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Contro e oltre lo stereotipo del pessimismo leopardiano PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Antonio Prete   
Mercoledì 20 Maggio 2015 16:22

[Intervento tenuto a Recanati, Aula Magna del Comune, 6 novembre 2009, in occasione del Convegno ADI 2009, sezione didattica dell'associazione italianistica].


Stamane, nei discorsi degli amici, dei colleghi, avete potuto osservare quanta mobilità di pensiero ci sia in Leopardi e come, per riprendere quello che diceva Ferroni, la contraddizione sia per il poeta anche un metodo di conoscenza. Leopardi tiene sempre aperta la contraddizione.

Ora devo fare una piccola premessa, che mi pare opportuna in questa sede. Per me la lettura, l’interpretazione di Leopardi ha anche un’origine  diciamo scolastica : ho insegnato per alcuni anni nei licei, dai miei 23 anni ai 33, e quando lavoravo su Leopardi m’accorgevo che il testo, così com’era, libero dalle critiche sopravvenute, era una fonte incredibile di suggerimenti e di provocazioni, soprattutto era una messa in questione di un orizzonte culturale dato, prestabilito, convenzionale. Risale a quegli anni la questione che poi divenne per me un impegno, se cioè  non fosse necessario riproporre una centralità dei testi leopardiani, una sorta di nuova e forte presenza della sua scrittura in quanto tale,  e questo contro una certa dominanza del pensiero critico intorno ai testi, delle formule critiche divulgate dai manuali dell’epoca, che appannavano la freschezza e vitalità della scrittura.

Si trattava di ascoltare, insomma, la vita del testo leopardiano, il respiro della scrittura. La formula, divulgatissima, del pessimismo è l’ esempio, che tutti voi ben conoscete, di una pervicace e ostinata convenzione formulistica.  La quale impedisce poi, proprio per la sua astrazione e genericità, di cogliere la relazione profonda che c’è in Leopardi tra la teoresi e la poesia, tra l’interrogazione filosofica e l’interrogazione poetica. È una formula, questa del pessimismo, compendiosa ed astratta : e per questo  finisce con allineare Leopardi a tanti pensatori diversi tra di loro, tant’è che il titolo di un libro di Elme-Marie Caro, del 1878,  che in Francia ha divulgato la formula del pessimismo, è proprio: Le Pessimisme au XIX siècle. Si tratta di un libro che parla sì di  Leopardi, ma anche di Schopenhauer  e di altri autori portati ad  esempio del pessimismo nel XIX secolo. Poi, naturalmente, in Italia, dagli anni Settanta dell’ ‘800 ai primi trent’anni anni del ‘900, c’è stata una profusione di articoli, di saggi, relativi al pessimismo leopardiano, fino al saggio di Porena del ’23-’24, Il pessimismo di Giacomo Leopardi; per non parlare delle indagini di dubbia psichiatria di autori come Sergi, Le origini psicologiche del pessimismo leopardiano, 1898.

Dopo questa premessa, vorrei fare qualche considerazione. Occorre osservare da vicino il costituirsi della tradizione critica leopardiana, per vedere se è rintracciabile lì, in questo primo formarsi della critica,  una genealogia della formula pessimismo. E poi vorrei dire più in particolare della natura, della sua rappresentazione in Leopardi, e questo perché è proprio su questo grande tema della natura che l’idea e lo stereotipo del pessimismo si sono radicati,   con la formula che dopo il 1824 la natura per il poeta coincida con un’immagine matrigna, violenta, aggressiva, dominatrice, distruttiva.

