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C’è Musica e… Musica… 5. Piedigrotta e la grande Canzone Napoletana II PDF Stampa E-mail
Musica e Teatro
Scritto da Giuseppe Greco (musicologo)   
Lunedì 15 Giugno 2015 17:03

La Piedigrotta del 1888 registra il grande successo di una nuova canzone su testo di Salvatore Di Giacomo: 'E spingule frangese. A comporre la musica questa volta è un giovane musicista di casa Ricordi, Enrico De Leva, i cui occhi languidi commuovono le dame e le damigelle dei salotti partenopei.  E' una canzone ispirata a un vecchio canto di Pomigliano D'Arco  con rappresentazione colorita dei tipi del popolo, dell'eco delle grida dei venditori ambulanti  (qui è un venditore di spingule = spilli da balia), un motivo molto eseguito se è vero che un giorno Di Giacomo, seduto al Caffè Gambrinus mentre assisteva alla sfilata delle truppe che rendevano gli onori al Kaiser Guglielmo in visita a Napoli, la sentirà suonare dalla banda militare, su richiesta dello stesso Imperatore di Germania.

Nu juorno mme ne jètte da la casa, 
jènno vennenno spíngule francese... 
Nu juorno mme ne jètte da la casa, 
jènno vennnenno spíngule francese...

Mme chiamma na figliola: "Trase, trase, 
quanta spíngule daje pe' nu turnese?" 
Mme chiamma na figliola: "Trase, trase, 
quanta spíngule daje pe' nu turnese?

Quanta spíngule daje pe' nu turnese?"

Io, che sóngo nu poco veziuso, 
sùbbeto mme 'mmuccaje dint'a 'sta casa... 
"Ah, chi vò belli spingule francese! 
Ah, chi vò belli spingule, ah, chi vò?!

Ah, chi vò belli spingule francese! 
Ah, chi vò belli spingule ah, chi vò!?"

 

E' davvero un periodo magico quello che va dal 1880 allo scoppio della Grande Guerra. Coincidente con La Belle Epoque (a cui dedicherò un capitolo a parte), è l'espressione dell'epoca d'oro della canzone napoletana, in cui le note musicali e i versi della canzoni sembrano scendere come per incanto giù dal cielo, al punto che anche la gente comune si sente ispirata e compone canzoni.  E' il caso di Vincenzo Russo, operaio in un negozio di guanti (lo stesso dove lavorava il padre dello scrittore Luciano De Crescenzo), che scrive i versi di I' te vurria vasà, Maria Marì e Torna maggio, tutte musicate da Eduardo di Capua, l'autore di 'O sole mio. Quattro splendidi motivi che chiudono l'Ottocento ('O sole mio è del 1898 e Maria Marì del 1899) e aprono il nuovo secolo (I' te vurria vasà e Torna maggio sono entrambe del 1900).

Vincenzo Russo è un poeta autodidatta costretto da una malattia polmonare a lavorarare all'aperto nel vicolo dove ha sede il negozio di guanti. Proprio di fronte c'è il palazzo di Enrichetta Marchese, la donna di cui è innamorato senza speranza, ben consapevole della differenza sociale.  Vincenzo morirà a 28 anni.  I suoi capolavori altro non sono che resoconti in versi di quelle giornate passate a guardare il balcone e la finestra di Enrichetta, ora chiamata Maria  in Maria Marì...

 

Arápete fenesta!                                                                             Oje Marì', oje Marì'
Famme affacciá a Maria,                                                                quanta suonno ca perdo pe' te!
ca stóngo 'mmiez'â via...                                                                 Famma addurmì,
speruto da vedé...                                                                           abbracciato nu poco cu te!

