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Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Mario Marti donatore di sapienza e armonia PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Antonio Mele/Melanton   
Venerdì 17 Aprile 2015 11:02

["Il filo di Aracne", marzo-aprile 2015]

 

Negli ultimi tempi eravamo diventati amici come non mai.

Un rapporto che mi onorava oltre misura, nel quale cercavo di donare il mio piccolo nulla, a fronte del suo immenso tutto, per un affabile sorriso, che mi giungeva immancabilmente sincero e contagioso, aprendomi le porte a conversazioni senza limiti.

Dalla sfera del classicismo e dell’umanesimo puro si sconfinava volentieri alla vita di ogni giorno o si attraversavano ricordi mai sopiti, richiamando sentimenti di altrettanta purezza, come quelli delle proprie radici, dei grandi padri e maestri, dei giochi e della giovinezza, dei sogni e dei destini da compiere.

Era anche un filosofo, Mario Marti. Un maestro a tutto tondo. Come tutti i grandi maestri di questa nostra sorprendente e amabilissima terra contadina, solida e forte di saggezza terrigna, ma capace di volare lontano, oltre ogni inaccessibile orizzonte.

Aveva anche qualche piccola nostalgia, ma col futuro sempre davanti. Con aule di allievi da meravigliare. Con altri libri da scrivere, da leggere o da recensire. Con nuovi incontri. Nuove seminagioni. Nuovi raccolti. Un maestro da classica Scuola d’Atene, con il piacere e la gioia di donare scienza e sapere, virtute e canoscenza.

Non lo dava a intendere, ma aveva sempre da fare, il Magnifico. Anche perché ricercatissimo da studenti, colleghi, amici, ammiratori. A ottanta, novanta, cento anni, la sua mente era sempre in costante fibrillazione, e la sua casa diventava spesso un salotto di cultura assoluta. Direi, anzi, di vera ricreazione culturale. Affollato di altra e alta sapienza, e di vita tout-court.

A volte, con quei baffetti spesso sarcastici e canzonatori, appariva quasi come un ‘soricicchio d’uomo’, un ‘topolino’ – come mi divertivo a chiamarlo talvolta, lui consenziente –, ma con ali d’angelo e pensieri da gigante.

Straordinario, irresistibile, maestoso, ti mostrava sempre con compiacimento il suo ultimo libro. E cercava subito di convincerti, rimarcando che era proprio l’ultimo, che non avrebbe avuto più il tempo o la forza di scriverne altri. Ma – scordandosi o facendolo apposta (perché, in celie e scherzi era un vero brigante) – pochi minuti dopo ti parlava, con entusiasmo massimo, che stava lavorando a un nuovo progetto.

Di lui mi affascinava il sorriso quasi ‘arcobalenico’, che passava dalle tonalità dell’allegria e del più schietto buonumore a quello dell’apprezzamento autorevole e della condivisione; o ancora, dello spirito e della sapidezza arguta fino alle soglie dell’ironia quando non anche della drammaticità severa di concetti, parole, pensieri elevatissimi.

Allora, le sue folte sopracciglia vibravano, lo sguardo diventava più serio, magnetico, e il salotto si trasformava per un momento in un’aula austera e solenne.

Il sorriso di Mario Marti era il passaporto felice per viaggiare liberamente nella sapienza e nell’ironia o nell’armonia, di cui “il Magnifico” era naturale e prediletto depositario, e allo stesso tempo generoso donatore.

Per me, suo discolo allievo di Università, le volte che accadeva d’incontrarci (sempre nella sua bella casa di Lecce), era come stare in una specie di Parnaso o comunque in un magico luogo incantato, dove di tanto in tanto passavano i Grandi della Letteratura italiana maggiore e minore, che ci salutavano con cordialità e discrezione: un giorno era Dante, aureo, irraggiungibile, leggendario; un altro giorno Bembo, poi Boccaccio o Ariosto, un altro ancora il suo diletto Leopardi, ma anche gli amati scrittori e poeti pugliesi e salentini, da Bodini a Gatti, Pierro, De Donno, fino al popolaresco De Dominicis alias Capitano Black, che amava particolarmente, anche per elezione di patria.

Lui me li presentava tutti, e di me parlava che ero stato uno dei suoi studenti meno studiosi ma di maggior estro e interesse alle sue lezioni, comprovando tale asserzione con un per me storico ‘ventisei’ che mi aveva assegnato al mio primo esame di Letteratura umanistica – giugno 1963, se ricordo bene –, intuendo che, nell’occasione, io i libri di testo sui quali avrei dovuto prepararmi non li avevo neanche aperti, ma in compenso non m’ero perso una sola parola delle sue lezioni all’Ateneo leccese, assorbendone perfino ogni emozione, e in parte restituendogliele quasi in facsimile.

