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Mario Marti e il suo candido centenario natalizio PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Venerdì 17 Luglio 2015 06:00

[Mario Marti è stato il padre della nostra umanità letteraria salentina. È morto tra la notte di martedì 3 e il mattino del 4 febbraio 2015. Aveva compiuto 100 anni il 17 maggio 2014. I suoi amici e sodali, in occasione del suo compleanno 2014, lo festeggiarono col libro Una vita per la letteratura. A Mario Marti. Colleghi ed amici per i suoi cento anni (a cura di Mario Spedicato e Marco Leone, Edizioni Grifo, Lecce 2014). Nel volume citato è pubblicato anche un intervento di chi qui si firma.]

 

Da più di quarant’anni conosco il prof. Mario Marti, una conoscenza quella mia che risale al tempo della militanza poetica salentina, condivisa con Antonio L. Verri, Salvatore Toma, Claudia Ruggeri, Ercole Ugo D’Andrea, Enzo Panareo, Ennio Bonea, altri ancora. Egli è stato sempre presente nell’ambito di quanto andavamo facendo e scrivendo, quando con consigli, quando con interviste, quando semplicemente con il suo sorriso sulle labbra. Il tempo poi è passato e quegli amici poeti citati se ne sono volati in cielo, alcuni giovanissimi, altri un po’ meno giovani, comunque mai in età di essere accolti nel regno delle tenebre.

Io sono ancora qui, come ancora qui, per la mia e non solo mia gioia, è presente anche Mario Marti che, di tanto in tanto, vado a trovare nella sua casa per avere da lui consigli, e non mi vergogno a dirlo, vado anche (assieme all’immancabile mio e suo amico pittore Antonio Massari) a farmi leggere (ma anche correggere se c’è da farlo) da lui un testo del quale non sono pienamente convinto. Egli, come sempre, mi accoglie con benevolenza: io e Massari portiamo qualche delizia della pasticceria leccese, ma anche lui, assieme alla moglie signora Franca, tiene sempre preparato qualche libro come gradito dono, oppure le caramelle ed altre squisitezze ancora, che subito ci offre con spirito sincero.

Uno dei miei più recenti ricordi pubblici che ho di lui, è quando l’ho visto presente a un’iniziativa a Lecce, tenuta il venerdì 26 febbraio 2009, in occasione dell’Assemblea Ordinaria della Società di Storia Patria per la Puglia, Sezione di Lecce in cui, nella Sala “Chirico” dell’ex Convento degli Olivetani, venne presentata la rivista della Società, «l’Idomeneo» (n. 10, 2008): Dieci anni di Storia Patria a Lecce. Sull’Identità del Salento. Omaggio a Mario Marti. Nell’occasione presentarono la rivista Giovanni Invitto, allora preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università del Salento ed Eugenio Imbriani, docente di Antropologia culturale nella stessa. A coordinare il dibattito fu invece Mario Spedicato, anch’egli docente della stessa Università e Presidente della Sezione leccese della Società.

Il clou della serata giunse quando Mario Spedicato presentò la sezione della rivista dedicata al prof. Mario Marti che, seduto in prima fila, accanto all’immancabile signora Franca, con i suoi (allora) 95 anni, lo vidi sorridente e felice perché circondato dall’affetto dei suoi estimatori e allievi più cari. Lo vidi (per la verità lo vedo ancora oggi così) con i capelli bianchi, il volto sereno e sorridente, una parola carezzevole e di conforto per i molti che lo salutavano, lucidissimo nella mente e ancora attivo nel suo quotidiano lavoro di critico e storico della letteratura dell’intero secondo millennio.

Quella volta, come sempre, ascoltò attentamente gli interventi, ringraziando poi tutti per l’affetto dimostratogli e per l’Omaggio de «l’Idomeneo»; omaggio che già, sin dalle prime pagine, evidenzia un preciso riferimento della comunità degli studiosi salentini al suo magistero. L’introduzione – Un’istituzione culturale al servizio del territorio. Un primo bilancio delle iniziative scientifico-editoriali nel decennio 1998-2008 –, a firma di Mario Spedicato, lo cita alle pp. 12, 14, 16 e 17; nel saggio La Collana ‘Cultura e Storia’: una nuova stagione di studi sul Salento, Giuseppe Caramuscio lo cita alle pp. 25, 26, 30, 39, 51 e 53; nel saggio «L’Idomeneo» e le prospettive di fruizione della storia locale, Pietro Manca lo cita a p. 57; nel saggio L’editoria locale e i ‘Quaderni de «L’Idomeneo»’: la costruzione di un pantheon per gli studiosi salentini, Dino Levante lo cita a p. 84; nel pieghevole che annuncia il secondo ciclo di seminari su L’identità del Salento, è citato a p. 92; nel saggio Dal passato al futuro. Biblioteche alla svolta, Alessandro Laporta lo cita a p. 96; nel saggio L’identità plurima: i santi patroni nel Salento moderno e contemporaneo, Mario Spedicato lo cita nuovamente a p. 145.

