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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 148 - (16 aprile 2015) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Venerdì 17 Aprile 2015 10:49

La pressione fiscale in Italia

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 16 aprile 2015]

 

L’ISTAT ha recentemente reso noto che la pressione fiscale, in Italia, si colloca al valore allarmante del 50,3% del Pil, in aumento dello 0.1% rispetto allo stesso trimestre del 2013, che ciò è essenzialmente imputabile all’aumento delle imposte locali (addizionali comunali e regionali IRPEF) e all’elevata evasione fiscale (stimata nell’ordine dei 90 miliardi). Si rileva, a riguardo, che solo l’1% dei contribuenti dichiara al Fisco un reddito imponibile superiore ai 100 mila euro.

Più in generale, lo scenario macroeconomico italiano sembra dar ragione al Wall Street Journal che considera l’Italia (“un elefante nella stanza”) e non la Grecia “il vero nodo europeo”. L’ISTAT certifica anche un aumento, dello 0.1%, del rapporto deficit/Pil e un aumento dell’indebitamento della pubblica amministrazione di oltre un punto percentuale. Il solo dato positivo che emerge dal Rapporto riguarda l’onere degli interessi sul debito pubblico, in calo – nel quarto trimestre del 2014 – del 4.6% rispetto allo stesso trimestre del 2013. Quest’ultimo dato va essenzialmente imputato alle misure di quantitative easing messe in atto dalla Banca Centrale Europea. La spirale perversa nella quale è precipitata l’economia italiana è sintetizzabile in questi passaggi. Per ridurre il rapporto debito/Pil, in un contesto di elevata evasione fiscale, viene aumentata la tassazione. La tassazione finisce, pressoché inevitabilmente, per gravare essenzialmente sul lavoro dipendente e sulle piccole imprese. Ciò a ragione del fatto che la tassazione di soggetti detentori di titoli di Stato (tipicamente banche e grandi imprese) non è mai conveniente per un Governo, dal momento che l’acquisto di titoli di Stato verrebbe disincentivato, rendendo problematica la riduzione dello stock di debito pubblico. In tal senso, è in larga misura irrilevante il fatto che i titoli del debito pubblico siano detenuti da italiani o stranieri.

 

Ciò che realmente conta è che la tassazione dei salari riduce il tasso di crescita della produttività del lavoro, per due ordini di ragioni.

1) In primo luogo, e in via indiretta, la moderazione salariale genera calo dei consumi e della domanda interna e, a seguire, il calo della domanda disincentiva gli investimenti e la crescita dimensionale della imprese. La riduzione degli investimenti ha impatto di segno negativo sia sulla domanda interna, sia sul tasso di crescita della produttività del lavoro, amplificando la spirale recessiva.

2) In più, il calo dei salari, per effetto della maggiore tassazione, ha effetti diretti sul tasso di crescita della produttività. La moderazione salariale, infatti, pone le imprese nelle condizioni di accrescere la loro competitività attraverso riduzioni dei costi di produzione, disincentivando, in tal modo, una modalità di competizione basata sulle innovazioni. Questo effetto è ulteriormente amplificato dal fatto che le imprese italiane, salvo rare eccezioni, sono imprese di piccole dimensioni. La piccola scala dimensionale impedisce di sfruttare economie di scala e rende difficile l’attuazione di politiche di alti salari, sia a ragione del fatto che imprese di piccole dimensioni hanno meno fondi interni di imprese di più grandi dimensioni, sia a ragione del fatto che avendo pochi dipendenti la conflittualità è sostanzialmente inesistente e sono conseguentemente assenti rivendicazioni salariali.

In più, la tassazione sulle piccole imprese può generare due effetti: se sono in condizioni di farlo (ovvero se i beni che vendono sono difficilmente sostituibili), possono traslare le imposte a danno dei consumatori, generando, anche per questa via, compressione dei salari netti; se non sono in condizioni di farlo, data la caduta della domanda, incorrono inevitabilmente in riduzioni dei margini di profitto, con conseguente aumento della probabilità di fallimento e contrazione degli investimenti.

Il combinato della riduzione della domanda e della riduzione del tasso di crescita della produttività, generando recessione, contribuisce ad accrescere il rapporto debito/Pil, rendendo necessarie ulteriori misure di aumento della tassazione (ed eventualmente di riduzione della spesa pubblica). Si osservi che, in questo scenario, è politicamente preferibile agire sulla leva fiscale, dal momento che quest’ultima grava essenzialmente sul lavoro e che, per contro, rilevanti contrazioni della spesa pubblica riducono i mercati di sbocco e, per conseguenza, i margini di profitto delle imprese che vendono su mercati interni. Ciò spiega per quale ragione, in particolare in Italia, le politiche di austerità sono state declinate prevalentemente mediante aumenti della pressione fiscale e per quale ragione le proposte di spending review sono state attuate solo parzialmente. Più in dettaglio, gli ultimi Governi hanno ridotto le spese in conto capitale (in primis, gli investimenti pubblici), mantenendo pressoché invariate le spese correnti.

Un’ampia evidenza teorica ed empirica mostra che non esiste alcun criterio scientifico tale da determinare in modo univoco il livello di sostenibilità del debito pubblico. Sia sufficiente, qui, richiamare il fatto che, mentre il debito pubblico italiano, pari a circa il 135% del Pil, è considerato ‘eccessivo’, il debito pubblico giapponese, che supera il 200% del Pil, non è considerato tale. I parametri stabiliti nei Trattati europei (il 3% del rapporto deficit/Pil e il 60% del rapporto debito/Pil) sono, in tal senso, del tutto arbitrari e, soprattutto, il loro rispetto comporta un aumento della pressione fiscale tale da portare i salari permanentemente al di sotto del loro valore di sussistenza. E’ ciò che si può definire ‘sfruttamento fiscale’ operato dallo Stato soprattutto gravando sui lavoratori con più basso reddito, con effetti redistributivi a loro danno e con conseguente inevitabile accentuazione della lunga recessione in corso.


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