Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Anticipo orario conferenza di venerdì 23 marzo
Come anticipato a voce ieri, in occasione della emozionante performance poetica organizzata dal nostro Laboratorio di poesia, la conferenza di venerdì 23 marzo della prof.sa Alberta Giani... Leggi tutto...
Per ricordare meglio la nostra visita a Cavallino
Uno dei momenti più emozionanti della nostra gita culturale a Cavallino, domenica scorsa, è stata la lettura  di un breve estratto dalle memorie del duca Sigismondo Castromediano (Carceri e... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
Home
C'è Musica e … Musica 2. Piedigrotta e la grande Canzone Napoletana I PDF Stampa E-mail
Musica e Teatro
Scritto da Giuseppe Greco (musicologo)   
Lunedì 06 Aprile 2015 06:53

La storia della canzone italiana non può prescindere da quella della canzone napoletana, che nei confronti di essa può vantare indubbi diritti di paternità. Ma la storia della canzone napoletana non può neanche confondersi con quella della nostra canzone popolare. Nata, infatti, come forma di folclore musicale, la canzone napoletana non è stata solo la prima a conquistare la dignità del pentagramma, attirando fin dal primo Ottocento l'attenzione appassionata di ricercatori e studiosi, ma ha anche, fin da allora, stimolato l'interesse e la fantasia di poeti e musicisti. Essa è l'espressione, oltre che della musicalità, della filosofia esistenziale di un popolo e della sua storia.

In questa storia la Festa di Piedigrotta e la sua tradizione canora hanno un posto rilevante. La festa già anticamente si svolgeva ai piedi di una grotta, la Crypta Neapolitana detta di Pozzuoli o di Posillipo, una galleria artificiale (alta 10 mt. e lunga ca. 700) scavata nel tufo della colli-na di Posillipo tra Mergellina e Fuorigrotta in epoca romana, probabilmente nel I secolo a.C., forse per agevolare le comunicazioni tra Napoli e Pozzuoli.  L'ingresso principale si trova nel parco della tomba di Virgilio, sede anche della tomba di Leopardi.  Assunse da subito valore di simbolo materno e uterino, ma anche di passaggio tra la morte e la vita, tra la luce e il buio.  Fu costruito anche un tempio a Priapo, dio della fertilità dall'esagerato organo virile, e nelle notti di settembre si celebravano i Baccanali, festività religiose pagane a sfondo propiziatorio con riti orgiastici.

Il luogo era allora lontano dal centro cittadino e la festa era l'occasione per una bella scampagnata allietata da canti e danze. Anche Petronio Arbitro nel Satyricon fa menzione dei baccanali che vi si svolgevano e Svetonio nella Vita dei Cesari ricorda che anche Nerone, che si riteneva grande cantante e musicista, volle venire a Napoli per esibirsi al cospetto della cittadinanza partenopea, considerata musicalmente più competente dei Romani ad apprezzare la sua arte.  Col passare del tempo le pratiche pagane furono affiancate e poi, dopo il III secolo, sostituite da quelle cristiane con il culto di Maria Vergine, alla quale fu dedicata la chiesa costruita proprio sulle rovine dell'antico tempio di Priapo. La chiesa divenne centro della devozione del borgo marinaro nonché meta di pellegrinaggio. Si andava, infatti, a rendere omaggio alla Madonna di Piedigrotta la notte tra il 7 e l'8 settembre (natività di Maria) e progressivamente la festa fu arricchita con carri allegorici e parate militari (nel 1744 con Carlo III), dopo che nel 1731 era nata la Confraternita dei pescatori di Chiaia che curava le processioni. In attesa di entrare in chiesa i Napoletani ballavano e cantavano davanti alla grotta illuminata con torce. Nacque così l'usanza di una sfida canora tra i vari gruppi di pellegrini.

La svolta si ebbe nel 1835 col successo di I' te voglio bene assaje, attribuita a Donizetti, che vendette ben 180.000 copielle. Questo attirò anche l'interesse degli editori di musica classica e nacque così la Piedigrotta delle canzoni, che, a parte un'interruzione dal 1861 al 1876, si  tenne ogni anno a settembre fino al 1952, quando fu associata al Festival di Napoli, e poi sospesa nel 1982.

