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Racconti sovietici 8. Aleksej Tolstoj, Vipera (parte terza) PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Scrittori sovietici   
Martedì 30 Giugno 2015 07:02

Traduzione dal russo di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

[continuazione]

4

 

Come un passero che sta volando nel ventoso cielo impazzito e all'improvviso casca con le ali spezzate e rotola per terra, così la vita di Olga Vjačeslavovna, il suo passionale, innocente amore tutto d'un tratto fu spezzato e si ruppe e cominciarono a trascinarsi giorni pesanti, incerti e a lei inutili. Per molto tempo dovette stare in un lettino di vari ospedali da campo, veniva sgombrata con gli altri feriti nelle retrovie dentro i fatiscenti carri ferroviari, moriva per la fame ed il freddo sotto un logoro pastrano. La gente attorno era estranea, ostile, per tutti lei era soltanto un numero della tabella dell'ospedale militare, nessuna persona cara aveva al mondo. La vita stessa divenne opprimente e disgustosa, ma neppure questa volta la morte se la prese.

Quando fu dimessa dall'ospedale, rapata a zero, magra al punto che il pastrano e gli stivali le cascavano di dosso come da uno scheletro, andò nella stazione ferroviaria, dove abitava e crepava di freddo sui pavimenti nelle sale d'attesa una marea di gente priva di connotati umani. Dove si poteva andare? Il mondo intero era come un campo deserto. Tornò in città, andò in un punto di raduno del comando militare, fece vedere i suoi documenti e la spilla-freccia d'onorificenza, e da lì a poco con un convoglio partì per la Siberia, a combattere.

Il battito delle rotaie, il calore ferreo di una stufetta avvolta da fumi grigi, le migliaia e migliaia di verste, le canzoni lunghe come la strada stessa, il fetore e la neve imbrattata delle caserme, le lettere urlanti dei manifesti militari e, il diavolo solo sa, di quali altre affissioni e notificazioni; i brandelli di cartaccia fruscianti nel gelo invernale, i comizi cupi tra le pareti di tronchi d'albero nella penombra di un lume fumante; e poi, nuovamente, le nevi, le conifere, le fumate dei falò, il suono famigliare del flagello delle battaglie, un gran freddo, i villaggi arsi dal fuoco, le macchie del sangue sulla neve, le migliaia e migliaia di cadaveri come i ceppi di legno sparsi dappertutto e ricoperti dalle folate di neve... Tutto questo si aggrovigliava nei suoi ricordi, si fondeva in un lungo rotolo delle disastrose calamità infinite.

Olga Vjačeslavovna era magrissima e molto scura; era capace di bere l'alcool delle automobili, fumava il tabacco forte e, se era necessario, la sua bocca sputava parolacce non meno degli altri. Da pochi veniva considerata una donna, era troppo smagrita e rabbiosa, come una vipera. Ci fu un caso, quando di notte nella caserma, un ignaro soldatino con le grosse labbra, arrivato da poco dal fronte, soprannominato “Labbrone”, si fece avanti e le chiese di giocare un po'; lei, con un improvviso accanimento, lo colpì tanto forte con il calcio della pistola in mezzo agli occhi che l'amico fu soccorso e portato all'ospedale militare. Questo caso tolse ogni desiderio perfino di pensare di combinare qualcosa con la “Vipera”...

In primavera approdò a Vladivostok. Per la prima volta nella vita vide un oceano; blu, scurissimo, vivo. Correvano, si dirigevano verso la riva le lunghe criniere della schiuma, si sollevavano sin dall'orizzonte le onde e, arrivando, si scontravano con il molo, involavano in una nube liquefatta.

Ad Olga Vjačeslavovna nacque la voglia di andarsene su una nave... Risuscitarono le reminiscenze delle illustrazioni su cui aveva sognato nell'infanzia: le rive con gli alberi mai visti, le cime delle montagne, un raggio di sole da dietro le nuvole immense e la lenta rotta di un vascello... Passare, navigando, davanti al capo Storm, rimaner seduta, rattristata, su una pietra in riva al fiume Zambesi... Ma si trattava, certamente, di una pura sciocchezza. Nessuno la volle prendere su una nave, e soltanto in un'appartata bettola di porto, un vecchio pilota della navigazione, scambiandola per una prostituta, dispiacendosi per la sua giovinezza perduta, con le lacrime sugli occhi, le aveva tatuato un'ancora su un braccio, dicendo: «Ricordatelo, in questo c'è una speranza per la salvezza...»