Nun trovo n'ora 'e pace:                                                                  Oje Marì', oje Marì',
'a notte 'a faccio juorno,                                                                  quanta suonno ca perdo pe' te!
sempe pe' stá ccá attuorno,                                                            Famme addurmì...
speranno 'e ce parlá!                                                                       Oje Marì, oje Marì'!   (…)

ora chiamata Rosa in I' te vurria vasà (con quel bellissimo attacco, arioso e profumato):

Ah! Che bell'aria fresca...                                                                               I' te vurria vasà ...
Ch'addore 'e malvarosa...                                                                              I' te vurria vasà
E tu durmenno staje,                                                                                      ma 'o core nun mmo ddice
'ncopp'a sti ffronne 'e rosa!                                                                            'e te scetà ...'e te scetà

'O sole, a poco a poco,                                                                                  I' mme vurria addurmì...
pe' stu ciardino sponta...                                                                                I' mme vurria addurmì...
'o viento passa e vasa                                                                                   vicino 'o sciato tujo,  (sciato = fiato)
stu ricciulillo 'nfronte!                                                                                      n'ora pur'i'...  n'ora pur'i'...   (...)

E' lei la … bella addormentata che l'innamorato ha paura di svegliare con un bacio,ma che poi,in Torna maggio, trova il modo di rimproverare affettuosamente: ci vuole coraggio a dormire mentre sbocciano le rose...


Rose! Che belli rrose!...Torna maggio!
Sentite 'addore 'e chisti sciure belle!
Sentite, comme cantano ll'aucielle...
e vuje durmite ancora!?...
'I' che curaggio!

Aprite 'sta fenesta, oje bella fata,
ché ll'aria mo s'è fatta 'mbarzamata:
Ma vuje durmite ancora, 'i' che curaggio!
Rose! Che belli rrose!...
Torna maggio!  (...)

 

E che dire di Eduardo Di Capua, splendido autore di quella che è diventata una sorta di inno dell'Italia nel mondo, 'O sole mio?  Era figlio di un violinista che faceva il posteggiatore. A Napoli i posteggiatori sono stati protagonisti importanti della diffusione delle canzoni. Questi cantanti ambulanti, frequentatori di caffè, birrerie e altri luoghi di pubblico ritrovo, rappresentarono il vero tramite tra autori, compositori e  pubblico. In un certo senso hanno svolto il ruolo che  in questi ultimi decenni è stato assunto dalla discografia, dalla radio, dalla televisione e da tutto quello che la tecnologia ha prodotto nel settore della musica leggera.  Eduardo in compagnia del padre Giacobbe parte per una tournée in Russia e a Odessa sul mar Nero nel freddo di una giornata illuminata dal sole sembra che abbia avuto, forse per nostalgia di quello caldo di Napoli, l'ispirazione per comporre la musica di 'O sole mio, su un testo che l'amico giornalista Giovanni Capurro gli aveva affidato al momento della partenza.  Al concorso bandito dalla “Tavola Rotonda” dell'editore Bideri i due parteciperanno con questa canzone, vincendo le duecento lire del secondo premio...


Che bella cosa na jurnata 'e sole,
n'aria serena doppo na tempesta!
Pe' ll'aria fresca pare gia' na festa
Che bella cosa na jurnata 'e sole.

Ma n'atu sole
cchiu' bello, oi ne'.
'O sole mio
sta 'nfronte a te!
'O sole, 'o sole mio
sta 'nfronte a te,
sta 'nfronte a te!   (...)

 

Poi ci sarà la felicissima collaborazione con le dolcissime parole dei testi di Vincenzo Russo, che abbiammo già ricordato. Musiche così ispirate dovrebbero assicurargli un'esistenza serena, se non agiata. Invece lotterà sempre con la miseria, dando lezioni di canto, dirigendo orchestrine e suonando il pianoforte a commento dei film muti in cinema di terz'ordine. Alla fine si ammalerà e morirà in ospedale dopo che avrà dovuto vendere anche il pianoforte per bisogno di denaro con cui  far fronte ai suoi creditori.

Meno infelice il destino di un altro compositore di estrazione popolare: Salvatore Gambardella.