 

Come per la canzone popolare si suole principiare da Jesce sole così per quella d'arte e d'autore il punto di partenza è costituito da I' te voglio bene assaje, che si vuol fare risalire al 1835 mentre sussistono valide ragioni per spostarla al 1839. In particolare quella legata a una testimonianza di Luigi Settembrini, il letterato e patriota napoletano arrestato per cospirazione tra il maggio 1839 e il gennaio 1841 e rinchiuso nel carcere di Santa Maria Apparente. Una mattina, come ebbe a scrive-re più di trent'anni dopo nelle sue Ricordanze, giunse da lontano a lenire le sue pene il dolce canto di una voce di donna.  Al carceriere Settembrini chiese di chi fosse la voce e quale la canzone. “E' mia figlia” rispose costui, ed aggiunse che il motivo era quello di una canzone nuova Te voglio bene assaje, e tu non pienze a me. E alla sua “ricordanza” lo scrittore aggiunse: “Ogni anno a la festa di Piedigrotta, l'8 di settembre, il popolo napoletano va nella grotta di Pozzuoli, e lì l'uno sfida l'altro a cantare improvviso, e la canzone giudicata più bella si ripete da tutti: è la canzone dell'anno. Ce ne sono delle belle; questa fu tra le bellissime, ed io non posso dimenticarla. Tre cose belle furono in quell'anno: le ferrovie, l'illuminazione a gas e Te voglio bene assaje”.

E' questa una, e forse la più convincente, delle testimonianze addotte da Ettore De Mura, autore di una dotta e ponderosa Enciclopedia della Canzone napoletana, per datare correttamente la celebre canzone e farla non antecedente (1835), come la vogliono alcuni, ma contemporanea della Napoli-Portici, la prima linea ferroviaria italiana (1839). Sembra invece che non vi siano dubbi sull'autore dei versi, Raffaele Sacco, verseggiatore straordinario, capace di improvvisare in versi su qualsiasi argomento, di mestiere “occhialaro”, che non vuol dire ottico, ma mercante di occhiali. Costui è espressione della nuova classe sociale, la borghesia, che come nel resto d'Europa anche nella città del golfo sta emergendo e che avrà, tra i suoi svaghi, un nuovo genere musicale, la canzone, con i suoi poeti e i suoi musicisti.  Già, ma nel caso di Te voglio bene assaje chi è il musicista?

La tradizione suole attribuirne la paternità a Gaetano Donizetti. Se fosse nata nel 1835, anno in cui Donizetti presentò al Teatro San Carlo il 26 settembre, poco dopo dunque la festa di Piedigrotta, la sua nuova opera (e il suo capolavoro) Lucia di Lammermoor, tale paternità sarebbe anche possibile

(anche se il motivo somiglia più all'aria Vi ravviso o luoghi ameni della belliniana Sonnambula).

Ma nel 1839 Donizetti era ben lontano e impegnato a Parigi. Scartata l'alternativa facile del solito anonimo si può ragionevolmente concordare col De Mura, che sulla scorta di documentate ricerche ne attribuisce la composizione al maestro Filippo Campanella, compagno indivisibile del Sacco. I' te voglio bene assaje segna il passaggio dalla musica popolare alla canzone d'autore e per mol-te edizioni di Piedigrotta fu quasi un inno ufficiale della musica napoletana. Il componimento scritto fu piuttosto lungo e la sua forza penetrativa nella massa di ascoltatori gli venne conferita dal ritornello accattivante e orecchiabile che concludeva ogni strofa (riporto qui la prima):

 

TE VOGLIO BENE ASSAJE

 

(Campanella, Sacco – 1839)

 

Pecché quanno me vide
te 'ngrife comm' 'a gatto?
Nenne' che t'aggio fatto
ca no mme puo' vedé?
Io t' 'aggio amato tanto,
si t'amo tu lo saie

I'   Te voglio bene assaie
e tu nun pienze a me.

Perché quando mi vedi,
ti innervosisci come un gatto?
Bimba che ti ho fatto,
che non mi puoi più vedere?
Io ti ho amato tanto,
se ti amo tu lo sai.

Io ti voglio tanto bene
e tu non pensi a me.

Notevole, tra le tante, l'interpretazione di Massimo Ranieri.