Poi la guerra finì. Olga Vjačeslavovna si comprò al mercatino delle pulci una gonna confezionata con una tenda verde di peluche ed iniziò a lavorare per gli enti più disparati: fece la dattilografa nel comitato esecutivo comunale, la segretaria nel Dipartimento Statale per le risorse boschive, o semplicemente l'impiegatuccia di cancelleria da spostare all'occorrenza da un piano all'altro insieme alla scrivania.

Non rimaneva mai a lungo nello stesso posto, si trasferiva in continuazione da una città all’altra; più vicino alla Russia europea. Pensava, immaginando: attraversare un giorno quello stesso ponte, sopra quella riva, dove, dopo aver riempito nel fiume un gavettino d'acqua, le stette seduto vicino Dmitrij Vassiljevič per l'ultima volta... Sembrava persino che avrebbe trovato quel saliceto, e quel punto d'erba calpestato, su cui stettero seduti...

Non riusciva a dimenticare il passato. Viveva in solitudine, rigidamente. Tuttavia la durezza militare cominciò ad abbandonarla lentamente; Olga Vjačeslavovna tornava nuovamente ad essere una donna...

 

 

5

 

A ventidue anni doveva iniziare una terza vita. Quello che succedeva adesso, a suo parere, era come lo sforzo di sottomettere i destrieri ad un giogo di fatica. La nazione sconvolta continuava a rizzare il pelo dalla rabbia, ancora gli occhi erano iniettati di sangue nella spasmodica ricerca di distruggere qualcosa, ma dappertutto già, separandosi dal giorno di ieri, facendo un taglio netto con il passato, biancheggiavano affissi dei decreti che esortavano la popolazione a riparare, ricostruire, costruire.

Leggeva e ascoltava tutto questo, e le sembrava che fosse assai più difficile della guerra. Le città, dove le capitò di abitare, erano state distrutte con un'inaudita, sfrenata violenza e rabbia, quello che ne rimase in piedi, si usurò e si sconnesse, le piantagioni spontanee delle ortiche ricoprirono i luoghi degli incendi; la gente viveva di male in peggio e perfino nel sonno non riusciva a sognar altro che le vedute di guerra. La creatività si esprimeva nella produzione dei fasci di rami di betulla o di quercia per l'utilizzo nella sauna russa e del vasellame d'argilla; come ai tempi degli avi lontani.

Le parole dei decreti incitavano alla ricostruzione e alla creatività. Ma con le mani di chi? Con le proprie, con queste, le uniche; ancor incurvate come gli artigli di un rapace... Nelle ore del tramonto ad Olga Vjačeslavovna piaceva girovagare per le vie della città; fissava i volti diffidenti e cupi della gente con le rughe profonde di rabbia, d'orrore e d'odio; riconosceva perfettamente questa convulsione della bocca, questi frammenti o i buchi al posto dei denti, consumati in guerra. Ognuno c’era stato, vi aveva preso parte; dal fanciullo al vecchio... Ed adesso vagavano in una città imbrattata, vestiti di sacchi di iuta, maleodoranti d'acido, con le stoffe dei tendaggi dei ricchi, nelle malconce calzature di tiglio, arruffati, scompigliati, pronti in ogni momento a mettersi a piangere od ammazzare...

Le parole dei decreti imponevano in modo insistente: operare, creare, fare... Sì, questo era molto più impegnativo che far saltare un ponte con un panetto di dinamite, in uno schieramento di cavalleria far a pezzi a sciabolate dei soldati di una batteria d’artiglieria, frantumare a colpi di srapnel le finestre di uno stabilimento produttivo... Olga Vjačeslavovna si fermava davanti ad una palizzata inclinata con un vistoso manifesto. Qualcuno lo aveva già imbrattato e sfregiato con un pezzo di gesso, incidendo sopra una parolaccia. Scorgeva attentamente i volti dipinti, inesistenti nella vita vera, le bandiere sventolate, gli edifici a cento piani, le ciminiere delle fabbriche, i fumi che si sollevavano verso lettere traballanti: “Industrializzazione” ...Con tutta l'anima, rimasta incolume ed impressionabile come quella di una ragazzina, sognava davanti a quel bel manifesto; turbata ed emozionata per la grandiosità di questa nuova lotta.

Il tramonto si rabbuiava; l'ultimo imperversare dei suoi colori, trafiggendo una nube plumbea, faceva infiammare di luce i vetri frantumati delle abitazioni desolate. Di tanto in tanto si scorgeva il trascinarsi di un passante, che sgranocchiava i semi di girasole e sputava le bucce nel fango di una strada sconnessa piena d’ogni sorta di ciarpame e di schifezze, dalle lamiere arrugginite alle carogne di gatti coi denti digrignati. I semi di girasole, i semi di girasole... Il tempo libero dell'uomo veniva riempito con il movimento delle mandibole, il cervello sonnecchiava nell'oscurità. Nei semi c'era un ritorno all'esistenza antecedente all'età della pietra. Le mani di Olga Vjačeslavovna si stringevano a pugno, non poteva rassegnarsi e tollerare un silenzio amorfo, i semi di girasole, i fasci di rami per le saune e gli immensi terreni abbandonati della remota provincia...