I due momenti del costituirsi di una tradizione critica importante  sono, mi sembra, il saggio del Sainte-Beuve del ’44, Portrait de Leopardi, uscito sulla “Revue des Deux Mondes”, all’epoca prestigiosissima rivista. Anche Baudelaire, che teneva una corrispondenza con Sainte-Beuve,  leggeva la “Revue des Deux Mondes” , e dunque dobbiamo immaginare che avrà letto il saggio dell’amico Sainte-Beuve su Leopardi, come l’avranno letto Gautier, Banville e altri poeti:  tracce di Leopardi si possono trovare in questi poeti anche attraverso la lettura di Sainte-Beuve. Dunque Sainte-Beuve,  nel suo famoso  Portrait de Leopardi del ’44, non parla del pessimismo leopardiano, ma presenta Leopardi come l’ultimo degli antichi, come l’esempio di un poeta che nel cuore della modernità ha sperimentato le virtù, le passioni, la sapienza stessa degli antichi.  Questa prospettiva ha, certo, sullo sfondo una romanità e una grecità perdute e osservate dall’interno di una modernità che è già quella della Comédie humaine di Balzac.  A parte la buona ricostruzione della formazione leopardiana, della biblioteca, della passione per la filologia, ricostruzione condotta sulla scorta delle notizie fornite al critico francese direttamente dal De Sinner, professore in quegli anni a Parigi, le traduzioni di alcuni Canti che Sainte-Beuve incorpora nel saggio dislocano per così dire  il verso leopardiano dalla parte di Lamartine e De Musset. Sainte-Beuve infatti usa un  alessandrino  rotondo, teatrale, evocativo, solenne. La traduzione trasforma l’interrogazione leopardiana  -alla luna, al tempo fuggitivo, alle “care immagini”, alle parvenze che salgono da un tempo irreversibile- in un’elegia dolce, rammemorante, dispersa nella vaghezza malinconica. Dunque appare un Leopardi contemplativo, poeta del dolore. Ecco, questo è il mito critico che a livello europeo, per il prestigio di Sainte-Beuve, si costituisce presto: Sainte-Beuve  comincia il suo saggio citando De Musset, che aveva dedicato, sulla stessa “Revue des des deux mondes”,  dei versi al poeta italiano,  “sombre amant de la Mort”, e aveva evocato  dell’autore dei Canti “il casto amore  per l’aspra verità” ( “chaste amour pour l’âpre vérité”).

Poi accade qualcosa,  quando di rimbalzo si diffonde in Europa la conoscenza della filosofia di Schopenhauer. È allora, sullo sfondo della filosofia di Schopenhauer, che si comincia a delineare l’idea di un pessimismo leopardiano : è una sorta di trascrizione forzata, o di assimilazione,  insomma, a Schopenhauer. Ma vediamo allora il Dialogo di De Sanctis, il dialogo tra due personaggi napoletani, uno di stanza già a Zurigo e l’altro che arriva da Napoli, in fuga, perseguitato dalla polizia borbonica.  Il Dialogo su  Schopenhauer e Leopardi è scritto a Zurigo nel 1858  per la “Rivista contemporanea”. Secondo De Sanctis, se per Schopenhauer la materia è l’apparenza, per Leopardi la materia è principio e sostanza. Insomma, ribadisce De Sanctis : “L’uno è materialista, e l’altro è spiritualista”. È dunque l’antispiritualismo leopardiano, il materialismo,  che De Sanctis sottolinea con forza. Per Leopardi il piacere è in scacco dinanzi al desiderio (definito come una sorta di pulsione organica, che “termina soltanto con la vita”), così come il piacere di Schopenhauer è in scacco dinanzi alla volontà. Una sola volta, nel Dialogo desanctisiano,  si nomina la parola pessimista :  “pessimista”, “anticosmico”, e si aggiunge, come Salomone, come Schopenhauer. Ma proprio da quel momento  comincia tutto uno scarto nei confronti del cosiddetto pessimismo cosmico. De Sanctis sottolinea l’asimmetria e  la distanza più che le affinità di Leopardi col filosofo tedesco. Le affinità sono solo tematiche, riguardano gli orizzonti dell’interrogare: la vita, la morte, l’infelicità, il piacere, il dolore. Ma per il resto, secondo De Sanctis, il pensiero di Leopardi è sostanzialmente lontano da quello di Schopenhauer, soprattutto per una relazione particolare che il poeta italiano ha con la vita, con il desiderio di rapportarsi a una idea complessa, forte, di vita. Ricordate tutti, sempre in questo Dialogo, il passaggio: “Perché Leopardi produce l’effetto contrario a quello che si propone. Non crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l'amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in petto un desiderio inesausto.” Perché De Sanctis afferma questo? Perché coglie in Leopardi una mobilità del pensiero, un pensiero in stato di contraddizione, in stato di vitale contraddizione. L’ “effetto contrario” è possibile perché Leopardi è per così dire in stato di desiderio (senza voler caricare questa parola della cultura desiderante dei nostri anni Settanta) e ha del desiderio una visione per così dire biologica, insomma fa coincidere il desiderio con l’esistenza stessa. La pulsazione del desiderio corrisponde al respiro dell’uomo.