Dieci anni dopo, nel 1849, è la volta di un'altra canzone di successo, Santa Lucia, questa sì accostabile a Donizetti, all'aria di Com'è bello, quale incanto dalla Lucrezia Borgia (1833).

Donizetti era amico e collaboratore di Guglielmo Cottrau, grande cultore e raccoglitore di melodie popolari napoletane nonché valente compositore, il cui figlio, Teodoro, a soli ventuno anni compose Santa Lucia su un testo in dialetto del barone Michele Zezza (“Comme se fricceca/ la luna chiena/ lo mare ride,/ ll'aria è serena...). Poeta, letterato, giornalista e musicista, deve la sua fama soprattut-to a questa canzone che avrà un successo mondiale con un testo in lingua (“Sul mare luccica/ l'astro d'argento,/ placida è l'onda,/ prospero è il vento...), scritto da un colonnello del Commissariato Ma-rina, ma anche giornalista e poeta, Enrico Cossovich, e pubblicato come “barcarola”, propriamente “canto di barcaiuoli”, dal ritmo calmo e cullante ispirato al dondolio della barca e al cadenzare della voga.  I versi celebrano il pittoresco aspetto del rione marinaro di Santa Lucia cantato da un barcaiolo che invita a fare un giro sulla barca per meglio godere il fresco della sera. Divenne un successo internazionale, interpretato dai più grandi tenori (Caruso, Di Stefano, Schipa e altri).

Testo in lingua italiana

Sul mare luccica
l’astro d’argento.
Placida è l’onda;
prospero è il vento.
Venite all’agile
Barchetta mia!
Santa Lucia, Santa Lucia

Con questo zeffiro
così soave,
oh! Com’è bello
star sulla nave!
Su passeggeri
venite via!
Santa Lucia, Santa Lucia.

(…)

 

Nel 1861 la tradizione festaiola e canora di Piedigrotta fu interrotta. Riprese nel 1876, ricomparvero i carri allegorici e si ricominciò a creare canzoni.

Nel 1880 viene inaugurata la funicolare che da Pugliano s'inerpica sulle pendici del Vesuvio, tipica impresa tecnologica di un'epoca che vide il traforo del Sempione e l'ergersi della Torre Eiffel.

Si avvicina Piedigrotta e Giuseppe Turco, fondatore di Capitan Fracassa, che era andato  a fare la cura delle acque, come allora si diceva, cioè i bagni termali, a Castellammare di Stabia, vi incontra Luigi Denza, grande compositore di romanze, anche lui in vacanza nella villa paterna.  I due amici decidono di divertirsi e di divertire gli altri villeggianti scrivendo una canzone che celebri l'avvenimento e che essi stessi eseguiranno in occasione della sagra: è Funiculì funiculà. Ha un successo travolgente, non solo a Napoli e in Italia, ma in tutto il mondo. L'editore Ricordi ne vende in un an-no un milione di copielle. Bisogna dire che gli autori della canzone avevano saputo cogliere nel motivo contingente un elemento universale. La funicolare che portava in alto, in cima a una montagna, era un simbolo evidente della gioia di vivere, dello slancio esuberante del popolo napoletano in un momento in cui ancora si sentiva erede di un grande passato.

 

Testo originale in dialetto napoletano

Testo in lingua italiana

  1. Aieressera, oi' ne', me ne sagliette,
    tu saie addo'?
    Addo' 'stu core 'ngrato cchiu' dispietto farme nun po'!
    Addo' lo fuoco coce, ma si fuie
    te lassa sta!
    E nun te corre appriesso, nun te struie, 'ncielo a guarda'!...
    Jammo 'ncoppa, jammo ja',
    funiculi', funicula'!
  2. Ne'... jammo da la terra a la montagna! no passo nc'e'!
    Se vede Francia, Proceta e la

Spagna...
Io veco a tte!
Tirato co la fune, ditto 'nfatto,
'ncielo se va..
Se va comm' 'a lu viento a l'intrasatto, gue', saglie sa'!
Jammo 'ncoppa, jammo ja',
funiculi', funicula'!

