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C'è Musica e … Musica 4. Masters-De André: Antologia di Spoon River PDF Stampa E-mail
Musica e Teatro
Scritto da Giuseppe Greco (musicologo)   
Venerdì 29 Maggio 2015 07:01

Nel 1971 il cantautore genovese Fabrizio De Andrè compose alcune canzoni ispirate all'opera di un autore americano, Edgar Lee Masters, e raccolte in un album intitolato: Non al denaro non all'amore al cielo.

Masters, nato a Garnett nel Kansas nel 1868 e morto nel 1950 in Pennsylvania, è autore di un libro di poesie, Antologia di Spoon River, edito in forma completa nel 1916, grazie al quale è famoso nel mondo.

Debbo confessare che a Masters io ci sono arrivato attraverso e grazie a De Andrè. Era il 1971 quando un collega napoletano -ero allora alla mia prima esperienza di insegnamento presso un Liceo scientifico della provincia di Nuoro in Sardegna-  mi fece ascoltare un LP, il disco a 33 giri, appena uscito, Non al denaro non all'amore né al cielo, di Fabrizio De Andrè, espressione della cosiddetta scuola genovese, che annovera cantanti del calibro di Gino Paoli, Umberto Bindi, Luigi Tenco, Sergio Endrigo e Bruno Lauzi. Fabrizio si era già distinto con canzoni come La guerra di Piero, amara denuncia dell'assurda crudeltà di chi spara a un altro uomo con la divisa di un altro colore,  o come La canzone di Marinella, che lo fece conoscere al grande pubblico grazie anche alla stupenda interpretazione di Mina, e che altro non è che una favola, una trasfigurazione di un crudo fatto di cronaca nera, l'uccisione di una prostituta, segno e testimonianza della grande sensibilità di De Andrè verso gli emarginati e i più deboli.

Quando ascoltai il disco rimasi profondamente colpito. Non sapevo niente di Masters e della sua Antologia, per cui la prima cosa che feci fu quella di comprare, oltre al disco, il libro nell'edizione economica dell'Einaudi (lo stipendio degli insegnanti, si sa, non è mai stato alto!) con la traduzione di Fernanda Pivano.  Sarà giocoforza parlare di Pivano, la prima traduttrice dell'Antologia,  e ricordare anche un altro scrittore italiano, uno dei maggiori nel panorama della nostra Letteratura del Novecento, dove al di là dei tanti nomi che vi circolano, i grandi davvero si possono contare sulle dita di una mano.  Sto parlando di Cesare Pavese, il quale si fece mandare dagli Stati Uniti una copia dell' Antologia di Masters -siamo nel 1930- e su di essa compose dei saggi pubblicati nel 1931 sulla rivista “La Cultura”.  Dieci anni dopo uscì la prima traduzione italiana dell'Antologia di Spoon River ad opera appunto di Pivano.

Ma torniamo all'autore dell'Antologia.  Masters è un giovane avvocato di Chicago che coltiva la passione per la poesia. Scrive dei testi brevi nello stile dell'epigramma la cui caratteristica è appunto la brevità, efficace nella sua essenzialità che non di rado si chiude con una battuta, un colpo finale inaspettato, l'aprosdòketon, come dicevano i Greci, o l'inopinatum dei Latini come negli Epigrammi di Marziale.   Masters scrive i suoi epigrammi seguendo un'idea che non è nuovissima (ci aveva già pensato molti secoli prima Dante!), quella di far parlare i morti, non secondo lo schema molto articolato e organico della Commedia dantesca, ma usando un modello semplificato, quello degli epitaffi incisi sulle lapidi, dove in breve viene tratteggiata la figura di chi è sepolto nel cimitero.   Nell'Antologia il cimitero è collocato su una collina ed è per questo che la prima poesia è intitolata La Collina, mentre nel disco De Andrè utilizza come titolo il verso ripetuto alla fine di ogni strofe: Dormono sulla Collina.

Dov'è questa Collina?  Masters, si è già detto, è nato a Garnett in Kansas, ma già da piccolo si trasferisce presso i nonni paterni a Petersburg, un paesino attraversato dal fiume Sangamon nell'Illinois.  Nel periodo adolescenziale si sposta a Lewistown, una trentina di miglia a nord di Petersburg, nei cui pressi scorre il fiume Spoon che ha dato il titolo all'Antologia, luogo dal quale l'autore ha tratto  lo spunto per la conformazione del cimitero situato in collina.

