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NOTERELLANDO... Costume e malcostume 14. Un calcio al calcio? PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Mele/Melanton   
Martedì 26 Maggio 2015 06:06

["Il Galatino" anno XLVIII n. 9 del 15 maggio 2015, p. 3]


Abbiamo sicuramente tutti, nelle pieghe della memoria, ricordi più vividi di altri, ancorché apparentemente perduti. Sono momenti indelebili, che per una qualche imprecisabile ragione riaffiorano all’improvviso, facendoci rivivere atmosfere ed emozioni a lungo tenute in letargo.

Succede allora che, fra queste piccole gioie che conserviamo senza saperlo, io riviva in questi giorni quell’emozione piena e completa del mio ‘battesimo’ di una partita di calcio – la prima partita di calcio di serie A – alla quale ho assistito, insieme a molti altri amici e tifosi, quando avevo diciotto anni. La partita era Bari-Juventus, maggio 1960: si giocava allo Stadio della Vittoria, e nel capoluogo pugliese c’eravamo andati in pullman da Galatina, per ammirare da vicino le gesta degli assi bianconeri di quel tempo, e fra tutti Boniperti, Sivori e Charles.

Per la cronaca, la partita si concluse con la vittoria della Juve per 3 a 1. Fu uno spettacolo e una festa per tutti. In parte, anche per la stessa squadra barese, i cui sostenitori avevano visto la loro squadra tenere a lungo in parità l’incontro, cedendo poi alla soverchiante supremazia di una delle più forti formazioni juventine di sempre.

 

*       *       *

Parlare oggi di una partita di calcio come di “uno spettacolo e una festa per tutti” è assolutamente improponibile. Alla stregua di molte altre (più o meno importanti) attività e manifestazioni pubbliche, una partita di calcio può oggi rappresentare un’occasione di disordine e di preoccupazione per un’intera comunità, sfociando non di rado nella guerriglia, e causando danni, talora anche ingenti, a cose e a persone, come purtroppo sappiamo.

Le cronache più recenti parlano di ordinari disordini a Torino, nel ‘derby della Mole’, di un assalto selvaggio al pullman della Juventus da parte dei ‘cugini’ torinisti, di una bomba carta, di numerosi feriti e contusi.

In un altro incontro/scontro di tifoserie, quello tra Roma e Napoli, nel maggio dello scorso anno, prima della finale di Coppa Italia, ci fu la nota drammatica vicenda del ferimento a morte di Ciro Esposito. A distanza di circa un anno dall’evento, il 4 aprile dell’anno corrente, allo Stadio Olimpico, in occasione di un’altra partita Roma-Napoli, compaiono striscioni offensivi nei riguardi della madre di quel tifoso assassinato. Sempre a Roma, a fine febbraio di quest’anno, gli ultras olandesi del Feyenoord si scatenano, mettono a soqquadro locali e strade della Capitale, danneggiano a Piazza di Spagna la fontana del Bernini detta “Barcaccia”, e innescano una lotta aperta contro le forze dell’ordine.

Non è finita. In queste ultimissime settimane altre ‘edificanti’ notizie sul fenomeno di questo vandalismo e violenza che appare ormai inarrestabile e senza limiti, sono giunte prima da Varese (dove nello stadio, di notte, si scatena un’improvvisa ‘spedizione punitiva’, con distruzione di porte, panchine, e devastanti picconate sul terreno di gioco, rendendolo inagibile); poi da Assemini (sede del ritiro del Cagliari), dove avviene una sorprendente irruzione di alcuni tifosi estremisti, i quali schiaffeggiano duramente i giocatori della squadra sarda, lasciando a testimonianza del blitz la seguente scritta sul cancello del centro sportivo: «Sputate sangue sulla maglia, mercenari!». Qualche giorno dopo,  anche a seguito di questo, l’allenatore Zeman si dimette.

Ma la notizia più scioccante viene da San Paolo del Brasile. Inconcepibile e assurda.

A poche ore dal derby tra le squadre del Corinthias e del Palmeiras (che ha purtroppo una lunga scia di sangue per i violenti contrasti fra gli opposti gruppi di aficionados), due persone armate sono entrate in un locale, adibito a quartier generale della tifoseria del Corinthias, e hanno fatto sdraiare per terra otto persone, che hanno poi colpito alla nuca con un colpo di pistola, uccidendole barbaramente.

Come commentare, giudicare, interpretare, censurare, condannare, cercare di prevenire orrori del genere? Che sono peraltro ricorrenti e consolidati, e che nulla hanno a che fare con lo sport, ma semmai – con percorsi diversi – sono molto prossimi alla politica ‘ribelle’ (di destra e di sinistra) o a occulte frange di criminalità organizzata?

C’è stata e c’è, tanto da parte degli organi sportivi che della Polizia, una netta accelerazione per prevenire e contrastare ulteriori deleteri sviluppi del fenomeno (attraverso l’introduzione del cosiddetto DASPO - Divieto di Accesso alle manifestazioni Sportive -, della Tessera del Tifoso e del divieto di trasferta in alcune occasioni ritenute a rischio), ma il gioco (?) del calcio ha urgente bisogno di cure estreme e radicali, essendo un malato ormai cronico, avendolo – anche subdolamente e proditoriamente, per enormi interessi economici – esasperato e strumentalizzato a ragione di vita, di realizzazione personale, di supremazia individuale o di gruppo.

Con buona pace della romantica passionalità sportiva di un passato prossimo e tuttavia remotissimo, quando – pur con l’immancabile “tifo” di parte, sempre esuberante e impulsivo – le gradinate degli stadi erano piene anche di famiglie, con ragazzi, ragazze, e bambini in festa.

 


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