  1. Se n' 'e' sagliuta, oi' ne', se n' 'e' sagliuta la capa già!
    E' gghiuta, po' e' turnata, po' e' venuta...
    sta sempe cca'!
    La capa vota, vota, attuorno, attuorno,
    attuorno a tte!
    Sto core canta sempe
    nu taluorno
    Sposammo, oi' ne'!
    Jammo 'ncoppa, jammo ja',
    funiculi', funicula'!
  2. Ieri sera, Annina, me ne
    salii,
    tu sai dove?
    Dove questo cuore ingrato non può farmi più dispetto
    Dove il fuoco scotta, ma se fuggi
    ti lascia stare!
    E non ti rincorre, non ti stanca,
    a guardare in cielo!...
    Andiamo su, andiamo andiamo,
    funiculi', funicula'!
  3. Andiamo dalla terra alla montagna!
    non c'è un passo!
    Si vede Francia, Procida e la Spagna...
    Io vedo te!
    Tirati con la fune, detto e fatto,
    in cielo si va..
    Si va come il vento all'improvviso,
    sali sali!
    Andiamo su, andiamo andiamo,
    funiculi', funicula'!
  4. Se n'e' salita, Annina, se n'e'
    salita la testa già!
    E' andata, poi è tornata, poi è venuta...
    sta sempre qua!
    La testa gira, gira, intorno, intorno,
    intorno a te!
    Questo cuore canta sempre
    un giorno
    Sposami, Annina!
    Andiamo su, andiamo andiamo,
    funiculi', funicula'!


Il successo di Funiculì funiculà non andò giù a Martino Cafiero, direttore del “Corriere del Mattino” e animato da forte rivalità con Peppino Turco.  Per contrastarlo propose al musicista Mario Costa il testo di un giovane suo redattore, Salvatore Di Giacomo. Si tratta della bellissima Nannì, inizialmente fischiata ma poi cantata e amata da tutta Napoli,  che nel 1884 prenderà il nome di Napulitanata.  Di Giacomo, figlio di un medico, è un medico mancato. Scrive i primi racconti rappresentando tanto gli ambienti borghesi quanto quelli popolari della sua città con viva e diretta partecipazione, ritraendo dal vero, come prescrive la poetica verista, ma anche con tratti toccanti, poetici e delicati.  Lo si può incontrare nei quartieri più tipici e più poveri, armato di taccuino e dell'immancabile canna di bambù, la nera cravatta svolazzante, i baffi accuratamente volti all'insù, bello, giovane, elegante, un “guappetiello”, come lo definisce Matilde Serao, con la quale rappresenta al meglio quel tipo di letteratura cosiddetta regionalistica, a torto considerata minore.

Notevoli la rappresentazione di drammi realistici e patetici, come in Assunta Spina, e la composizione di poesie dialettali, in Ariette e Sunette,ricche di lirismo e musicalità. Certamente un autore da catalogare tra i grandi poeti, come ebbe a dire Benedetto Croce, senza riserve per la scelta dialettale, “poeta senz'altro”, in quanto la poesia come categoria estetica è espressione universale del sentimento a prescindere dalla lingua utilizzata.

Ed è proprio con  Nannì (la prima poesia di Di Giacomo, diventata poi Napulitanata) più che con Funiculì funiculà, definibile in fondo uno scherzo ben riuscito, che si apre l'era trionfale della “canzone d'arte”.  E' l'amore-passione, di cavalcantiana memoria (Voi che per gli occhi mi passaste il core), che veicolato attraverso gli occhi giunge ad infiammare il cuore.

Tra le interpretazioni, splendida per sentimento e per colore, quella del tenore leccese Tito Schipa del quale ricorre quest'anno  il cinquantenario della morte.

 

NAPULITANATA

 

(Di Giacomo, Costa – 1884)

 

Uocchie de suonno, nire, appassiunate,
ca de lu mmèle la ducezza avite,
pecché, cu sti gguardate ca facite
vuje nu vrasiero 'mpietto mm'appicciate?

Occhi da sogno, neri, appassionati,
che del miele avete la dolcezza,
perchè, con questi sguardi che fate,
voi un braciere in petto mi accendete?

Ve manca la parola e mme parlate,
pare ca senza lacreme chiagnite,
de 'sta faccella janca anema site,
uocchie belle, uocchie doce, uocchie affatate.

Vi manca le parola e mi parlate,
sembra che senza lacrime piangiate,
l'anima di questo faccino bianco siete,
occhi belli, occhi dolci, occhi fatati.

Vuje ca 'nziem'a li sciure v'arapite
e 'nzieme cu li sciure ve 'nzerrate,
sciure de passione mme parite.