Riuscì ad ottenere un mandato di trasferimento a Mosca; dove arrivò con una gonna verde di peluche di un tendaggio, piena di determinazione e d'abnegazione.

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Alle privazioni quotidiane Olga Vjačeslavovna reagiva tranquillamente: era abituata a cose assai peggiori. Nelle prime settimane a Mosca dovette vivere dove capitava, poi ricevette una stanza in un appartamento in coabitazione nel rione Zarjadje. Dopo aver riempito un sacco di questionari coi dati anagrafici e personali ed aver presentato una moltitudine di domande d'assunzione, ammutolita e letteralmente schiacciata dall'immensa difficoltà di ottenere tutti i suoi documenti, dal chiasso ronzante, come in un alveare, degli enti a molti piani, trovò finalmente un impiego nell'ufficio di controllo del Consorzio nazionale dei metalli non ferrosi. Ebbe la sensazione d’un povero uccellino che, per puro caso, finì volando all'interno dell’immenso meccanismo dalle migliaia di ruote d'orologio a carillon di una torre. Abbassò la cresta e mise la coda tra le gambe. Scandiva il minuto per arrivare in ufficio. Si guardava attorno e s’intimoriva, in quanto, neppure impiegando tutti gli sforzi dell'intelletto, riusciva a definire il grado dell'utilità e del suo rendimento nel lavoro di ribattitura sulla macchina per scrivere delle varie scartoffie burocratiche. Qui a nulla serviva la sua destrezza, la sua audacia temeraria, né la sua collera di vipera. Qua soltanto, come i martelletti negli orecchi nel delirio del tifo petecchiale, battevano le macchine per scrivere, frusciavano i fogli di carta, borbottavano nelle cornette telefoniche le voci dal tono amministrativo. E' tutta un'altra cosa, la guerra: chiara, ben definita, sempre avanti, al fischio delle pallottole, verso una meta visibile...

Col tempo, certamente, si abituò alle circostanze, si contentò, divenne un pochino più docile. Ripresero a scorrere le giornate; lavorative, tranquille, monotone. Per non affogare totalmente in un oblio d'ufficio, cominciò ad assumersi impegni di alcune cariche sociali. Nel portar avanti le attività del club ricreativo del dopo lavoro, vi fece entrare una tale disciplina e la terminologia da squadrone, che dovettero persino frenarla nella rigidità eccessiva.

Una prima offesa all'amor proprio, la ricevette da un assistente del capoufficio, che occupava la scrivania di fianco a lei, in prossimità della porta dello studio del capoufficio. Successe in merito al fumo di un tabacco forte. L'assistente disse: «Mi meraviglio di lei, compagna Zotova: è una donna, tutto sommato, interessante, e ha impregnato tutto l'ambiente dell’odore insopportabile di un tabacco così forte... E' mai possibile che non l'abbia una sufficiente dose di femminilità... Fumi, semmai, le sigarette “Java”.»

Può darsi che un'osservazione futile come questa le sia arrivata proprio in tempo. Olga Vjačeslavovna, lì per lì, provò un sentimento sgradevole, poi un dispiacere fino alle lacrime. Lasciando l'ufficio al termine della giornata lavorativa, si trattenne davanti allo specchio sulla scala e, per la prima volta in molti anni, in modo critico, femminile, si diede un'attenta occhiata: «Ma che razza di spaventapasseri! Una logora gonna di peluche, davanti è tirata su, dietro si è fatta tutta a brandelli, con i tacchi delle calzature da uomo scalcagnate, una camicia grigia di cotone... Ma com'è successo?»

Due signorine dattilografe con le gonne seducenti e le calze color rosa, passando vicino di corsa, si voltarono verso Zotova rimasta ferma con estrema meraviglia davanti allo specchio e, ad un pianerottolo inferiore, fecero una risata trattenuta e dissero qualcosa di cui si poté distinguere soltanto: «...spaventerebbe persino i brocchi...». Il sangue affluì al meraviglioso volto zingaresco di Olga Vjačeslavovna... Una di quelle signorine abitava nel suo stesso appartamento nel rione Zarjadje; si chiamava Sonečka Varentsova.

