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Il degrado trofico dei mari: poi non resterà più nulla per noi PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Mercoledì 20 Maggio 2015 06:36

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 19 maggio 2015]

 

La comunità scientifica denuncia da tempo l’emergenza del degrado trofico del pianeta terra. In che cosa consiste? Gli ecosistemi che realizzano i processi necessari alla nostra sopravvivenza si basano su reti alimentari in cui la materia degli organismi morti viene continuamente riciclata dai batteri e dai funghi, ad essa viene data nuova vita da parte degli organismi fotosintetici (le piante e il fitoplancton) che, a loro volta, sono mangiati dagli erbivori, e poi da predatori di erbivori e da altri predatori di livelli trofici (alimentari) superiori. A terra le reti trofiche sono abbastanza corte (sono rari i carnivori che mangiano altri carnivori) ma negli oceani sono molto lunghe. Un grande squalo mangia pesci di grandi dimensioni che hanno mangiato pesci di medie dimensioni che, a loro volta, hanno mangiato pesci di piccole dimensioni che si sono nutriti di plancton carnivoro o erbivoro. I passaggi sono molti, e complessi. Non si parla di catene alimentari ma di reti.

A terra gli ecosistemi sono oramai compromessi. Con l’agricoltura li abbiamo semplificati oltre ogni limite, concedendo spazio solo alle poche specie che ci interessano direttamente: le specie coltivate e allevate. Ora stiamo facendo la stessa cosa anche al mare. E il segnale più importante è proprio il degrado trofico. Lo sfruttamento delle risorse marine, con la pesca industriale, e la distruzione degli habitat, con moltissime attività distruttive da parte nostra, stanno scardinando questi sistemi e le prime vittime sono i grandi predatori. In alcuni casi li peschiamo attivamente, come avviene per gli squali, decimati per soddisfare il mercato cinese delle pinne. Ma a molti altri togliamo le risorse, adoperando sistemi di pesca sempre più efficienti, e distruggendo gli habitat. Prima tocca agli squali, poi ai tonni e, via via, agli animali di dimensioni decrescenti. I più grandi, le balene, mangiano organismi piccoli, alla base delle reti trofiche. Ma i grandi carnivori stanno scomparendo. E’ un segnale di allarme che ci deve preoccupare moltissimo, perché la salute dell’ambiente è una precondizione per la nostra salute. L’acquacoltura non è una soluzione: alleviamo carnivori e li nutriamo con farina di pesce prodotta a partire da piccoli pesci pescati da popolazioni naturali: alleviamo leoni e li cibiamo con le zebre, poi li mangiamo. Una vera follia.

Sta per iniziare la stagione balneare. E già i cittadini, attraverso la campagna Meteomeduse (http://meteomeduse.focus.it/), e i giornali locali stanno  registrando intensa presenza di organismi gelatinosi nei nostri mari. Prima il prevalere delle meduse avveniva episodicamente, ma sono dieci anni e più che gli animali gelatinosi sono dominanti nei mari e negli oceani di tutto il pianeta. Assieme alla scomparsa dei grandi predatori, ecco quindi i gelatinosi. Le meduse mangiano piccoli animali, oppure mangiano i grandi animali quando sono ancora piccoli: uova e larve. Agiscono quindi ai livelli bassi delle reti trofiche. Stanno scomparendo i livelli alti, i grandi predatori, e al loro posto ci sono gli organismi dei livelli bassi, come le meduse. Il degrado trofico rappresenta una semplificazione degli ecosistemi, e li sta riportando alle condizioni di centinaia di milioni di anni fa: 650 milioni di anni fa gli oceani erano dominati dagli organismi gelatinosi. Poi sono arrivati i vertebrati e le reti alimentari sono diventate sempre più complesse. Noi siamo il prodotto di questa complessità. Se la distruggiamo, eliminiamo le premesse per la nostra sopravvivenza.

Il degrado trofico è conseguenza dell’erosione della biodiversità causata dal nostro comportamento dissennato. Fino ad ora abbiamo concentrato la nostra attenzione su singole specie in pericolo, e tutti vogliono salvare le balene, i delfini, le tartarughe e persino gli squali. Ma la vera emergenza non è rappresentata dalla scomparsa di singole specie. E’ la semplificazione degli ecosistemi, evidenziata dal degrado trofico, che ci deve preoccupare. La testimonianza di questo non è solo la scomparsa dei grandi predatori; l’allarme è rinforzato in modo inequivocabile dalla prevalenza dei rappresentanti dei livelli trofici inferiori, come le meduse. Non possiamo vivere in ecosistemi troppo semplici, siamo troppo complicati per far fronte a questi cambi di paradigma, a queste catastrofi verso la semplicità. Il vero progresso consiste nel capire questi messaggi che la natura ci sta lanciando, e agire di conseguenza. Perché la causa di tutto questo siamo proprio noi e, purtroppo, non siamo attrezzati culturalmente per capirlo. Guardiamo il nostro ombelico (il PIL) e non ci accorgiamo che stiamo distruggendo il mondo attorno a noi.

 


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