La Terza sezione della rivista è interamente dedicata all’Omaggio a Mario Marti (pp. 157-176), premettendo che gli «interventi [presenti] sono stati letti la sera del 17 maggio 2008 in occasione dei festeggiamenti organizzati dal Presidente del Circolo culturale “Galilei” di Trepuzzi, prof. Salvatore Capodieci, per il novantaquattresimo compleanno di Mario Marti (Per il genetliaco di un Maestro. Serata per e con Mario Marti) [… e] in segno di omaggio a uno dei rifondatori e protagonisti più attivi della sezione leccese della Società di Storia Patria» (p. 157).

Ampio e con opportuni approfondimenti critici è il saggio di Marco Leone, La scrittura narrativa di Mario Marti, tra impegno critico e rievocazione memorialistica, il quale scrive: «Mario Marti è noto a tutti noi per i suoi magistrali studi su Dante, sulla letteratura dei primi secoli, sul Dolce Stil Novo, sui poeti giocosi, su Leopardi, insomma su molti punti nevralgici della tradizione letteraria nazionale. Ma c’è un versante della scrittura saggistica di Marti, nella sua copiosa e sterminata bibliografia (oltre mille titoli, tra monografie, edizioni di testi, articoli, recensioni), che forse è meno conosciuto e che a me, tuttavia, sembra ugualmente significativo per comprendere pienamente l’uomo e lo studioso. Mi riferisco a quella linea di scrittura a carattere memorialistico-autobiografico, che caratterizza alcuni suoi libri e nella quale campeggia il ricordo del Salento natio» (p. 159).

Il prof. Leone individua il fondamento della critica martiana, sia essa rivolta ai grandi nomi della letteratura nazionale sia ai minori nell’ambito della letteratura domestica, attraverso il punto focale del suo rigore metodologico dell’indagine. Su questo punto scrive: «La fedeltà a un metodo consolidato, che si fonda su imprescindibili assunti (dialettica certo-vero, regione-nazione, maggiore-minore), si manifesta [a proposito della critica letteraria rivolta ai minori] anzi con immutata coerenza in queste circostanze, a riprova che l’afflato nostalgico e sentimentale non fa mai velo al lucido inquadramento storico e al puntuale riscontro filologico, né annebbia le capacità di giudizio o annulla la possibilità di esprimere riserve e perplessità (nel rispetto di un motto latino che Mario Marti ama spesso ripetere: Amicus Plato, sed magis amica veritas [(Amico Platone, ma più amica la verità)]: sicché la personalità o l’evento oggetto del suo approfondimento ne escono definiti da una interpretazione integrale e piena e vengono collocati nel giusto posto che la loro effettiva storia e il loro effettivo valore assegna a essi, senza alcun pericolo di rivendicazione municipalistica o di edulcorazione affettiva» (pp. 159-160).

Marco Leone indica poi le occasioni che hanno dato luogo agli interventi, alle critiche, ai saggi, alle recensioni «nell’arco di più di un ventennio (1986-2007)» di Mario Marti, compresi tutti, o quasi tutti, in «quattro volumi, tutti dai titoli suggestivi e accattivanti: 1) Occasioni salentine, Comune di Lecce 1986; 2) Storie e memorie del mio Salento, Galatina, Congedo 1999; 3) Soleto in grico e altra salentineria, Nardò, Besa 2001; 4) Salento, quarto tempo, Galatina, EdiPan 2007» (p. 160).