Lavora come garzone nella bottega di ferramenta in piazza Mercato gestita da Vincenzo Di Chiara, musicista di buon livello, al quale Salvatore presenta una composizione di un garzone di vinaio, Gennaro Ottaviano. Si tratta di 'O marenariello, una canzone del 1893 musicata da Gambardella. Musicata...si fa per dire, perché Gambardella non conosce una nota e la musica la sa solo...fischiare! Melodia gioiosa e malinconica al tempo stesso, 'O marenariello sarà la prima di molte altre canzoni che faranno di Salvatore Gambardella uno dei protagonisti dell'epoca d'oro della canzone napoletana. I vantaggi economici di questa sua prima canzone, però, andarono tutti all'editore Don Ferdinando Bideri che, fiutato l'affare, l'acquistò per poche lire e gli affiancò da allora un musicista (Achille Longo) con l'incarico di mettere le note sul pentagramma...


Oje né', fa' priesto viene!                                                         Vicin' 'o mare
nun mme fá spantecá...                                                           facimmo 'ammore
ca pure 'a rezza vène                                                              a core a core
ch'a mare stó' a mená...                                                          pe' nce spassà...
Méh, stienne sti bbraccelle,                                                     Sò' marenaro
ajutame a tirà...                                                                        e tiro 'a rezza:
ca stu marenariello                                                                   ma, p' 'allerezza,
te vò' sempe abbracciá.                                                           Stòngo a murì...        (...)

Alto, snello, simpatico, il cappello a larghe falde posato di traverso sui neri capelli ricciuti, sorridente con un fiorellino all'occhiello della giacca, l'ex scugnizzo sarà un personaggio acclamato, festeggiato, invidiato e combattuto, ma soprattutto un sincero interprete delle tradizioni e della musicalità della sua città.  L'anno dopo, nel 1894, Gambardella compose col maestro elementare Pasquale Cinquegrana Furturella, che ricevette gli apprezzamenti di Mascagni (“risolve in modo egregio una scala semitonale”) e di Puccini (“progressione musicale discendente degna del migliore musicista classico”), il quale gli regalò un pianoforte e lo incitò a studiare musica.

Furturella, diminutivo di Fortuna, è una bella ragazza che ispira gli apprezzamenti del passionale spasimante...

Tiene ' vetella (= i fianchi)                      Sta bella schiocca  (ciocca)                    ca tiene 'mmocca

comm' 'a vucchella                                           de rrose scicche,  (sciccose)                   chisà a chi attocca

Furture' …   (…)                                                Furture'                                                   Furture'...

 

velati di sano erotismo fino all'allusivo doppio senso...

 

Che dice, che faje?                                  Che pienze, mm' 'a  daje,                               Furture'?  …

 

che quasi sessant'anni dopo, nel 1953, il grande Gigi Pisano riproporrà ne  La Pansé...

Che bella Pansé che tieni,                             Che bella Pansé che hai,                             Me la dai, me la dai?

 

Sarà una splendida poesia di Salvatore Di Giacomo ad attirare, nel 1895, l'interesse del musicista fischiatore: 'E trezze 'e Carulina, in cui uno spasimante non ricambiato vorrebbe che gli oggetti usati da Carolina (pettine, specchio, lenzuola) le facessero dei dispetti...

 

Oi pèttene, che pièttene                              E tu specchio addò luceno               Lenzola, addò se stenneno

'e trezze 'e Carulina,                                  chill'uocchie, addò, cantanno        'e carne soje gentile,

damme nu sfizio, scippela,                       ride e se mmira, appànnete nfucateve, pugnìtela,

scìppela na matina!                                   mentre se sta mmiranno.                 Tutto stu mese 'abbrile!

 

Sul pianoforte regalatogli da Puccini finalmente, due anni prima della morte avvenuta nel 1913,Gambardella riuscirà a comporre il suo ultimo successo dal titolo quasi emblematico: Quanno tramonta 'o sole, un inno alla donna amata poeticamente ispirato di Ferdinando Russo...

Quanno tramonta 'o sole, e tuttecosa Cu ll'uocchie dint'a ll'uocchie e po' mme dice:
jènne pe' s'addurmí dint
a nuttata,                                                    “Quanta felicità...
piglia 'o culore 'e na viola nfosa...                                                     Quanta felicità!...”
tanno te penzo sora e 'nnammurata!