Poi, per anni, non ci siamo più rivisti. Mi sono trasferito a Roma, anche come studente universitario, e i miei interessi si sono subito dopo orientati prevalentemente al giornalismo e ad altre attività collaterali.

Anche da lontano, non ho mai abbandonato il mio Salento. Nell’ambito scientifico-culturale i miei rapporti con l’aria di casa erano (come in gran parte sono ancora) tenuti in simbiosi con molti maestri e amici – vecchi, nuovi, fedelissimi – che per l’occasione mi piace salutare tutti insieme, appassionatamente

Nei miei ritorni, uno dei desideri più forti era quello di rivedere il Magnifico. Non succedeva spessissimo, come forse avremmo voluto, ma quando accadeva era quasi una piccola festa. A volte, lo vedevi rannicchiato, silente, assorto, quasi rimpiccolito nella sua comoda poltrona. Ma come la conversazione lievitava e si faceva più intrigante, notavi subito il suo sorriso aprirsi rapidamente, ed era come se si togliesse di dosso i suoi ottanta, novanta, e più anni, e partiva sparato a seminar domande e risposte, curiosità, commenti, promesse, provocazioni, battute, giudizi, facezie.

Se poi riuscivi a cogliere il ‘momento magico’ – come accadde in un bel pomeriggio d’agosto di qualche anno fa, quando andammo a trovarlo, insieme a mia moglie Teresa e al direttore del Galatino Rossano Marra per una bella intervista – lo vedevi cercare gli occhi della sua splendida signora Franca, in un tacito e complice accordo per sistemare l’armonium, e dopo un minuto o due, era già seduto, alla stregua di un capitano di marina, come sul ponte di un veliero, per incantarci con la musica di Mozart, di cui era sommo ammiratore.

Così, veniva fuori che da ragazzo aveva fatto parte della banda musicale di suo padre, lu tata Antoniu, fabbricante di scarpe, che con la moglie Concetta si erano trasferiti da Soleto a Cutrofiano, dove nacque il 17 maggio 1914 Mario Marti, il più piccolo di dieci figli, destinato a diventare il Magnifico Rettore dell’Università Salentina di Lecce, sommo dantista, studioso leopardiano, autore di decine e decine di testi autorevolissimi, celebrato nel suo 100° compleanno dall’Università della North Carolina – fra le più antiche d’America (fondata nel 1789) – con il 31° volume degli Annali d’Italianistica, a lui personalmente dedicato, in qualità di  “Decano degli Italianisti di tutto il mondo”. Onore fra i massimi, che da solo basterebbe a inquadrare quel ‘soricicchio’ d’uomo come un autentico ‘monumento’ di storia e di letteratura patrie.

Quand’era colmo di gioia, gli occhi di Mario Marti scintillavano come stelle in campagna. Scintillavano anche quella volta, in cui – dopo averci fatto dono del suo ultimo studio sul Convivio di Dante – ci descrisse con amorevolezza e dovizia di particolari il famoso genis, che Mario suonava appunto nella banda di suo padre: strumento che faceva parte della famiglia degli ottoni, e che oggi nessuno chiama più genis (così citato anche da Umberto Eco ne Il pendolo di Focault), ma più tecnicamente, e meno romanticamente, ‘flicorno contralto in mi-bemolle’.

Dei suoi genitori, Mario Marti parlava quasi in punta di labbra, evocando splendide parole d’amore e gratitudine. Nell’ultima intervista, pubblicata sul Galatino a fine dicembre 2013, avevo riportato un suo ricordo di straordinaria tenerezza, quando la madre, per giocare con lui, piccolo di pochi anni, faceva finta di non vederlo, e lui stava al gioco, ‘nascondendosi’ per così dire, dietro una delle gambe del tavolo da cucina.

Mamma Concetta, allora, gironzolava nella stanza, come per cercarlo, e a voce alta chiedeva per aria: - Dov’è il mio bambino, che non lo trovo? Dove s’è nascosto?...

«Mo’, ditemi voi – commentava il Magnifico –, era mai pussibile ca nu piccinnu, pe quantu piccinnu, se putìa scundire a rretu a lu pete de la banca?».

Anche questo faceva parte della sua ricchezza e completezza d’essere. Questo Mario Marti mi piace ricordare. Che alla vigilia dei suoi cento anni sapeva giocare ancora con sua madre (e con noi) a rimpiattino. Quest’uomo-bambino lo possiamo anche baciare e abbracciare. A quell’altro Mario Marti, del cui ingegno e lavoro sono piene le biblioteche e le università di tutto il mondo ci inchiniamo con grande solennità e orgoglio salentino.

Comunque amandolo.

(Roma, marzo 2015)


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