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Alcuni giorni dopo le donne, che popolavano un appartamento nel vicolo Pskovskij (quello del rione Zarjadje), rimasero stupite da una strana sortita di Olga Vjačeslavovna. Una mattina, arrivando in cucina per lavarsi, fissò con gli occhi lucidi, come una vipera, Sonečka Varentsova che si stava preparando una minestrina per la colazione. Le si avvicinò ed indicando le calze, disse: «Queste dove le ha comprate?» – Sollevò la gonna di Sonečka ed indicando la biancheria intima: «E questa dov'è che si compra?» – Domandava con rabbia, come se stesse colpendo a sciabolate.

Sonečka, delicata per natura, rimase spaventata dal suo spiccio comportamento e dai movimenti bruschi. Salvò la situazione Rosa Abramovna: con voce soave spiegò dettagliatamente che tutte queste cose Olga Vjačeslavovna le aveva potute acquistare acquistare nei punti vendita sul ponte Kusnezkij, che adesso sono di gran moda gli abiti “chemisier”, le calze color carne ed altro ancora e ancora...

Ascoltando, Olga Vjačeslavovna annuiva e, del tutto come un soldato, ripeteva: «Signorsì. Sissignore... Ho capito...». Poi afferrò un biondo ricciolo di Sonečka, anche se non si trattava di una criniera di cavallo, ma di una morbidissima setacea ciocca: «E questo com'è che si pettina?»

«Tagliare, cara mia, indubbiamente, tagliare» – miagolò Rosa Abramovna. «Dietro – cortissimi, davanti – con una scriminatura nel mezzo e poi sulle orecchie...»

Pjotr Semjonovič Morš, entrando in cucina, tese l'orecchio e, con un'aria d’autocompiacimento, brillando con il suo cranio calvo, come sempre a sproposito, disse: «E' un po' tardiva la sua trasformazione dal comunismo di guerra, Olga Vjačeslavovna...»

Lei si voltò bruscamente verso di lui (in seguito egli raccontava che a lei perfino battevano i denti) ed a bassa voce, ma scandendo ogni parola, disse: «Taci, canaglia, scampato da una sciabolata! Ti avessi incontrato sul campo di battaglia sarebbe andato diversamente...» .

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Al Consorzio dei metalli non ferrosi, in un primo momento, si confusero tutti, quando Zotova arrivò in ufficio indossando un vestito nero di seta a maniche corte, le calze color carne e un paio di scarpette di vernice nera; i suoi capelli castani erano tagliati e risplendevano d'argento nerastro come il pelo di una preziosa pelliccia. Si sedette alla scrivania, chinò la testa sopra le carte d'ufficio, i suoi orecchi erano tutti rossi.

L'assistente del capoufficio, un giovanotto un po' ingenuo, spalancò gli occhi e continuò a tenerli fissi, seduto immobile, mentre il suo apparecchio telefonico squillava come impazzito.

«Accidenti» – disse, – «ma questa qui, da dove è venuta?!»

Veramente, Zotova era bella da morire: finissimi e pieni di grazia, i lineamenti del volto si accentuavano da una appena appena percettibile peluria olivastra delle guance, gli occhi scuri e profondi come la notte, le ciglia lunghissime... niente inchiostro sulle mani; in poche parole, silenzio tutti, ciak, si gira! Perfino il capoufficio si affacciò, come per caso, alla porta dello studio, trafisse Zotova con il suo sguardo plumbeo.

«E' una ragazza travolgente!» – si espresse più tardi al suo proposito. Vennero a darle un'occhiata anche gli impiegati di altri uffici. Non si parlava d'altro che di una sorprendente, sbalorditiva metamorfosi di Zotova.

Passò l'imbarazzo iniziale ed Olga Vjačeslavovna si sentì la pelle nuova addosso, in un modo libero e disinvolto, così come un tempo; un abito da studentessa liceale o un elmetto della cavalleria, un pellicciotto di montone rovesciato stretto fortemente in vita e gli speroni. E se gli uomini la fissavano in modo troppo insistente, abbassava le ciglia, come se celasse l'anima.

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Al terzo giorno, alle cinque del pomeriggio, quando Zotova si stava pulendo una macchia d'inchiostro dal gomito con un pezzo inumidito di carta assorbente, le si avvicinò il giovane assistente del capoufficio, Ivan Fëdorovič Pedotti, affermando: «Dobbiamo parlare molto seriamente». Olga Vjačeslavovna sollevò appena un po' le striscioline delle belle sopracciglia, si mise il cappellino.

Uscirono.

Pedotti disse: «La cosa più semplice è fare una capatina da me, è qui vicino, dietro l'angolo.»

Zotova alzò leggermente una spalla. Andiamo. Il vento caldo portava la polvere. Salirono al quarto piano. Olga Vjačeslavovna entrò per prima nella stanza, si sedette su una sedia.