Tanno te sento mia                                                                           Siéntelo, oje bella, 'o suono 'e sti pparole!
tutta felice,                                                                                         Fatte vasà, quanno tramonta 'o sole!
senza parlá...   Senza parlà!

Puccini ebbe modo di apprezzare anche Ernesto De Curtis, il musicista che, su un testo del fratello Giambattista, scrisse nel 1902 Torna a Surriento, la canzone destinata a rivaleggiare con 'O sole mio in popolarità mondiale.  Contrariamente a quel che potrebbe sembrare, essa non nasce per ispirazione sentimentale, ma da un'occasione contingente: la visita a Sorrento dell'allora Presidente del Consiglio Giuseppe Zanardelli, ospite nell'albergo di Guglielmo Tramontano, sindaco della città, il quale sperava di ottenere per Sorrento la costruzione di un ufficio postale e altri benefici. Ospiti dello stesso albergo sono anche i fratelli De Curtis, i quali pensano bene di scrivere una canzone da dedicare all'illustre ospite,ormai in partenza,in modo che, una volta arrivato a Roma, non dimentichi  l'impegno preso col sindaco. E così Zanardelli viene salutato dall'improvvisata esecuzione di una altrettanto improvvisata Torna a Surriento. Il testo venne poi limato per la Festa di Piedigrotta del  1904, su proposta del solito astuto Bideri, e fu un grande successo. Intanto Sorrento, oltre ad avere già da marzo il suo ufficio postale, ottenne una meritata fama che indubbiamente contribuirà alle sue fortune turistiche...

Vide 'o mare quant'è bello,                                                     E tu dici: “I' parto, addio!”
spira tanto sentimento,                                                           T'alluntane da stu core.
comme tu, a chi tiene mente,                                                  Da sta terra de ll'ammore,
ca scetato 'o faje sunná.                                                         tiene 'o core 'e nun turnà?
Guarda guá' chisti ciardine,                                                     Ma nun me lassà,
siente sié' sti sciure 'arancio,                                                   nun darme stu turmientu.
nu prufumo accussí fino                                                           Torna a Surriento!
dint''o core se ne va.                                                                 Famme campà!

Il 1904 è un anno davvero fecondo per la canzone napoletana. Infatti, in quello stesso anno Don Ferdinando acquista e pubblica un'altra canzone di successo: Voce 'e notte.La musica è di Ernesto De Curtis, i versi di Edoardo Nicolardi, un giovane giornalista, amareggiato perché la sua Anna, di cui è profondamente innamorato, era stata data in sposa dal padre, il commendator Gennaro Rossi, ricco venditore di cavalli da corsa, a un vecchio ma ricco cliente, Pompeo Corbera, preferito al giovane e brillante  giornalista, ma senza proprietà né rendite.  Era questa l'usanza dell'epoca!

Edoardo non si rassegnava all'idea e la notte, lasciato il giornale, andava solo e disperato sotto i balconi degli sposi nella speranza di vedere la sua Anna, magari dietro i vetri della finestra.   Una notte si fermò al Gambrinus a prendere un caffè e diede sfogo ai suoi tormenti scrivendo il testo di una delle più belle canzoni di tutti i tempi, Voce 'e notte...

Si 'sta voce te scéta 'int''a nuttata,

mentre t'astrigne 'o sposo tujo vicino...

Statte scetata, si vuó' stá scetata,

ma fa' vedé ca duorme a suonno chino...

Nun ghí vicino ê llastre pe' fá 'a spia,

pecché nun puó sbagliá 'sta voce è 'a mia

E' 'a stessa voce 'e quanno tutt'e duje,

scurnuse, nce parlávamo cu 'o "vvuje".

Una canzone a dir poco autobiografica.   La storia d'amore poi nella realtà si concluderà felicemente, perché l'anziano Corbera morirà qualche mese dopo il matrimonio e la giovane vedova potrà sposare il suo Edoardo. Fu un matrimonio felice allietato dalla nascita di ben otto figli!  Non c'erano allora tutte le remore, gli opportunismi e … gli egoismi relativi al controllo programmato, e limitato, delle nascite.