Il titolo del libro gli venne suggerito dall'amico avvocato e direttore di un giornale di Saint-Louis, il Reedy's Mirror, il quale gli aveva proposto la lettura dell'Antologia Palatina, la raccolta di epigrammi ed epitaffi greci dal I secolo a.C. al IX d.C., ordinata da Costantino Cefala nel X secolo. Probabilmente l'idea di far parlare i morti gli derivò anche dall'Introduzione della I Satira di Giovenale, laddove il poeta latino afferma che, al fine di evitare ritorsioni violente da parte del potere dispotico di imperatori come Domiziano, si sarebbe limitato a parlare di coloro che sono sepolti lungo la via Flaminia, cioè parlerà dei morti per non rischiare con i vivi.  A differenza del testo latino qui, nell'Antologia, ci sono solo persone comuni coi loro nomi privi di alone storico.  Non abbiamo i grandi personaggi della Commedia dantesca, una Francesca da Rimini  -per dire- o un Manfredi o un Conte Ugolino, ma uomini e donne colti nella loro quotidianità e alle prese con i problemi della condizione esistenziale.

Masters comincia a scrivere quasi per gioco i primi testi e li pubblica a puntate sul Mirror. Inaspettatamente ottiene un grande successo tanto che l'editore lo sollecita a scrivere altre poesie. Masters si dedica a questo compito senza risparmiarsi. Scrive dappertutto: sul rovescio delle buste delle lettere, sui bordi dei giornali e delle riviste, in tram, nei bar, in ogni dove. Finalmente nel 1916 si ha l'edizione completa dell'Antologia di Spoon River.   Duecentoquarantaquattro composizioni   brevi, secondo lo schema già ricordato dell'epigramma e col nome del defunto come titolo. Pare quasi di attraversare i viali di un cimitero e di leggere le iscrizioni sulle lapidi.

Ad introdurre le 244 poesie c'è La Collina, nella quale viene posto il tema dell'opera.  C'è una domanda dominante all'inizio di ogni strofa: “Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom …? / Dove sono Ella, Kate, Mag …?”  che si conclude con l'inevitabile risposta: “Tutti.../ Tutte dormono, dormono, dormono sulla collina”.  Sono morti tutti!  Sono i morti di un'umanità dolente che ai vivi vogliono raccontare se stessi, senza infingimenti, e dire quello da vivi non avrebbero mai avuto il coraggio di confessare, perché solo da morti si può essere autentici, senza ipocrisie.  Si tratta di persone reali, molte conosciute direttamente dal poeta a Petersburg, a Lewistown, a Chicago, alcune inventate, altre gli sono state raccontate. Tutti  “così palpitanti, per assurdo, nella loro diafana entità di trapasssati, di pure parvenze (Pivano).

Ci sono uomini che sono morti nei luoghi di lavoro, le cosiddette morti bianche, donne che sono morte a causa di una violenza, di uno stupro, di un parto o tentando la fortuna lontano da casa.

Ci sono gli speculatori, i grandi affaristi privi di scrupoli, che pensano soltanto al loro tornaconto.   Ci sono coloro che, per l'ambizione e la gloria dei generali, sono morti in guerra e le loro spoglie rimandate a casa nelle bandiere / legate strette perché sembrassero intere, dice la bellissima taduzione di De Andrè.

E' stato detto che i testi di Masters sono “poco più che prosa e poco meno che poesia”. Alcuni certamente raggiungono apprezzabili livelli lirici, ma nella gran parte sono semplici narrazioni.  Quelli di De Andrè, invece, sono autenticamente poetici, anche se bisogna considerare che sono solo nove.     Ecco  il primo a confronto:

 

MASTERS DE ANDRE'

La  Collina                                                              Dormono sulla collina

Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,                                                              Dove se n'è andato Elmer
l'abulico, l'atletico, il buffone, l'ubriacone, il rissoso?                                                       che di febbre si lasciò morire,

Tutti, tutti, dormono sulla collina.                                                                                 Dov'è Herman bruciato in miniera?

Dove sono Bert e Tom,

Uno trapassò in una febbre,                                                                                          il primo ucciso in una rissa

uno fu arso nella miniera,                                                                                             e l'altro che uscì già morto di galera?

uno fu ucciso in rissa,                                                                                                    E cosa ne sarà di Charley

uno morì in prigione,                                                                                                    che cadde mentre lavorava

uno cadde da un ponte lavorando per i suoi cari.                                                         e dal ponte volò e volò sulla strada?

Tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

 

Dove sono Ella, Kate, Mag, Edith e Lizzie,                                                                Dormono, dormono sulla collina

la tenera, la semplice, la vociona, l'orgogliosa, la felice?                                            Dormono, dormono sulla collina.

Tutte, tutte, dormono sulla collina.

 

Una morì di parto illecito,                                                                                            Dove sono Ella e Kate

una di amore contrastato,                                                                                              morte entrambe per errore,

una sotto le mani di un bruto in un bordello,                                                                una d'aborto, l'altra d'amore?

 


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