Di questi volumi, Leone analizza ogni pagina, ogni nota, dando a noi, allievi ed estimatori del prof. Mario Marti, l’opportunità di conoscere meglio e più approfonditamente il Maestro di tante lezioni pedagogiche, ma anche di vita concreta. Ai quattro volumi analizzati, lo stesso autore ne aggiunge un ultimo con queste parole: «Non si può trascurare, a conclusione di questo excursus, però, un altro scritto di Mario Marti, apparso lo scorso anno [2007] per i prestigiosi tipi della stamperia alpignanese Tallone. Si intitola Sul valore sentimentale attribuibile alle scelte del critico. Lettera di Maurizio Nocera a Mario Marti e risposta […] oltre ogni intenzione sistemica e teorica, come il titolo lascerebbe intendere, qui l’elemento biografico e sentimentale si lega indissolubilmente all’esperienza concreta del critico e dello studioso e, a prima vista, il Salento non sembrerebbe avere attinenza con questa riflessione. In realtà, però, Marti confessa di amare senz’altro i suoi due grandi autori (Dante e Leopardi) per il risultato delle innumerevoli ricerche e indagini da lui prodotte su essi, ma dichiara anche che esiste un altro tipo di amore letterario, non legato strettamente a ragioni professionali. Ma ispirato a una corrispondenza affettiva con scrittori e testi, nei quali si ritrovano un idem sentire, una comunanza di visione ideologica e una partecipazione di condizione passionale e umana. Ebbene, accanto all’Ariosto intimo e quotidiano delle Satire Marti afferma di amare dal punto di vista letterario, nel senso della seconda accezione semantica di “amore” letterario da lui precisata, proprio Rogeri De Pacienza di Nardò, l’autore del Balzino e del Trionfo per Isabella del Balzo, primo autore a inaugurare la sua “Biblioteca salentina di cultura”» (p. 166).

In rivista, al saggio di Marco Leone segue il testo Per Mario Marti, di Pantaleo Palmieri, di Trepuzzi, studioso di Leopardi, già docente e preside, il quale ricorda il Maestro come suo docente al corso universitario Con Dante tra i poeti del Duecento, e ricorda pure le lezioni dell’anno accademico 1967-68, che Marti tenne su La formazione del primo Leopardi, suo primo libro editato dalla Sansoni (Firenze 1944). L’amore per Leopardi accomuna sia l’ex docente sia l’ex discente, che scrive di comprendere le ragioni culturali di Marti nei confronti del Recanatese grazie alla lettura del volume martiano Amore di Leopardi (La Finestra di Trento, 2003). Affettuosa è l’affermazione dell’autore del saggio quando, rivolto al Maestro, scrive: «Allievo di ieri e di oggi, perché ancor oggi leggendo ogni cosa sua ho molto da imparare. E moltissime cose ho imparato dal suo ultimo libro Amore di Leopardi […] che è una vera e propria monografia, nitidamente scandita in due parti: 6 capitoli di Esegesi, e altri 6 capitoli di Storia della critica» (p. 168). Il saggio di Palmieri si conclude con un approfondimento fatto sull’ultimo libro di Marti da lui non ancora citato, I tempi dell’ultimo Leopardi.

La sezione della rivista dell’Omaggio a Mario Marti si chiude con l’ottimo saggio dell’italianista di fama nazionale, docente dell’Università del Salento e vicepresidente dell’Accademia della Crusca, prof. Rosario Coluccia, il quale si sofferma sul Marti filologo e editore di testi fondamentali come Dal certo al vero. Studi di filologia e di storia (1962); Nuovi contributi dal certo al vero (1980); e Ultimi contributi dal certo al vero (1995) per poi passare a indicare altri testi martiani importanti come, ad esempio, Poeti giocosi del tempo di Dante (1956); Prosa del Duecento (1959), a cura di Segre e dello stesso Marti;  Storia della letteratura italiana (1966); Storia dello Stil nuovo (1972), della quale ultima opera Coluccia scrive: «due tomi di oltre seicento pagine complessive, in cui i protagonisti di quel fondamentale movimento poetico che coinvolse anche Dante vengono uno per uno finemente analizzati e visti nelle relazioni reciproche e con altri protagonisti della straordinaria stagione poetica che si sviluppò in Toscana nella seconda metà del XIII° secolo» (p. 174).

Coluccia cita e analizza anche altri testi del Professore, come quelli dedicati a Boccaccio, Dante e Leopardi, precisando che: «l’eccezionalità degli studi di Marti non risiede nella quantità ma nella qualità della produzione. Per misurare la qualità, aldilà delle valutazioni personali, delle recensioni, delle opzioni individuali, esiste un metro incontrovertibile: le citazioni che di uno studio e di un’edizione continuano a farsi, anche quando siano passati anni, nel nostro caso addirittura decenni, dalla data della stampa dell’opera. Chiunque si occupi della nostra letteratura antica sa che punto di partenza per ogni lavoro sui poeti giocosi o sugli stilnovisti ancor oggi sono gli scritti di Marti su questo tema; nelle grandi opere letterarie collettive, nelle bibliografie, nei repertori, nei lessici storici ed etimologici della nostra lingua […] le edizioni e gli studi di riferimento sui poeti giocosi e sugli stilnovisti sono quelli di Marti, rispettivamente a oltre cinquant’anni e oltre trent’anni dalla apparizione. Il giudizio del tempo è severo ma giusto, e perciò inappellabile» (p. 175).