«Dunque?» – domandò. «Di che cosa lei aveva bisogno di parlarmi?»

Lui si sbarazzò della cartella gettandola sul letto, si arruffò i capelli e iniziò il suo discorso oratorio, agitando con un braccio l'aria viziata della stanza.

«Compagna Zotova, è nella nostra natura avvicinarci ad una qualsiasi faccenda in modo diretto, apertamente... Subito al dunque... Il richiamo sessuale è un fatto reale ed un bisogno del tutto naturale... E' da tempo arrivato il momento di scaraventare fuori bordo ogni genere di romanticismo... Ecco è quanto... Ho spiegato, come vede, tutto a priori... Adesso per lei è chiaro...»

La abbracciò da sotto le ascelle e la tirò dalla sedia verso di sé sul petto, dove all'interno gli batteva freneticamente, come sull'orlo di un ineffabile abisso, il suo cuore grezzo. Subito, però, sentì una resistenza: si rivelò che era difficilissimo staccare Zotova dalla sedia; aveva un corpo snello ed elastico. Non confondendosi, rimanendo imperturbata, Olga Vjačeslavovna gli strinse fortemente le braccia vicino ai polsi e le fece girare in tal modo, che non gli rimase che mandare un gemito e cercare di liberarsi, ma poiché lei continuava a farlo soffrire, urlò: «Mi fa male, mi lasci, e vada al diavolo!..»

«Allora non ti azzardare mai più senza chiedere prima, brutto scimunito» – disse.

Lasciò Pedotti, prese una sigaretta “Java” dalla scatola aperta sul tavolo, l'accese e se n’andò via...

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Per tutta la notte Olga Vjačeslavovna si girò e rigirò nel letto... Si sedeva davanti alla finestra, fumava, poi si sdraiava di nuovo e cercava, cercava d'addormentarsi nascondendo la testa sotto il cuscino... L’intera vita venne in superficie dalla memoria; quello che sembrava appisolato, si risvegliò, riacquisì le forze vitali piene di una nostalgica angoscia... Era stata una notte davvero infernale... Ma perché, a che pro? E' mai possibile che non si possa vivere per il resto dei giorni con distacco, tiepidamente, far scivolare la vita come l'acqua refrigerante di una sorgente, priva dei tormenti di una febbre d'amore? Sentiva, fremeva al pensiero che nonostante la vita le avesse inferto dei brutti colpi in passato, non era riuscita per nulla a scacciarle dalla testa tutta questa scemenza definitivamente, e che “questo” certamente adesso sarebbe ricominciato... E non si potrà né farne a meno, né evitare...

La mattina, avviandosi lungo il corridoio per lavarsi, Olga Vjačeslavovna sentì le risate in cucina e la voce di Sonečka Varentsova: «...E' da stupirsi, sino a che punto sia smorfiosa e piena di smanceria... Fa schifo solo a vederlo... Figuratevi, neanche toccarla si può, è tanto esigente... Nel questionario dei dati anagrafici scrisse con le lettere, così:    “signorina, nubile“... (Le risa, il sibilo dei fornelli a petrolio.) Invece tutti dicono: la portavano semplicemente al seguito di uno squadrone... Capite? Si concedeva quasi a tutto lo squadrone...»

La voce della sarta, Maria Afanass'evna: «Indubbiamente ha la sifilide... Le si legge in faccia.»

La voce di Rosa Abramovna: «Si comporta, invece, come se fosse la baronessa Rothschild.»

La voce baritonale di Pjotr Semjonovič Morš: «State molto attente con lei, ho compreso da tempo com'è fatta questa vipera... Si farà una carriera in un batter d’occhio...»

Olga Vjačeslavovna entrò in cucina, tutti tacquero. Lo sguardo suo si arrestò su Sonečka Varentsova e le rughette, apparse vicino alla sua bocca, esprimevano un tale grado di ripugnanza e di disgusto, che le donne cominciarono a borbottare. Tuttavia la lite non scoppiò questa volta.

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Dopo il caso Pedotti, che prese ad odiarla con tutta la forza di un mortificato amor proprio maschile, attorno a Zotova si creò una tacita ostilità delle donne e un atteggiamento beffardo degli uomini. Temevano, tuttavia, di prenderla di petto apertamente. Anche se lei sentiva sulla nuca degli sguardi cattivi, che la accompagnavano dappertutto. Presero ad appiopparle nomignoli offensivi: “vipera”, “bollata” e “cagna dello squadrone”; riusciva a sentirli nelle voci sussurrate, leggeva nelle scritte sulla carta assorbente. E quel che era più strano, tutte queste sciocchezze lei le percepiva in modo morboso... Come se fosse possibile urlare ad ognuna di tutte queste persone: «Non sono affatto così, come credete...»

