni da questi registrate sul famigerato brigante Tallarico, la cui detenzione per un breve periodo coincise con quella sua. Dopo averci informato sulle altre fonti relative al personaggio, Laporta ci fa comprendere come questo ritratto sia uno dei simboli del degrado morale, prima ancora che politico-amministrativo, con cui il Castromediano stigmatizza il regime borbonico che, incapace di assicurare alla giustizia un pericoloso delinquente, addiviene a compromesso assicurandogli un trattamento molto privilegiato. In tutta la sua carriera politica il Nostro identificherà il brigantaggio meridionale esclusivamente come un fenomeno malavitoso e si mostrerà stupito davanti all’appoggio di gran parte delle popolazioni ai briganti.

Il volume è completato dall’unico saggio inedito, che propone una prima schedatura degli articoli che il Nostro invia alla stampa periodica salentina, per lo più in forma di lettere, su temi di più viva attualità: un lavoro appena iniziato dal Laporta, bisognoso di integrazioni, come egli stesso ci avverte. Altrettanto in fieri è l’opera di catalogazione e di regestazione delle lettere che hanno il Castromediano quale destinatario. Laporta riannoda così fili sparsi del bagaglio e dei modelli culturali acquisiti dal patriota nel corso della sua lunga e intensa attività, non del tutto spezzata nemmeno dalla prigionia. Il Risorgimento proposto da Laporta va a collocarsi a pieno titolo nell’indirizzo storiografico che da una ventina d’anni a questa parte sta lavorando per nuovi approcci alla storia italiana ed europea dell’Ottocento, il cui frutto più notevole a livello nazionale (e ultimo in ordine di tempo) è l’imponente Il Risorgimento, Storia d’Italia, Annali 22, Einaudi, 2007, curato da Alberto Mario Banti e Paul Ginsborg. Scopo di tale orientamento è far rivivere la “cultura profonda” di quell’epoca, attraverso l’osservazione della mentalità, delle emozioni, delle traiettorie esistenziali, dei progetti pubblici e privati delle donne e degli uomini. I saggi qui raccolti risultano così particolarmente utili non solo per l’arricchimento della conoscenza del patriota, ma anche perché diversi di essi forniscono ampie informazioni ed elementi di orientamento per la storia dell’editoria o per la fortuna di certi libri, oggi a noi pressocché ignoti.  Ad avvicinarci ancor di più al tempo e alla sensibilità personale del Castromediano contribuiscono non poco pregevoli riproduzioni (anche a colori), di alcuni frontespizi di volumi da lui posseduti (anche del Cinque e Seicento) e in seguito donati alla costituenda Biblioteca Provinciale di Lecce.

Lo studioso non tradisce nemmeno in quest’occasione la propria mission di divulgatore culturale, ponendosi in continuità ideale con due recenti lavori cinematografici, molto diversi fra loro per tema e impostazione narrativa, convergenti però nel contribuire ad una nuova elaborazione (o alla demistificazione) della rappresentazione collettiva del Risorgimento italiano: Noi credevamo (sulla delusione dei patrioti) e Il giovane favoloso (su Leopardi), entrambi diretti da Mario Martone. Laporta trasporta anche il lettore meno attrezzato in avvincente gioco di specchi, che solo una scrittura colloquiale e avvincente come la sua riesce a rendere fruibile, e consente di apprezzare il lavoro specialistico di scavo che la presuppone. Tutto questo lascia sperare in un lavoro ancora più organico, magari arricchito dalla scoperta di nuovi inediti.


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