Coluccia analizza infine un altro importante lavoro di Marti. Si tratta delle Opere di Rogeri De Pacienza, in particolare del Balzino: un «lungo poema in ottave che racconta il lungo viaggio dal Salento verso Napoli intrapreso da Isabella per ricongiunsi al suo sposo […] Il testo è pubblicato con l’acribia filologica consueta: in proposito mi piace una novità assoluta, la proposta di segnalare visivamente con una sbarra obliqua (/) il fenomeno metrico della dialefe, corrispettivamente a quanto si fa con la dieresi, normalmente indicata con due puntini sovrapposti alla vocale (ä, ë, ï, ö, ü): proposta apparentemente minuta ma funzionale, alla quale gli studiosi dovrebbero prestare forse maggiore attenzione e magari replicarne l’applicazione in altre edizioni di antichi testi. Aldilà della attrattività intrinseca del reperto, offerto in edizione affidabile ai lettori dopo quasi cinquecento anni dalla confezione, l’opera di Rogeri e il suo autore sono particolarmente cari a Mario Marti. Al punto che nella Risposta di Mario Marti a Maurizio Nocera, in un opuscolo intitolato Sul valore sentimentale attribuibile alle scelte del critico apparso in una bella stampa composta a mano coi caratteri Tallone nel dicembre 2007, […] richiesto di indicare il grande amore letterario della propria vita, anche di fronte alla prevedibile candidatura dei nomi di Dante e Leopardi, ecco l’interrogato indicare proprio in Rogeri il personaggio al quale “ho veramente voluto bene, a prescindere dalle sue opere e dalle sue scritture”. Ma esiste un’altra ragione che rende il Balzino significativo nella biografia scientifica dello studioso: con questa pubblicazione si inaugura la “Biblioteca Salentina di Cultura”, nella quale successivamente appaiono molti importanti studi e testi appartenenti alla cultura dell’area salentina, dal XV° al XX° secolo» (p. 175).

 

Da sempre, almeno da quando Mario Marti decise, negli anni dell’istituzione a Lecce dell’Università, di trasferirsi nel Salento, i suoi rapporti col territorio e con le culture dello stesso sono stati netti e costanti. In particolare lo sono stati con la sezione leccese della Società di Storia Patria per la Puglia e col suo organo di stampa «l’Idomeneo». Tant’è che nel primo numero della rivista (Lecce, Conte editore 1998) Marti interviene con il saggio d’apertura, Girolamo Comi, la vita, la poesia (pp. 9-17). Si tratta di un discorso che egli pronunciò il 23 maggio 1998 a Lucugnano in occasione dell’inaugurazione del restaurato Palazzo Comi a trent’anni dalla morte del poeta.

Sul n. 3 de «L’Idomeneo» (Galatina, Edizioni Panico 2000), invece, anche se non direttamente Mario Marti è presente nel bel saggio della prof. Albarosa Macrì Tronci dal titolo L’attività di Mario Marti. Critico e filologo tra nazione e Salento (pp. 11-35).

Sappiamo quanti e quali siano i meriti di Marti nel campo della letteratura nazionale, e qualche altro studioso, di nostra aerea, è stato così gentile di parlarci dei suoi meriti a livello della nostra territorialità. Ho già citato il corposo n. 10 de «L’Idomeneo» (2008), intitolato Dieci anni di Storia Patria a Lecce. Sull’Identità del Salento. Omaggio a Mario Marti (pp. 157-176), con i saggi di Marco Leone (La scrittura narrativa di Mario Marti, tra impegno critico e rievocazione memorialistica) (pp. 159-166), di Pantaleo Palmieri (Per Mario Marti ‘in absentia’) (pp. 167-172), e Rosario Coluccia (Marti editore di testi antichi) (pp. 173-176).