Non senza ragione, tempo fa, Dmitrij Vassiljevič l'aveva chiamata: la zingarella... Con un’angoscia oscura, cominciava ad accorgersi che in lei, nuovamente, ma con una forza matura, si stavano risvegliando dei desideri... La sua verginità s’indignava... Ma che cosa si poteva fare? Lavarsi da capo a piedi sotto un rubinetto d'acqua gelida? La scottatura precedente faceva troppo male, è pauroso perfino pensare di buttarsi tra le fiamme un'altra volta... Non serve, sarebbe davvero tremendo...

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Da non più di un minuto, Olga Vjačeslavovna guardava quest'uomo e tutto l'essere suo le disse: è lui... Era inspiegabile e catastrofico, come un impatto con un tram sbucato all'improvviso da dietro un angolo.

Un uomo con un'ampia blusa di tela grossa, alto e robusto, stava fermo sul pianerottolo della scala e leggeva su una bacheca un giornale periodico d'azienda. Vicino, da porta in porta, su e giù per la scala, passavano affrettatamente gli impiegati. L'aria era impregnata dall'odore di tabacco e di polvere. Tutto è come sempre. L'uomo, con un sorriso indolente, stava studiando a centro pagina del giornale una vignetta satirica sul Direttore dell'economato del Consorzio dei Tabacchi (sito al piano di sopra). Quando anche Olga Vjačeslavovna si trattenne per un attimo davanti al giornale, egli si voltò verso di lei e, indicando la caricatura (la mano sua era massiccia, grande, bella), disse: «Lei, mi sembra, è nel comitato di redazione, compagna Zotova? (la voce sua era possente, bassa.) Ecco, raffiguratemi come vi pare e piace, non sono contrario... Ma questo a cosa serve, è una vera sciocchezza, è privo persino di talento!»

Sulla vignetta lo avevano ritratto seduto alla scrivania con un bicchiere di the davanti e tra due apparecchi telefonici squillanti. La satira si limitava al fatto che a lui piaceva prendere del the nelle ore d'ufficio a scapito dell'attività lavorativa...

«Vi è mancato il coraggio di azzannare come si deve, e tutto finì in un latrato; in modo, direi, perfino servile... Il the e con ciò... Nel 19 prendevo l'alcool puro con la cocaina per rimanere sveglio...»

Olga Vjačeslavovna lo guardò negli occhi: grigi, leggermente freddi, di color acciaio, affaticati, avevano una vaga somiglianza con quelli unici, da lei amati, spenti per sempre... Il volto era ben rasato, dai lineamenti regolari, ben pronunciati, con un languido intelligente sorriso... Lei si ricordò: nel 19 lui era stato in Siberia a svolgere mansioni di gestore per l'approvvigionamento di viveri dell'Armata Rossa, per decine di migliaia di verste il suo nome incuteva in tutti uno stato di terrore... La gente come lui le sembrava addirittura irraggiungibile... Mescolava gli avvenimenti e le vite come un mazzo di carte... Invece adesso, si ritrovava con una cartella, un sorriso stanco ed oltre scorreva la vita da lui creata, spingendolo a gomitate…

«Se dovessimo sminuzzare ogni cosa così, da incapaci» – disse ancora, – «si potrebbe sminuire e ridurre la rivoluzione stessa ad una banale caricatura... E' il significato qual è? I vecchi, quindi, fecero quel che fecero, e adesso, buttiamoli pure nella discarica... Il salario adesso è garantito a tutti, beviamo la birra e divertiamoci... Macché, la gioventù è bella, carissimi, tuttavia rinnegare il passato è molto pericoloso. Vivono alla giornata soltanto le efemere. Che? Vogliamo diventare come questi insetti?.. Che cosa ne dice?..»

Si girò e andò via. Olga Vjačeslavovna seguì con lo sguardo la sua nuca forte, la schiena larga, mentre lui s'incamminava lentamente sui gradini di pietra verso i locali del Consorzio dei Tabacchi, e le sembrò che stesse facendo un immenso sforzo per non piegarsi sotto il peso del quotidiano... E ne sentì una compassione acuta... E, com’è risaputo, la compassione...

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Alla prima occasione, con un documento del comitato locale da firmare, Olga Vjačeslavovna salì nei cupi ambienti del Consorzio dei Tabacchi ed entrò nello studio del Direttore dell'economato. Lui stava girando il cucchiaino nel bicchiere del the, sulla cartella era appoggiata una brioche appena sfornata. Vicino alla finestra stava una dattilografa che batteva fortemente sui tasti della macchina per scrivere. Olga Vjačeslavovna era talmente agitata che non le prestò alcun'attenzione, vide soltanto gli occhi grigio-acciaio di lui. Dopo aver letto il documento, lui lo firmò. Lei non si mosse. Allora lui disse: «E' tutto, compagna... Può andare.»