Voi che insieme ai fiori vi aprite
e insieme ai fiori vi chiudete,
fiori di passione mi sembrare.

Vuje, sentimento de li 'nnammurate,
mm'avite fatto male e lu ssapite.
Uocchie de suonno, nire, appassiunate.

Voi, sentimento degli innamorati,
mi avete fatto male e lo sapete.
Occhi da sogno, neri, appassionati.

 

 

 

La collaborazione di Di Giacomo con Mario Costa proseguirà dando luogo ad altre canzoni di successo: Oilì oilà, Lariulà, Serenata napulitana, Era de maggio, Catarì.

Oilì oilà è una spiritosa canzonetta del 1886. Eseguita contemporaneamente, fu fischiata in Piazza Plebiscito e applaudita alla Villa Comunale originando uno scontro in strada tra i cortei delle due fazioni, che se le diedero di santa ragione.  Questo fatto provocò la virtuosa indignazione del Corriere della sera, che trovava scandaloso che i Napoletani si potessero scannare per una canzonetta a soli pochi mesi dalla terribile epidemia di colera dell'anno prima.

Lariulà è un delizioso contributo alla Piedigrotta del 1888. Rappresenta un classico “ammore 'e vicolo” con litigio tra due innamorati per incomprensione o forse per qualche maldicenza e chiacchiera di vicolo.

Serenata napulitana, del 1896, è invece la storia di un doppio tradimento. Un innamorato non si rassegna e invita la donna che ama, Catarì, a ripensarci, perché l'altro, per il quale l'ha lasciato,  lo ha visto amoreggiare con un'altra (… core a core cu' n'ata/ e, rerenno (ridendo), parlavano 'e te ).

Anche lei quindi è stata tradita.

Considerata a ragione tra le più belle canzoni di sempre, meravigliosa per la grazia del testo e per l'ampio respiro musicale, Era de maggio, del 1885, canta l'amore profondo e tenace di due innamorati che, costretti a separarsi a maggio, si ripromettono di ritrovarsi negli stessi luoghi ancora a maggio per rinnovare il loro amore, che il tempo non potrà scalfire.

 

ERA  DE  MAGGIO (Di Giacomo-Costa, 1885)

(NAP« Era de maggio e te cadéano 'nzino,
a schiocche a schiocche, li ccerase rosse.
Fresca era ll'aria, e tutto lu ciardino
addurava de rose a ciento passe.
Era de maggio; io no, nun mme ne scordo,
na canzone cantávemo a doje voce.
Cchiù tiempo passa e cchiù mme n'allicordo,
fresca era ll'aria e la canzona doce.

E diceva: "Core, core!
core mio, luntano vaje,
tu mme lasse e io conto ll'ore...
chisà quanno turnarraje?"
Rispunnev'io: "Turnarraggio
quanno tornano li rrose.
si stu sciore torna a maggio,
pure a maggio io stóngo ccá.
Si stu sciore torna a maggio,
pure a maggio io stóngo ccá."

E so' turnato e mo, comm'a 'na vota,
cantammo 'nzieme lu mutivo antico;
passa lu tiempo e lu munno s'avota,
ma 'ammore vero no, nun vota vico.
De te, bellezza mia, mme 'nnammuraje,
si t'allicuorde, 'nnanze a la funtana:
Ll'acqua llá dinto, nun se sécca maje,
e ferita d'ammore nun se sana.

Nun se sana: ca sanata,
si se fosse, gioia mia,
'mmiez'a st'aria 'mbarzamata,
a guardarte io nun starría !
E te dico: "Core, core!
core mio, turnato io so'.
Torna maggio e torna 'ammore:
fa' de me chello che vuo'!
Torna maggio e torna 'ammore:
fa' de me chello che vuo' "

 

(IT)

« Era di maggio e ti cadevano in grembo
a ciocche a ciocche le ciliege rosse
fresca era l'aria di tutto il giardino
profumava di rose a cento passi.
Era di maggio, e io no, non me ne dimentico
cantavamo una canzone a due voci
più tempo passa e più me ne ricordo,
fresca era l'aria e la canzone dolce.