Mario Marti è pure autore «prestigioso» della Collana di Studi “Cultura e Storia” della Società di Storia per la Puglia (sezione di Lecce) e, proprio in questa collana, è stato pubblicato il suo fortunato volume Salento, quarto tempo (Galatina, Edizioni Panico, marzo 2007, pp. 208), nel quale egli, nell’avvertenza, scrive: «In questo libro ho raccolto alcuni miei più recenti studi d’argomento salentino, ritenuti, immodestamente, in qualche modo significativi, e in certa misura ancor freschi e attuali; già apparsi in varie sedi (tranne due) […] Vario è il campo d’indagine che essi esplorano, precipuamente storico e critico-letterario, ma non privo (anzi!) di risvolti autobiografici, che talora si intrecciano a quelli e li vivacizzano. Tuttavia sono tutti di argomento salentino, nel che anche consiste – a prescindere dal metodo e dalla scrittura – la loro varietà unità. Dunque, questo Salento, quarto tempo continua, con coerenza interna, la linea dei miei precedenti studi salentini e la conclude: dico quella delle mie Occasioni salentine […] del mio Dalla regione per la nazione […] delle Storie e memorie del mio Salento […] e del mio Soleto in grico e altra salentineria» (v. p. 197).

Salento, quarto tempo è davvero un interessante volume in cui Marti scrive di alcuni Personaggi salentini come Sergio e Marco Stisio di Zollino; di Giuseppe De Dominicis di Cavallino; di Oreste Macrì, fiorentino di Cursi; del leccese Vittorio Bodini «nell’occasione di un commento alla sua prima Luna»; di Nicola G. De Donno di Maglie e del suo Manifestu meu; dello sfortunato Gino Rizzo (Lecce, 1943-2005), suo allievo diligente e generoso troppo presto venuto a mancare, per il quale egli scrive una Memoria storica; chiude infine la sezione “I personaggi” con un ricordo di Cosimo Fornaio e della “Dante Alighieri” di Lecce.

Sempre nello stesso volume, nel capitolo Occasioni, Marti scrive della “Relatio Historica” del 1647 sulla provincia minoritica di San Nicola; di Una “Storia” della poesia dialettale salentina; di Una proposta di poesia religiosa nel Salento d’oggi; de I venticinque anni di «Apulia»; del Novecento pugliese in cartolina; de La Lecce di Michele Paone.

Nel capitolo Nodi d’affetto, invece, Marti scrive: di Fulgenzio: realtà viva e scrigno di memorie; di Come fu che solfeggiando imparai a leggere da solo; de Il mio cinquantennio salentino; di Se si debba prender moglie (per le nozze Congedo-Braccio); e Alla ricerca della salentinità.

Mi piace però concludere qui questa carrellata di titoli martiani in indice con le parole che il presidente della Società di Storia Patria, Sezione di Lecce, Mario Spedicato, rivolse all’indirizzo di Marti in occasione della celebrazione dei dieci anni di attività della Società: «il prof. Marti […] si avvicinò [alla sezione leccese della Società] con una certa curiosità e interesse, ma anche con molta cautela, accompagnata da un atteggiamento attento e propositivo, senza rinunciare sin dall’inizio a valutare con durezza quello che andavamo elaborando e pianificando. La sua è stata in questi anni una presenza pressoché costante, ma mai distratta e indulgente. Quando ha ritenuto di apprezzare un’iniziativa ne parlava e ne scriveva bene, allo stesso modo non ci ha risparmiato dai suoi rilievi critici ogni qualvolta sentiva l’esigenza di farlo, obbedendo solo ai canoni della scienza e ai dettami propri dell’onestà intellettuale. Non ha mai messo il suo cappello in via aprioristica su tutto quello che abbiamo fatto, ma si è anche guardato bene dal prendere le distanze, facendoci sentire la sua vicinanza e la sua collaborazione non come una concessione gratuitamente elargita, ma sempre come un traguardo da meritare e da conquistare. Ha esercitato insomma sull’attività culturale della sezione un tutoraggio rigoroso e senza orpelli, tenendo sempre separato il lato umano da quello scientifico» (pp. 16-17).

Ha ben ragione Mario Spedicato, perché effettivamente il prof. Mario Marti, Padre letterario di tutti noi, ha sempre detto e scritto quello che pensava senza preoccuparsi di critiche e improperi che gli potevano essere rivolti, comunque, sempre alle spalle per la verità. La base sulla quale egli poggiava il suo operato di critico letterario era quello dello scienza e della storia.