Era davvero tutto... Quando Olga Vjačeslavovna chiuse la porta dietro di sé, le sembrò di sentire sghignazzare la signorina dattilografa. Adesso non rimaneva altro che continuare ad impazzire... Perché non ci sarà un'altra volta che qualcuno le dia un colpo in testa con un pesetto, non la porteranno per fucilarla in un sotterraneo e lui non la salverà, portandola sulle braccia all'ospedale, non si siederà vicino al lettino, non prometterà di procurarle gli stivali appartenuti ad un cadetto morto ammazzato...

Passò la notte che venne in un modo che è meglio dimenticare. Durante la mattinata gli inquilini verificarono le condizioni della sua stanza attraverso il buco della serratura, e proprio allora Pjotr Semjonovič Morš suggerì di soffiarle nella stanza, tramite un tubicino di carta, una decina di grammi di iodoformio, e tutti in cucina dissero: «E' su tutte le furie, la nostra vipera!». Sonečka Varentsova fece un sorrisetto sibillino, i suoi occhietti celesti celavano la quiete di una salda certezza.

Vincere la timidezza è ancor più difficile della paura della morte; ma non per niente Olga Vjačeslavovna aveva avuto il battesimo del fuoco: se è necessario agire, si agisce, e basta. Attendere un'occasione, la felicità, a poco a poco, con astuzia; far notare, come per caso, le belle gambe con le calze color carne, o mostrare una spalla nuda dall'abitino, non erano atteggiamenti consoni alla sua natura. Decise di andare da lui e dirgli tutto quanto e che faccia poi lui quel che crede... Così com'è ora non è vita...

Alcune volte cercò di rincorrerlo per le scale mentre lasciava l'ufficio, volendo prenderlo per la manica, fermarlo e dirgli subito, per strada: «L'amo, mi sto struggendo, muoio...». Ma ogni volta lui entrava nell'automobile senza accorgersi di Zotova in mezzo agli altri impiegati...

Proprio in quei giorni aveva scagliato contro Žuravljov il fornello a petrolio acceso. L'appartamento di coabitazione si stava saturando di una tensione minacciosa. Sonečka Varentsova era nervosa e se n’andava dalla cucina appena sentiva i passi di Zotova... Il burlone, Vladimir L'vovič Ponisovskij, s’introdusse, tramite una chiave trovata, nella stanza di Zotova e mise nel suo letto una spazzola per abiti, della quale comunque lei non si accorse e dormì tutta la notte.

Finalmente lui andò via dall'ufficio a piedi (l'auto per un guasto era all'officina meccanica). Olga Vjačeslavovna lo raggiunse, in modo brusco e un po' rozzo, lo chiamò; la bocca, la gola le si erano seccate. Gli camminò accanto, non riusciva ad alzar gli occhi, metteva i piedi goffamente, rizzava i gomiti. Pochissimi secondi diventarono un'eternità; sentiva or caldo or freddo, or tenerezza or rabbia. Lui invece camminava del tutto indifferente; serio, severo...

«Si tratta...»

«Si tratta» – la interruppe con ripugnanza, – «del fatto che mi parlano di lei a trecentosessanta gradi. Mi stupisco, sì, è proprio così... Lei mi sta semplicemente perseguitando... Le sue intenzioni sono palesi; la prego, stia zitta e non mentisca, tutte le spiegazioni sono superflue... Lei ha dimenticato solo che io non appartengo alla risma di quegli uomini, nati ora, coll'evento della nuova politica economica, e non sbavo alla vista di un qualsiasi visetto grazioso. Senta un consiglio: butti via dalla testa tutte queste idee per le calze di seta, per le ciprie e tutto il resto... Lei potrebbe diventare ancora un ottimo compagno...»

Senza salutarla, attraversò la strada, dove sul marciapiede opposto, vicino ad una pasticceria, lo prese sotto braccio Sonečka Varentsova. Stringendosi nelle spalle, indignandosi, cominciò a dirgli qualcosa. Con la stessa protratta smorfia di disgusto sul volto, lui liberò il braccio e s’incamminò, chinando la testa pesante. Una nube nera di scarico di benzina dell'autobus, li nascose ad Olga Vjačeslavovna.

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Dunque, la protagonista principale si è rivelata essere Sonečka Varentsova. Era stata lei ad informare dettagliatamente il Direttore dell'economato del Consorzio Statale dei Tabacchi della vita passata e presente della “cagna dello squadrone”, Zotova. Sonečka trionfava, ma aveva una paura tremenda...