 

Prendiamo ora uno dei tanti punti di confronto su questo terreno del cosiddetto pessimismo, quello della natura, e cerchiamo di muoverci secondo una percezione dei testi libera da convenzioni, da schemi prestabiliti.

A me è accaduto, alcuni anni fa -lavorando proprio sul tema della natura di Leopardi per il libro Finitudine e infinito, uscito per Feltrinelli nel ’98, prima di passare proprio alla stesura del capitolo “Della natura dei frammenti”- di raccogliere una serie di citazioni dalle Operette, dallo Zibaldone, dai Canti, secondo un ordine cronologico, in modo da avere, diciamo, una testualità tutta lì  presente, dispiegata, anche se per frammenti. Volevo vedere se corrispondeva al vero questa distinzione   criticamente consolidata attorno all’idea di natura : da una parte la natura benigna, dall’altra, a partire dal  ’24, la natura matrigna. In mezzo una frattura. Ebbene, se consideriamo insieme i testi  dello Zibaldone, delle Operette e dei Canti, e li guardiamo anche cronologicamente, vediamo che c’è una mobilità incredibile, c’è una compresenza di temi analoghi, sia nel ’20-’21, sia nel ’23-’24, sia nel ’26-’27 e ’28. Posizioni che precedono il famoso ’24 tornano dopo e posizioni ritenute caratterizzanti la fase successiva al ’24 sono presenti prima. Dunque Leopardi presenta sulla natura un pensiero in continuo movimento. Un pensiero che non sancisce mai una cosa una volta per tutte, ma quella cosa la riprende, ci ritorna su, la reintegra, la ribalta, la approfondisce. Quindi  il suo è un pensiero in costruzione, aperto verso integrazioni, riprese, ripensamenti, aggiustamenti, come del resto è tutto lo Zibaldone.

E allora, brevemente, la conclusione che mi pareva di poter trarre da questa lettura testuale  ravvicinata e ordinata  era che in Leopardi l’idea di natura  si dispiega in un  ventaglio amplissimo di situazioni, in una costellazione di forme visibili innanzitutto, ma anche di forme invisibili: la natura come fato (su questo Timpanaro ha scritto delle cose molto interessanti), e qui c’è il rapporto con l’idea di natura degli antichi, la natura come necessità, come principio di conservazione, come bios, come circuito di produzione e distruzione (ovvio, qui,  il riferimento alle Operette Morali). Ancora, la natura come vivente. L’orizzonte del vivente, la  singolarità del vivente :  una costante presenza teorica, questa.  Corporeità e singolarità del vivente in rapporto con gli altri viventi. E questo in opposizione, in scarto, con un’idea di civiltà che è quella che Leopardi definisce come “spiritualizzazione delle cose umane, e dell’uomo”.  La civiltà, progredendo, spiritualizza, scorpora, astrae, e invece la natura vivente è lì con la sua singolarità pulsante e desiderante.  Il singolo uomo è vivente tra i viventi e per questo  la sua presenza è in rapporto con la vita dell’universo. Non c’è pensatore, poeta, più cosmologico di Leopardi nella nostra tradizione.   Fin dalla adolescenziale Storia dell’Astronomia, che ha pagine bellissime,  la cosmologia leopardiana ha un forte senso del vivente. E del singolo in rapporto al cosmo. Un’idea alla quale via via si opporrà l’astrazione di una civiltà spiritualizzata, e per questo violenta,   fondata sulle ideologie, sul conformismo, fatta di anonimia. Pensiamo all’ironia di Tristano sul tema delle masse, “questa leggiadrissima parola moderna”. Cosa sono le masse se non composte da individui? Ecco, da una parte, l’idea di una certa modernità che annulla, tenta di annullare, il vivente, la singolarità del vivente. E dall’altra parte l’idea della natura come vivente. Ma anche l’idea di un’anteriorità lieta, solare:  l’antico, il fanciullo, l’animale, tutto quello che spesso Leopardi chiama il naturale. E il naturale è anche proprio della poesia degli antichi. La poesia degli antichi è una poesia vicina alla natura.  Ricordiamo la giovanile polemica leopardiana con i romantici milanesi  che pretendono di imitare la natura in un’epoca in cui essa è incrostata dall’incivilimento, è lontana da noi.  Gli antichi invece erano prossimi alla natura, e quindi bisogna leggere la poesia degli antichi per sentire questa prossimità alla natura.