 

Arrivato a questo punto della mia riflessione su Mario Marti e il suo candido centenario natalizio, mi sembrava di avere esaurito tutto quello che avevo da scrivere su di lui in questo momento, quando mi è venuto in mente un altro ricordo, risalente a giovedì 12 marzo 2009, giorno in cui si tenne un’altra riunione della Sezione Leccese della Società di Storia Patria per la Puglia, sempre nella sala “Chirico” dell’ex Convento degli Olivetani, anche questa dedicata all’Omaggio a Mario Marti e ad uno dei suoi più cari amici, Donato Valli, assente in quella occasione perché indisposto. Ricordo che nell’occasione intervenni anch’io su La lettura di Mario Marti dei testi narrativi di Donato Valli.

Scontato è il fatto che io abbia letto i suoi corposi saggi sui Poeti Giocosi, i Poeti Stilnovisti, Dante e Leopardi, ma di lui mi hanno interessato anche, e molto, i suoi scritti sulla cultura e la civiltà del Salento, ad iniziare dalla monumentale "Biblioteca Salentina di cultura", da lui ideata, fondata e diretta su basi rigorosamente storiche e scientifiche e per la quale ha personalmente curato il Balsino di Rogeri de Pacienza di Nardò e i testi letterari di Antonino Lenio di Parabita. Indubitabilmente Marti può essere considerato come il Padre dei moderni studi di e per il Salento. Padre generoso e disponibile sempre, soprattutto nei confronti di coloro che a lui si sono rivolti per chiedergli consiglio per cosa e come meglio fare nell’ambito delle proprie ricerche. La sua straordinaria umanità, paragonabile a quella dell’altro grande letterato del Cinquecento salentino, Antonio de Ferrariis “Galateo”, è evidente in un leggibilissimo testo da lui scritto per Donato Valli, altra straordinaria figura di letterato salentino, dal titolo Appunti sulla scrittura di Donato Valli narratore (pp. 951-960), inserito nel secondo tomo del volume In un concerto di voci amiche. Studi di Letteratura italiana dell’Otto e Novecento in onore di Donato Valli (Galatina, Congedo 2008). Nell’incipit del volume, Marti scrive: «Ed ecco che anche Donato Valli sta per toccare il traguardo della pensione. Veramente luminosa e feconda la sua lunga carriera, sotto il profilo accademico, amministrativo, scientifico».

Detto questo egli, successivamente, si dichiara d’accordo con i motivi che hanno spinto amici e allievi di Valli nel promuovere «una raccolta di studi come segno almeno d’affettuosa gratitudine». E per quanto riguarda se stesso, scrive: «E io non posso sottrarmi, né voglio, al mio personale contributo, anche se sono tanto più vecchio di lui, e anche se egli mi ha sempre generosamente considerato e pubblicamente riconosciuto come uno dei suoi tre “maestri”, insieme con Girolamo Comi e con Oreste Macrì. E siccome ormai non sono più in grado di batter biblioteche e di compulsare testi e bibliografie per una ricerca nuova e originale da offrirgli […] mi si è acceso l’estro e stimolata la curiosità di girandolare entro l’imponente produzione letteraria di lui, approfittando della preziosa comodità di avere qui con me, nel mio studio a portata di mano, i suoi libri: tutti, per altro, anche arricchiti da toccanti dediche autografe, ricolme di gratificante affetto e di generosa devozione».

In queste poche righe è possibile leggere il mondo letterario, la vita e l’umanità di Mario Marti. Egli, in modo dichiaratamente discreto e quasi defilato, come per dire “guarda Donato, quanto sto per scrivere è importante ma poi non esageriamo” comincia con un discretissimo «non posso sottrarmi, né voglio» per passare a rivelarci il suo mondo intimo, quello dei libri: «[ho] qui con me, nel mio studio a portata di mano, i suoi libri; tutti». Importanza per i libri, che divengono ancor più godibili se «arricchiti di toccanti dediche autografe».

Marti, dunque, in questo saggio si sceglie il campo d’indagine, e scrive: «mi sono ritagliata un’area più rispondente al mio desiderio di curiosare appunto sull’attitudine narrativa di Donato Valli», e qui tralascia volutamente gli aspetti metodologici e professionali dell’amico al fine di immergersi «sui modi […] di scrittura e di tecnica espressiva, nell’aspetto narrativo e descrittivo, liberi infine da impostazioni accademiche e cattedratiche».

Passa quindi all’analisi dei testi del Valli, che sono quelli da lui ritenuti i più importanti sotto il profilo narrativo: Un cero per Nostra Signora (Capone editore, Lecce 1992), le tre serie di Aria di casa (Congedo, Galatina 1994, 1999, 2005) e La mia Università di tutti (Congedo, Galatina 1995).

