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Home Saggi e Prose Economia Dalla moneta unica alla moneta moderna: Mosler a Lecce per parlare della sua teoria
Dalla moneta unica alla moneta moderna: Mosler a Lecce per parlare della sua teoria PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Venerdì 08 Maggio 2015 06:48

[“Nuovo Quotidiano di Pugllia” di giovedì 7 maggio 2015]

 

Venerdì 8 maggio, nella Sala Chirico dell’ex Convento degli Olivetani dalle 11 alle 13 a Lecce,  sarà ospite del Dipartimento di Storia, Società e Studi sull’Uomo il prof. Warren Mosler, considerato fra i massimi esponenti della c.d. teoria della moneta moderna (TMM). Nato a Manchester (Connecticut) nel 1949, Mosler si è laureato in Economia presso l’Università del Connecticut e ha operato nel settore finanziario per circa 40 anni, svolgendo, contestualmente, attività di ricerca nell’ambito della teoria monetaria postkeynesiana. E’ autore di circa 300 pubblicazioni.

La TMM si propone di descrivere il funzionamento di un’economia monetaria nella quale il processo produttivo si attiva mediante l’immissione di spesa pubblica interamente finanziata dalla Banca Centrale. Si rileva che, in un sistema nel quale la moneta non è convertibile in merce, ed è dunque un ‘puro segno’, la sua produzione non incontra vincoli tecnici di scarsità. In altri termini, la Banca Centrale può tecnicamente produrre moneta-credito ad infinitum. La quantità di moneta effettivamente circolante dipende dalla domanda di moneta espressa dal Governo, finalizzata al finanziamento della spesa pubblica.

Le principali implicazioni di politica economica che ne discendono sono le seguenti.

In primo luogo, per accrescere l’occupazione occorre accrescere la spesa pubblica e, per accrescere la spesa pubblica, occorre che uno Stato disponga di piena “sovranità monetaria”, ovvero che non sussistano vincoli (come quelli vigenti nell’Unione Monetaria Europea) alla produzione di moneta da parte della Banca Centrale. In tal senso, viene fatto rilevare che non esiste alcun criterio scientifico tale da determinare in modo univoco il livello di sostenibilità del debito pubblico. Per avvalorare questa tesi, può essere sufficiente richiamare il fatto che, mentre il debito pubblico italiano, pari a circa il 135% del Pil, è considerato ‘eccessivo’, il debito pubblico giapponese, che supera il 200% del Pil, non è considerato tale. I parametri stabiliti nei Trattati europei (il 3% del rapporto deficit/Pil e il 60% del rapporto debito/Pil) sono, in tal senso, del tutto arbitrari.

In secondo luogo, si mostra che è precisamente l’esistenza di questi vincoli a determinare, per i Paesi dell’Eurozona (e per l’Italia in particolare) un’elevata tassazione. Si tratta, infatti, di vincoli che rendono impossibile finanziare la spesa pubblica mediante immissioni di moneta da parte della Banca Centrale e che obbligano, quindi, i Governi a finanziare la spesa mediante tassazione. In altri termini, stando a questa impostazione teorica, l’adozione di una moneta unica associata a limiti all’espansione del deficit non può che generare disoccupazione e recessione. Le politiche di austerità, in questa prospettiva teorica, accentuano ulteriormente il problema e discendono inevitabilmente dal modo in cui è costruita l’Unione Monetaria Europea.

In coerenza con questa analisi, Mosler propone la fuoriuscita dalla moneta unica e il ripristino della sovranità monetaria. E’ opportuno chiarire che si tratta di una proposta molto controversa. I teorici della MMT ritengono che per necessità logica la moneta unica comporta l’adozione di politiche di austerità e, nella loro prospettiva teorica, conseguenti effetti recessivi. Tuttavia, mentre è ragionevole ritenere che il principale (ovviamente non unico) vulnus dell’unificazione monetaria risiede nell’imposizione di vincoli all’espansione del deficit che non solo non hanno alcun fondamento scientifico ma che tendono a generare effetti recessivi, occorre rimarcare il fatto che l’imposizione di questi vincoli è stata (ed è) una scelta propriamente politica, in quanto tale modificabile, con l’ovvia condizione che vi siano rapporti di forza tali da renderne possibile la realizzazione. Con riferimento al caso italiano, si può poi sostenere che il c.d. declino della nostra economia data ben prima dell’ingresso nell’UME ed è sostanzialmente imputabile all’assenza di politiche industriali e, dunque, alla progressiva desertificazione produttiva della nostra economia. In tal senso, l’adozione dell’euro può aver al più accentuato problemi esistenti da almeno un ventennio: problemi che non hanno propriamente natura monetaria, ma che attengono alla fragilità della nostra struttura industriale e a una specializzazione produttiva in settori a bassa intensità tecnologica. In più, la convinzione – propria dei teorici della MMT – che esista una sorta di automatismo che lega il ritorno alla lira al recupero della “sovranità monetaria” (ovvero alla possibilità di finanziare la spesa pubblica tramite emissioni di moneta da parte della Banca Centrale) sembra non tener conto del fatto che alla sovranità monetaria il nostro Paese ha rinunciato dall’ormai lontano 1981, anno nel quale si sancì il “divorzio” fra Tesoro e Banca d’Italia.

A fronte di questi rilievi, occorre considerare che la TMM è oggi accreditata come una fra le più promettenti “frontiere” della ricerca scientifica in Economia. Si può considerare, a riguardo, che Stephanie Kelton, una delle economiste più attive nell’ambito di questo indirizzo di ricerca, è stata recentemente nominata capo economista della commissione bilancio del Senato degli Stati Uniti.

Sebbene alcuni aspetti della TMM possano risultare controversi, le implicazioni politiche che da essa derivano meritano di essere attentamente considerate. Ed è essenzialmente questo lo scopo che il Dipartimento si è dato nel momento in cui ha deciso di ospitare il prof. Warren Mosler: sollecitare un ampio e partecipato dibattito su temi economici di massima rilevanza anche al di fuori di ambiti ristretti di “addetti ai lavori”.

 

 


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