Il naturale per Leopardi  è, nella civiltà, in stato di oblio, di dimenticanza:  è  qualcosa che è stato rimosso, ma può tornare attraverso la poesia, per via della poesia.  Il richiamo alla natura non ha la funzione di invito a  un ritorno, a un nostos , ma è una soglia per la critica di ciò che la civiltà non vuole che sia naturale; una critica della “matematizzazione” dell’esistenza , una critica della ratio , che vuole conoscere tutto, tutto vedere, e finisce col non vedere nulla.

Torniamo a declinare ancora un po’ il ventaglio della rappresentazione della natura. C’è, ancora, in Leopardi,  un’ idea di natura come  physis, che mostra, nell’arco mutevole delle apparenze, il ritmo delle stagioni ma anche il ritmo del nascere e del morire, in accordo con tutto ciò che è vivente. Un’altra idea di natura  coincide con l’idea di esistenza, intesa in generale. L’esistenza per Leopardi è la vita che ama la vita, la vita che genera vita e quindi è il naturale fiorire delle cose, sia sensibili che non sensitive.

E c’è ancora un’idea della  natura come una violenza che annienta gli individui, i popoli e le epoche.  “Or dov’è il suono de’ popoli antichi?” . Nella Ginestra appare questa forza distruttiva della natura che abolisce ogni escatologia, ogni sogno, ma anche ogni memoria.

Ma c’è anche un’idea di  natura come protezione del vivente e allo stesso tempo come  insidia del vivente. Cura, e insieme corrosione, maternità dolce ma anche perversa, crudeltà di fanciullo :  la natura come fanciullo che si trastulla con il vivente.

E ancora, la natura come creaturalità che si riconosce nel breve respiro,  nella fragilità, ed è questo che  unisce gli uomini e le cose. Questa creaturalità è presente in Leopardi anche con una sua funzione ironica nei confronti delle idee e dei comportamenti prevalenti in società.   In un passaggio dei Pensieri il poeta parla delle “creature quasi d’altra specie”, cioè di quegli uomini che non si accordano col pensiero della contemporaneità, cioè con quel pensiero che ruota attorno a due elementi centrali : il denaro e l’opinione, le due  forze della modernità.  Un pensiero, questo, attualissimo.  E sentiamo che il poeta appartiene a questa fragile e appartata  creaturalità, non toccata dal cinismo e dalle mitologie dell’epoca.  La natura è anche l’orizzonte di una suprema sparizione, che attrae  ogni cosa,  la terra, i corpi celesti, le galassie.  Sparizione cui può anche seguire una rinascita. Pensiamo sia al finale del Cantico del gallo silvestre sia a quello del Frammento apocrifo. Nel Cantico del gallo silvestre (guardavo, ora,  Blasucci perché di questo abbiamo parlato insieme diverse volte,  e lui ha notato le relazioni tra il Cantico del gallo silvestre e L’infinito). Direi insomma che in Leopardi c’è, sia sul piano della teoresi sia sul piano del verso, da una parte una indagine sul sistema della natura – secondo l’uso settecentesco di indagare sul sistema della natura- dall’altra parte la preoccupazione, che nello Zibaldone è espressa in maniera molto esplicita, di non dimenticare il “poetico” della natura.  In una pagina dello Zibaldone, Leopardi dice che i filosofi smontano il sistema della natura, e  lo rimontano dimenticando il poetico, il meccanismo del poetico.