La sua analisi metodologica affonda come un coltello nel corpo vivo dei testi valliani. In Un cero per Nostra Signora, da lui ritenuta «l’opera più significativa del Valli narratore» scrive: «Tutte le pagine […] vibrano di un palpito appena appena trapelante, ma sempre – lo si sente – intenso; sono percorse da una passione calda, ma coscientemente frenata dalla fermezza della discrezione e della misura; e percorse anche – sia detto senza retorica – da un forte amore, che le rende non solo dilettevolmente leggibili, ma godibili sempre, e talora ammirevoli e commoventi». Descrive poi i passi che maggiormente l’hanno toccato, per arrivare alla conclusione che il volume che ha davanti a sé è «un caro libretto e un notevole narratore, che stimola interesse e curiosità […]».

Esiste un modo migliore di questo del Marti per esternare il proprio compiacimento per una lettura? Se esiste, io non l’ho ancora letto.

Passa poi ad analizzare il primo volume di Aria di casa (1994), del quale dichiaratamente scrive di non avere per questo testo «lo stesso interesse del precedente. Per lui questo libro «presenta il Valli sempre attento, ma episodico (relazioni, conferenze, lezioni) o quello più sistematico delle prefazioni, delle presentazioni, delle analisi critiche, delle introduzioni, a vantaggio di scrittori (poeti, prosatori, saggisti) salentini, oppure di mostre d’artisti e d’altre occasioni del genere. Tuttavia – secondo lui – se ne può ricavare […] qualche utile considerazione». Descrive quindi i contenuti del libro concludendo che «è proprio la serie fitta di tanti personaggi, nell’unità etnico-topografica, che può essere considerata, tutta insieme e simultaneamente, come un solido capitolo di quell’ampia, aperta, spaziosa storia della cultura artistico-letteraria del Salento, che Donato Valli è venuto “narrando” in queste sue opere». La sua considerazione ultima è che il primo volume di Aria di casa è «un testo difficile da “raccontare”».

L’altro libro che prende successivamente in considerazione è La mia Università di tutti (1995), nel quale Valli narra il problema delle vicende giudiziarie che lo toccarono direttamente in quanto rettore dell’Università di Lecce. In questo saggio Marti, che dichiara di essere stato il solo «a manifestare pubblicamente allora aperta solidarietà» al collega, scrive che «chi volesse sentirne tutta la unitaria interiore compattezza psicologico-narrativa, dovrebbe leggerle [si riferisce alle tre situazioni narrate dal Valli] tutte di seguito. Esse costituiscono infatti come tre capitoli di un’unica narrazione; un volumetto insomma da affiancare idealmente, si direbbe, a Un cero per Nostra Signora come suo contraltare, cioè come il rovescio di quella medaglia. L’assai diversa e perfino, si direbbe, antitetica condizione psicologica di fondo fra [Un cero per Nostra Signora] e questo supposto volumetto ingenera una profonda differenza di toni stilistici nella loro particolare narrazione; tasti bianchi, diciamo così, contro tasti neri, pur nell’indiscussa unità della tastiera».

E qui si sente, in questo suo dire nello scrivere, l’armonia filologica del Marti buon suonatore anche di un strumento musicale difficile com’è l’armonium.

Aria di casa. Serie seconda (1999) e Aria di casa. Serie terza (2005) sono altri due volumi presi in esame da Mario Marti, che li analizza a partire già dai titoli (cosa che peraltro aveva fatto per i volumi precedenti) affermando che questi due volumi non «appartengono d’elezione al tipico genere narrativo […] Sia l’uno che l’altro volume […] contengono presentazioni di libri di poesia e di prosa, prefazioni […] e via dicendo» con note di natura prettamente autobiografica dell’autore. Annota poi che in entrambi questi volumi vi sono «pezzi di autentica prosa narrativa, limpida e solare. Degna – senza esagerazione – d’antologia».

A questo punto il filologo abbandona l’analisi meticolosa dei singoli volumi e inizia un discorso di chiusura concludente. Il suo sguardo si allarga quindi a tutte le opere di Donato Valli prese in esame. E scrive: «Tutto sommato dunque, si può affermare che la tematica narrativa di Donato Valli si svolge su tre direzioni, diverse e magari parallele: il rettorato; le vicende giudiziarie; e la nostalgia delle memorie […] A guardare bene, una vita», facendo entrare qui in azione la penna del critico letterario esperto di metodologia critica, tanto da scrivere: «Il suo [quello di Valli] discorso è sempre fluido, trasparente, ben modulato, senza stridore o dissonanza alcuna; il suo lessico è generalmente privo di straordinarie punte e ricercatezze da vocabolario; ma d’altra parte non cede mai al banale, né mai s’abbassa a facili volgarità. Grande e continua frequenza di dotte citazioni».