La mattinata di domenica, prima descritta, non appena scricchiolò la porta di Olga Vjačeslavovna, Sonečka corse nella sua stanza e scoppiò in un pianto irrefrenabile, perché si sentiva offesa per una condizione insopportabile di vita sotto una costante minaccia. Dopo essersi lavata, Olga Vjačeslavovna, non si sa a che proposito, disse: «E' roba da matti», due volte (una in cucina e l'altra, tornando nella stanza) e poco dopo andò via da casa.

In cucina si raccolsero di nuovo gli inquilini: Pjotr Semjonovič coi pantaloni della domenica e un nuovo berretto a visiera con la parte superiore in tessuto bianco. Vladimir L'vovič non si era rasato ed era allegro per i postumi d'una sbronza. Rosa Abramovna cuoceva la marmellata di mirabella. Maria Afanass'evna stirava una camicetta. Stavano chiacchierando e facendo dello spirito. A questo punto comparve Sonečka Varentsova con gli occhietti gonfi.

«Io non ne posso più!» – disse già sull'uscio. «Tutto questo deve finire una buona volta... Quella, prima o poi, mi butterà del vetriolo addosso...»

Vladimir L'vovič Ponisovskij propose subito di tagliuzzare del crine dalla spazzola per gli abiti e quotidianamente cospargerne il letto della vipera; non potrà sopportarlo a lungo, di sua volontà sloggerà dall'appartamento. Pjotr Semjonovič Morš suggerì una difesa chimica; l'idrogeno solforato o lo iodoformio di prima. Ma erano certamente fantasie maschili. Soltanto Maria Afanass'evna disse cose giuste: «Anche se lei, cara Ljalečka, è una persona assai riservata, ammetta: la vostra relazione col Direttore è oramai una faccenda legalizzata?»

«Sì.» – rispose Ljalečka. «Proprio l'altro ieri abbiamo celebrato il nostro matrimonio presso un ufficio comunale dello stato civile... Io insistevo persino per quello religioso, ma per ora non è stato possibile...»

«Chi vivrà, vedrà» – disse con voce stridula Pjotr Semjonovič, facendo mostra della sua luminosa calvizie.

«Perché non mette sotto il muso, a questa schifosa vipera strisciante, a questa marchettara» – Maria Afanass'evna agitò nell'aria il ferro da stiro – «il vostro certificato di matrimonio!»

«Oh, no... Mai, per nessuna ragione al mondo... Ho tanta paura, ho dei pessimi presentimenti...»

«Staremo noi dietro la porta. Lei non deve temere nulla...»

Vladimir L'vovič, pieno d'allegria per la sbornia, come un caprone, belò: «Noi ci metteremo vicino alla porta armati di attrezzi da cucina.»

Convinsero Ljalečka.

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Olga Vjačeslavovna tornò a casa alle otto di sera, ingobbita dalla stanchezza, col viso di colore terreo. Si chiuse nella sua stanza, si sedette sul letto, abbandonò le braccia sul grembo... Sola, del tutto sola in questa assurda, ostile vita, nella stessa solitudine dell'attimo della morte, una di cui nessuno ha il benché minimo bisogno... Da ieri una strana distrazione sempre più forte si impadroniva di lei. Proprio come adesso: lei si vide tra le mani la rivoltella e non poté ricordarsi quando e perché l'aveva tolta dal muro. Stava seduta, rifletteva, fissando questo mortale giocattolo d'acciaio...

Bussarono alla porta. Olga Vjačeslavovna trasalì fortemente. Bussarono ancora più insistentemente. Si alzò, spalancò la porta. Oltre, nel buio del corridoio, spingendosi a vicenda, si scansarono gli inquilini; le sembrò che nelle mani avessero spazzoloni, attizzatoi... Nella stanza entrò Varentsova, pallida, con le labbra strette... E subito, con voce rotta e stridula, cominciò a dire: «E' una cosa veramente indecente, fare delle avances ad un uomo sposato... Eccole, il certificato di matrimonio... Tutti sanno che lei è affetta da malattie veneree... E con quelle, lei ha intenzione di fare carriera?!.. E perfino tramite il mio marito legittimo?!.. Lei è una schifosa canaglia!.. Guardi qua, eccole il certificato...»

Olga Vjačeslavovna come una cieca guardava Sonečka che non smetteva di strillare... Ed ecco un'onda del ben conosciuto, feroce odio si avvicinò, le strinse la gola, ogni muscolo si tese come l'acciaio... Dalla bocca uscì un urlo... Olga Vjačeslavovna sparò e continuò a sparare sul volto, che si agitava davanti a lei, Bianco...

1928

[Fine]

 


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