Quindi, se questa è la scena, se questo è un possibile lessico della rappresentazione della natura leopardiana, sviluppare un paradigma, una formula, uno svolgimento che vada dal bianco verso il nero, dalla maternità più rosea verso quella crudele, può avere qualche cosa di artificioso. Allora bisogna stare, a mio parere, nel frammento della pagina leopardiana, stare  nella fisicità concreta del testo, di volta in volta,  pur sapendo che Leopardi tende verso una costruzione; però questa costruzione non è mai sistematica, nel senso che la filosofia intende per  sistema. Si tratta, quindi, di  stare all’ombra, ogni volta, di un singolo testo, per vedere questo iter naturalis di Leopardi. Un iter naturalis che sempre ha presente sia la conoscenza filosofica e poetica della natura sia il libro naturale dell’universo. Fin da adolescente, nella scrittura della Storia dell’Astronomia, ha mostrato di avere costantemente presenti due libri: il libro degli uomini ( la biblioteca) e il libro dell’universo. Da qui la sua passione cosmologica, e la sua attenzione a Galileo.

Per concludere, vorrei ricordare alcuni passaggi per così dire interrogativi  della scrittura leopardiana (in un pensiero così complesso ci sono  a volte delle domande che paiono rivolte a noi, a noi oggi). Per esempio, nel Discorso sopra la poesia romantica a un certo punto, dopo aver polemizzato con la pretesa di rappresentazione mimetica della natura propria dei romantici milanesi,  Leopardi si chiede come abitare la natura in un mondo snaturato, in questo mondo, cioè, in questa civiltà, che ha negato la natura,  che s’è allontanato dalla natura, e per questo non la può più riconoscere (oggi aggiungeremmo :  che ha inquinato, opacizzato, stravolto la natura). Come abitare la natura in un mondo snaturato: una domanda all’altezza della nostra epoca. Un altro passaggio che rimbalza verso il nostro tempo è nella pagina dello Zibaldone datata 7 giugno 1820, dove Leopardi dice che la nostra rigenerazione dipende da una, per così dire, ultrafilosofia, che conoscendo l’intiero e l’intimo delle cose, ci ravvicini alla natura”.  Questi, dice, potrebbero essere i frutti dei “lumi” del nuovo tempo, una conoscenza dell’intiero e dell’intimo. Cogliere, dunque, l’invisibile delle cose, e il loro legame col tutto. La stessa civiltà, per Leopardi, può avere, come effetto contrapposto alla spiritualizzazione e all’astrazione, la funzione di spingere verso una conoscenza che vada al di là del visibile. La civiltà, certo, spiritualizza, astrae, scorpora, ma induce anche a una conoscenza che vada al di là del visibile perché affina il sentire e anche il vedere,  e questa dovrebbe essere la lezione dell’Illuminismo.

Ecco che Leopardi legge la lezione dell’Illuminismo non piegandola verso l’analisi o verso il sistema e neppure verso un’ideologia, ma portandola verso una conoscenza altra, nuova, verso la conoscenza dell’intiero e dell’intimo delle cose.

Chiuderei davvero con altre due citazioni che mettono profondamente in questione il pessimismo. La prima è dai Canti :    “Natura umana, or come  / Se frale in tutto e vile, / Se polve ed ombra sei, tant’alto senti?

Come è possibile, in questa condizione di finitudine, di fragilità, in questa esposizione al declino, al vuoto, il sentire alto? Domanda aperta. E certamente non c’è ideologia che possa rispondere a questa domanda.

E l’altra citazione è quella di un passo dello Zibaldone (1 febbraio 1829) che mi ha sempre colpito. Si tratta di un pensiero in cui Leopardi dice della poesia come di un sorriso.  E questo citando  Sterne, una frase della lettera dedicatoria  del  suo Tristram Shandy.  Ecco il passo leopardiano :  “Dalla lettura di un pezzo di vera, contemporanea poesia, in versi o in prosa (ma più efficace impressione è quella de’ versi), si può, e forse meglio, (anche in questi sì prosaici tempi) dir quello che di un sorriso diceva lo Sterne; che essa aggiunge un filo alla tela brevissima della nostra vita”. Grazie.

 


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