Sempre del 1904 è un'altra splendida canzone, Uocchie c'arraggiunate, un vero gioiello per quanto poco conosciuta. Fu scritta da un giovane avvocato napoletano Alfredo Falcone Fieni, perdutamente innamorato di una bella fanciulla di nome Concetta.  Seduto al tavolino di un Caffè, preso dal sentimento, scrisse seduta stante questa canzone dolcissima, al tempo stesso carica di passione e sensualità.  Un elogio a quella parte del corpo che molti definiscono lo specchio dell'anima: gli occhi.  Per Alfredo gli occhi di Concettina sono talmente espressivi da sembrare dotati di parola.  Famosa l'interpretazione del cantante-attore Gennaro Pasquariello. Era la canzone preferita di Eduardo De Filippo, che la inserì in una sua commedia del 1932.

Gennareniello... St'uocchie ca tiene belle,                                                         E chi ve po' scurdà,
lucente ccchiù de stelle,                                                           uocchie ch'arraggiunate
sò' nire cchiù do nniro                                                               senza parlà?
só' comm'a duje suspire...                                                        Senza parlà?

Ogne suspiro coce,                                                                  A me guardate sì...
ma tene 'o ffuoco doce...                                                          e stàteve nu poco,
e, comme trase 'mpietto,                                                          comme dich' i'...
nun lle dá cchiù arricietto.                                                         Comme dich' i'...  comme  vogl' i'...  (...)

La bellissima melodia di questa canzone fu scritta da Rodolfo Falvo, autore della musica di altre canzoni famose come Tarantelluccia (su testo di Ernesto Murolo, padre di Roberto) e Dicitencello vuje. E' probabile che Alfredo abbia chiesto a Rodolfo di musicare i suoi versi con la speranza di conquistare il cuore della sua amata. E infatti: i due si sposarono ed ebbero cinque figli!                    A questa storia bisogna purtroppo aggiungere un finale tragico: nel 1954, a settantasei anni il poeta avvocato morì suicida, lanciandosi dal balcone del Policlinico di Napoli dove era stato ricoverato.

Ma torniamo ancora a Salvatore Di Giacomo, il massimo poeta della canzone napoletana, contemporaneo  di poeti del calibro di Carducci, Pascoli, D'Annunzio. Per i grandi bisogna avere necessariamente un occhio di riguardo!  Nel nuovo secolo, nel 1906, Di Giacomo si affaccia con un'altra bellissima canzone musicata da Francesco Buongiovanni: Palomma 'e notte.

Una sera il poeta vede una farfallina girare e rigirare attorno a una candela accesa. E l'avverte: questa non è una rosa e nemmeno un gelsomino, ma una fiamma che ti può bruciare le ali. Va' via, torna all'aria fresca! Non vedi che anch'io resto abbagliato dalla fiamma e per allontanarti mi brucio le mani?  Potrebbe essere un'allusione alla bella diciannovenne studentessa Elisa Avigliano che il poeta, bibliotecario presso l'Università di Napoli, aveva conosciuto l'anno prima e poi sposato, lui quarantacinquenne, dopo undici anni di tormentato fidanzamento?  E chi vorrebbe allontanarla dalle tentazioni, ma si brucia la mano, è il poeta stesso?  Può essere! Salvatore Di Giacomo verrà nominato “Accademico d'Italia” nel 1925 e morirà nel 1934 a settantaquattro anni. Al suo funerale una banda accompagnerà il corteo al suono di Marechiare.   Comunque Palomma 'e notte rimane una delle più belle canzoni di Di Giacomo...


Tiene mente 'sta palomma,                                                     Vatténn' 'a lloco!
comme gira, comme avota,                                                     Vatténne, pazzarella!
comme torna n'ata vota                                                           Va', palummella e torna,
sta ceròggena a tentá!                                                             E torna a st'aria
Palummè' chist'è nu lume,                                                       accussì fresca e bella!...
nun è rosa o giesummino...                                                     'O bbi' ca i' pure
e tu, a forza, ccá vicino                                                            m'abbaglio chianu chiano,
te vuó' mettere a vulá!...                                                          e che m'abbrucio 'a mano
pe ' te ne vulé caccià?    (...)