Poi, quasi come l’emergere di un ricordo di un caro amico, la penna lo porta a scrivere: «Allo stesso modo e in condizione probabilmente affine, solo forse un po’ più incline all’ornato letterario e al personale compiacimento, Valli inserisce, qua e là, frasi letterariamente, poeticamente, allusive, che ci riportano per un momento, in “balenante accensione” [da notare l’eccessività espressiva del Marti, che ho virgolettato] a testi e a mostri sacri di una antologia mnemonicamente sedimentata».

Altro passo di lettura critica è questo: «Tutta questa fenomenologia psico-stilistica concorre al ritratto che l’autore [Valli] indulge, di tanto in tanto con “topica modestia” […] a dire di se stesso: “si sgretolava il muro della ‘diffidenza di letterato’”».

A questo punto mi sembra utile sottolineare anche un altro momento della lettura critica che Marti fa degli scritti narrativi di Valli, sui quali scrive: «Non c’è recensione, delle sue moltissime, di libri dovuti a veri e anche falsi innamorati e mendicanti di poesia, giovani o anziani che fossero, in cui non compaia almeno un lume, una linea di giudizio positivo; e nessuno cui Valli abbia rifiutato attenzione e disponibilità pubblica e privata».

Si tratta qui di una sua dichiarazione d’affetto chiara e inequivocabile che egli, da buon critico letterario, può permettersi, perché buon conoscitore e per di più amico del Valli scrittore, tanto che, subito dopo, gli viene da aggiungere: «anche le sue remore, quando ci sono, vengono sempre edulcorate e quasi ovattate da urbanissimo garbo, da profondo rispetto dell’altro, fino a ottundere la reale sostanza negativa». Ed è proprio per questo che, vestendo un po’ le vesti di Maestro, che, guarda caso, proprio Valli gli aveva messo addosso, finisce con lo scrivere: «questo modo così sereno, limpido, solare [della scrittura di Valli] è tutto, ma proprio tutto, percorso da pulsioni di fantasia e d’immaginazione, che lo rendono spesso anche sorridente d’amabile ironia».

Infine a me piace leggere di Marti quei passi in cui il suo sguardo di critico della sintassi si orienta all’uso della lingua narrante di Valli. Scrive: «Non parliamo […] delle innumerevoli evenienze sintattiche del “come” in funzione comparativa e immaginosamente illustrativa, ad apertura del libro e magari più volte nella stessa pagina. […] Preferisco esplicitare che in tutto questo ricco apparato c’è sicuramente della natura, dell’istinto, dell’autentico carattere, tanto esso è fresco, spontaneo, irriflesso; ma anche c’è costantemente equilibrio psicologico e fermo autocontrollo, come si rileva, pagina dopo pagina, direttamente o indirettamente, dall’andamento del discorso narrativo, quasi sempre calmo e sempre fluido, agile, scorrevole. Oserei dire che mai compaiono, nel tessuto prosastico di Valli, periodi troppo brevi o susseguentisi a singhiozzo; mai periodi slombati e sintatticamente capricciosi. Fioriscono invece, e neanche troppo raramente, strutture sintattiche ampie e complesse, che rivelano gusto e mestiere, sicurezza e capacità tecniche».

Che dire? Che scrivere ancora? Per me si tratta di un’approfondita lettura critica dei testi di Donato Valli, che solo un critico letterario e filologo del livello di Mario Marti poteva scrivere.

Come si vede e come si legge, si tratta di importanti contributi allo studio dell’opera di Mario Marti il quale, oggi, con i suoi giovanili anni della spensieratezza per una vita spesa nell’incanto della bellezza letteraria e del rigore scientifico, ci indica che per essere veramente certi di quello che diciamo e che scriviamo dobbiamo sempre cercare il vero. Tant’è che io, per stare al vero cercando il certo, a una sua bonaria espressione del tipo «Maurizio, la faha è cotta» (allusione alla vecchiezza del corpo e quindi alla fine della vita) gli rispondo sempre e ancora: «Caro Professore, la faha a cui Lei allude non matura oggi! C’è ancora tempo».

 

 

 


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