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Ricordando Donato Moro PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Lunedì 27 Aprile 2015 06:48

Fra gli amici galatinesi uno dei più cari è stato Donato Moro. Cominciai non a conoscerlo, ma a vederlo a distanza, non con simpatia.

Mi spiego. Era una sera di non ricordo quale anno, probabilmente a fine anni Cinquanta. Francesco Lala nel '55 aveva fondato la piccola rivista Il Campo, unica fra le riviste salentine chiaramente schierata a sinistra. In essa eravamo entrati ben presto Nicola Carducci, io, altri amici  e "compagni". Avevamo inoltrato domanda d'un sostegno finanziario all'Amministrazione Provinciale democristiana, nella quale Donato rivestiva la carica di Assessore alla Cultura. Andammo in gruppo a Palazzo dei Celestini ad attendere l'esito di quel Consiglio nel quale, fra l'altro, si deliberava sulla nostra richiesta. Grande fu la delusione nell'apprendere che si trattava solo d'una esigua somma. Di conseguenza, quando dall'aula uscì un momento l'Assessore Moro, non lo guardai certo di buon occhio, né fui il solo, considerandolo il maggior responsabile del deludente stanziamento.

Dovette passare un certo tempo affinché quel negativo, fuggevole e quasi casuale incontro si tramutasse in conoscenza diretta, poi in bella amicizia. Accadde fra il '61-'62 a Foggia, nominati in un Concorso magistrale. La Commissione, dato l'alto numero di concorrenti, si suddivideva in tre sottocommissioni, in due delle quali Donato ed io eravamo commissari d'italiano. Nostro presidente

era un fiorentino, piuttosto prevenuto verso i meridionali. Sottolineava sopra tutto alcuni comportamenti incivili dei foggiani. A volte condividevamo le sue critiche, altre no, qualora ci sembrava esagerasse. Ci fu anche un passeggero screzio sul mio metodo d'interrogazione. E subito trovai la convinta alleanza di Donato. La nostra amicizia però era cresciuta già da tempo, nelle lunghe conversazioni a pranzo, nelle pause di lavoro o in treno in qualche settimanale ritorno a casa.

Mi confidò che mi aveva creduto un rigido marxista, sennonché aveva dovuto ricredersi, così come da parte mia scoprivo la sua onestà politica permeata di salda fede cristiana e le sue grandi  aperture sociali. Superate quindi le reciproche riserve, aveva luogo tra noi lo scambio di versetti innocentemente satirici, che qui occuperebbero troppo spazio, ma dei quali posso almeno citare  qualche stralcio. Ecco come Donato lancia frecciatine sulle presunte attenzioni di due colleghe nei miei riguardi:

 

Quando torna Giovannino

con gli occhiali sul nasino

le due fate attente e pronte

gli dan baci sulla fronte.

Lora asciuga il suo sudore

e lo guarda con amore;

Delia gli offre un Coca-Cola

ed il bimbo grida:"Ancola!"

ecc.  Con cattiveria  Donato Moro

 

In quel periodo alloggiavo in Albergo, mentre Donato fruiva di ben diversa sistemazione. Di qui le mie punture:

 

... Ride lieto il buon Donato

per la pacchia che ha trovato,

ride forte quel furbone

ché non paga la pigione.

Oh che gaudio, oh che contento

abitare in un convento! ecc.

 

Alla notizia che egli era di nuovo in lista nelle Amministrative, ecco il mio bonario attacco:

 

Idealmente candido vestito

è in lista Donato pel partito.

Ma qual partito? voi mi chiederete.

Guardatelo ben bene e lo saprete:

lesto di mano e pronto nei bocconi.

E' il partito d.c. dei forchettoni.

 

In quel Concorso magistrale ci si trovava spesso a discutere su elaborati che contrapponevano un tipo di scuola attiva ad un tipo superato di scuola, non di rado definita "scuola del sedere", fra le  conseguenti nostre risate omeriche. Accadeva nello stesso tempo che Donato avesse impegni d'altra

natura, prevalentemente umanitari, e pertanto affidasse alla collega di filosofia, sua ottima amica, Renata Gradi senese, la revisione dei lavori scritti.

Ne vennero fuori questi miei versetti:

 

... non solo gli animali,

bensì anche gli ospedali

sono in cura di Donato,

mane e sera indaffarato.

Sicché lascia alla Renata

la fatica molto ingrata

di correggere e vedere

questa scuola del sedere,

mentre lui la scuola attiva

rende sua e l'iniziativa.

E con pubbliche ragioni

non consuma i pantaloni.

 

Quasi alla fine dei nostri lavori a Foggia, mi dedicò questi affettuosi ironici versi:

 

Giovanni ha messo già pelo azzurrino

e zoccoli di feltro come l'aria

al tramonto. Si prepara all'estate

leggero e chiaro come un serafino.

Di quando in quando mi leggeva qualche sua poesia per sentire il mio modesto parere. Delle mie

ne conosceva alcune sparse in riviste. Né l'uno né l'altro le avevamo ancora raccolte in libro. Uscì prima il mio Segni del diluvio presso Lacaita nel 1981; dopo molti anni (1993) il suo Segni nostri, sempre da Lacaita. Mi sembra non improbabile che il titolo, magari a livello subconscio, richiami il mio, ma in senso rovesciato. Cioè, mentre in molte pagine avevo presentato il degrado morale del  nostro Paese fra crescita industriale e mercificazione, Donato aveva ripreso i temi a lui cari di una umile quotidianità legata ai valori della nostra cultura contadina.

Dopo l'esperienza foggiana, un 29 giugno, giorno dei Santi Pietro e Paolo, mi spinsi a Galatina con un gruppetto di amici per vedere le tarantolate. Naturalmente ci fu vietato l'ingresso nella chiesetta dove si svolgeva il magico rito. Ricorsi allora alla gentile e autorevole presenza dell'amico

Donato. Entrammo con lui e per breve tempo fummo immersi nella ridda dei suoni e delle danze o meglio contorsioni delle "pizzicate dal ragno". Allorché infine qualcuna si accorse di noi estranei, saltò su insieme alle altre in atto aggressivo costringendoci a precipitosa fuga.

D'estate mia moglie ed io andavamo qualche volta a Santa Maria al Bagno a trovare Donato e la sua Maria, profuga fiumana, nella loro residenza marina. Portavamo con noi il terzogenito Marco ancora bambino, ma già amante degli animali, in specie dei gatti. E gatti c'erano in casa Moro, sicché era una festa fra padroni, animali e Marco. A tal proposito non guasta, credo, una mia descrizione scherzosa:

 

...... dei suoi gatti

ci racconta i grandi fatti,

ci racconta le prodezze

con le lor mille carezze:

chi gli lecca il bel piedino

chiuso in piccolo scarpino,

chi gli salta sulla spalla

ed aprendo vasta falla

nella giacca del padrone

si trastulla col testone.

Ha deciso indi Donato,

dopo aver ben cogitato,

con impulso assai sociale

di far sì ch'ogni animale

o randagio o minorato

in convento sia alloggiato...

 

Non ho discorso delle opere di storico, filologo, poeta quale fu Donato Moro, che altri hanno egregiamente illustrato. Ho voluto soltanto ricordare l'amico carissimo con una testimonianza giocosa e inedita, seppure tardiva. Ed ora che la vecchiaia m'incalza ogni giorno di più, Egli si riaffaccia alla memoria con la sua esemplare umanità sorretta da una fede priva d'ipocrisie e con la sonora risata che alleggeriva il nostro lavoro foggiano.

 


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