Grazie all'opera degli autori e degli editori la canzone napoletana si è diffusa in tutto il mondo. Essa è stata particolarmente ben accolta dai nostri emigranti, in prevalenza meridionali, che hanno identificato in Napoli la loro patria lontana.   Soprattutto l'America è stata  meta di tante navi cariche di emigranti napoletani.  E dall'America giunge una canzone destinata, come quelle in riva al golfo, ad entrare nel repertorio classico della canzone partenopea:
Core  'ngrato, del 1911.              A scriverla sono due emigranti: il calabrese Antonio Sisca, sotto lo pseudonimo di Riccardo Cordiferro, emigrato con la famiglia a New York nel 1892, ed il napoletano Salvatore Cardillo, stimato autore di romanze e direttore di concerti e colonne sonore di film, il quale, scrivendo alla sorella a Napoli, la definirà una “porcheriola”  forse perché era contrariato dal fatto che la sua fama fosse legata esclusivamente a questa canzone.

Il successo fu enorme anche perché il grande tenore napoletano Enrico Caruso, in un certo senso anche lui un emigrato privilegiato (dopo i primi successi ottenuti a Pietroburgo, a Buenos Aires e alla Scala di Milano, a trent'anni, nel 1903, si trasferì al Metropolitan di New York dove rimase fino al 1920, l'anno prima della morte),  fu il primo interprete della canzone con la quale amava concludere ogni suo concerto. La pubblicazione venne curata dalla Casa Ricordi.   Il motivo ripropone il tema dell'amore non corrisposto: Una non meglio precisata Catari' ha abbandonato il poeta, che in un crescendo di disperazione rimprovera alla donna la sua ingratitudine, nonostante egli le abbia dedicato tutta la sua vita...

 


Catarì, Catarì, pecché me dice sti parole amare,
pecché me parle e 'o core me turmiente, Catarì?
Nun te scurdà ca t'aggio date 'o core, Catarì,
nun te scurdà!

Catarì, Catarì, che vene a dicere stu parlà ca me dà spaseme?
Tu nun'nce pienze a stu dulore mio,
tu nun'nce pienze, tu nun te ne cure.

Core, core, 'ngrato,
t'aie pigliato 'a vita mia,
tutt'e passato e
nun'nce pienze chiù! (…)

Siamo ormai alla vigilia del primo conflitto mondiale, che segnerà la fine irrevocabile della Belle Epoque e il cambiamento di usi e costumi.  Napoli saluterà le truppe che partono per il fronte con 'O surdato 'nnamurato (1915) e le mutate abitudini con Reginella (1917).

Col 1920 si conclude questo periodo straordinario della canzone napoletana, l'epoca d'oro di tante belle e indimenticabili canzoni, di un tempo rimpianto e sognato (Tiempe belle), che un'altra coppia  di autori famosi, Ernesto Murolo ed Ernesto Tagliaferri, rievocherà con tanta nostalgia in Napule ca se ne va. Un delizioso quadretto napoletano dove tre comitive in una scampagnata a Marechiaro, tra mangiate e bevute e quattro chiacchiere, ricordano i tempi andati sotto lo sguardo  di una luna un po' triste e disillusa...

E  'a luna guarda e dice:
Si fosse ancora overo!

Chisto è 'o popolo 'e  'na vota:
gente semplice e felice
chist'è Napule sincero
ca pur'isso se ne va...”

Piedigrotta, naturalmente, continuerà con la sua festa e la sua tradizione, ma gran parte della sua fama e del suo colore si stempera sotto queste note di nostalgica tristezza e di cocente attualità.Oggi   infatti (e diciamo anche purtroppo, allargando il riferimento all'Italia), quel popolo chiassoso e   sorridente anche nelle avversità e nella miseria ha fatto posto alla violenza comune e camorristica, agli interessi illeciti, ai feroci regolamenti di conti tra bande criminali, al degrado ambientale e       morale di una città sguaiata e pericolosa.  Che tristezza!


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