E diceva, "Cuore, cuore!
cuore mio lontano vai,
tu mi lasci e io conto le ore.
chi sa quando tornerai?"
Rispondevo io "Tornerò
quando tornano le rose.
Se questo fiore torna a maggio
pure a maggio io sarò qui
Se questo fiore torna a maggio
pure a maggio io sarò qui"

E son tornato, ed ora, come una volta,
cantiamo insieme il motivo antico;
passa il tempo e il mondo si volge
ma l'amore vero, no, non volta strada.
Di te, bellezza mia, m'innamorai
se ti ricordi, dinanzi alla fontana:
l'acqua, là dentro, non si secca mai,
e ferita d'amore non si sana

Non si sana: perché se sanata
si fosse, o gioia mia
in mezzo a quest'aria profumata
a guardarti non starei!
E ti dico: "Cuore, cuore,
cuore mio tornato sono...
torna maggio e torna l'amore:
fa' di me quello che vuoi!
torna maggio e torna l'amore:
fa' di me quello che vuoi"

 

 

 

»

Del 1892 è un'altra celebre canzone,Catarì, di una bellezza lancinante, costruita con magistrale delicatezza su una lirica intitolata Marzo.


CATARI' (MARZO)

Marzo: nu poco chiove                                                                             N'auciello freddigliuso,
e n'atu ppoco stracqua...                                                                          aspetta ch'esce ' sole...


Torna a chiovere, schiove...                                                                      'Ncopp' 'o tturreno nfuso (=bagnato)
ride 'o sole cu ll'acqua.                                                                              Suspirano 'e vviole

Mo nu cielo celeste,                                                                                   Catarì, che vuò' cchiù?
mo n'aria cupa e nera...                                                                             'Ntienneme core mio:
Mo, do vierno, 'e ttempeste,                                                                       Marzo, tu 'o ssaje, si' tu...
mo, n'aria 'e primmavera...                                                                         e st'auciello, songh'io...

Nel 1896 Di Giacomo firma  con Tosti un'altra celebre canzone, A Marechiare. Francesco Paolo Tosti è già un affermato autore di romanze,composizioni di carattere lirico affini alle arie del Melodramma, e frequenta gli ambienti culturali napoletani. Amico di Matilde Serao e di Di Giacomo, con l'editore Bideri collabora alla Tavola rotonda e nel 1903 musicherà una poesia del suo conterraneo abruzzese Gabriele D'Annunzio, 'A vucchella, scritta dieci anni prima sui tavolini del caffè Gambrinus, abituale ritrovo di intellettuali, artisti, poeti e giornalisti,  a seguito di una sfida col poeta e paroliere Ferdinando Russo, autore della bellissima Scetate.

A Marechiaro Di Giacomo in verità non c'è mai stato, ma in questo piccolo villaggio di pescatori

annidato tra le rocce del capo di Posillipo il poeta vi ha immaginato una finestrella adorna di una pianta di garofani dalla quale si affaccia Carulì. In seguito al successo della canzone la “fenesta” di Marechiaro verrà identificata e decorata con una targa, dopo che lo stesso Di Giacomo racconterà in un articolo di una sua visita in quel luogo diventato ormai famoso e di come avesse scoperto l'esistenza, in una trattoria, della finestra, della pianta di garofani e di una cameriera che si chiamava (guarda la combinazione!) Carolina. Potenza della musica!

 

A MARECHIARE

Quanno spónta la luna a Marechiare,                                  Chi dice ca li stelle so' lucente                     
pure li pisce nce fanno a ll'ammore...                                  nun sape st'uocchie ca tu tiene 'nfronte!
Se revòtano ll'onne de lu mare:                                          Sti ddoje stelle li ssaccio i' sulamente:
pe' la priézza cágnano culore...                                           dint'a lu core ne tengo li ppònte...

Quanno sponta la luna a Marechiare.                                    Chi dice ca li stelle so' lucente?

A Marechiare ce sta na fenesta:                                            Scetate, Carulì', ca ll'aria è doce...
la passiona mia ce tuzzuléa...                                               quanno maje tantu tiempo aggi'aspettato?!
Nu garofano addora 'int'a na testa,                                       p'accumpagná li suone cu la voce,
passa ll'acqua pe' sotto e murmuléa...                                  stasera na chitarra aggio purtato...

A Marechiare ce sta na fenesta....                                         Scetate, Caruli', ca ll'aria è doce!...


Torna su