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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 154 - (16 luglio 2015) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Lunedì 20 Luglio 2015 07:38

La resa incondizionata di Tsipras


[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di venerdì 17 luglio 2015]



L’accordo recentemente raggiunto fra il Governo greco e le Istituzioni Europee configura di fatto una resa incondizionata di Tsipras, sui cui sviluppi è impossibile esprimersi, anche considerando che molte delle ‘raccomandazioni’ contenute nel documento approvato sono assolutamente inattuabili. Ed è un accordo probabilmente non conclusivo della vicenda.
La crisi greca può essere forse meglio compresa se inquadrata innanzitutto all’interno di una cornice più ampia, che parta dalla constatazione che l’attuale configurazione delle economie capitalistiche è essenzialmente caratterizzata da forti e crescenti diseguaglianze della distribuzione dei redditi. 
Con la massima schematizzazione, si può rilevare che ciò che qualche anno fa era definita crisi globale è oggi essenzialmente crisi europea ed è tale proprio nell’area nella quale trovano la loro massima legittimazione le politiche ‘neoliberiste’, in una condizione di continuo aumento dei debiti pubblici dei Paesi aderenti (e, nel caso greco, di sostanziale insolvenza). Una recente ricerca del Max Plank Institute mostra che dal 1970 al 2011 il rapporto debito pubblico/Pil è aumentato in modo esponenziale in tutti i Paesi OCSE.
La motivazione tradizionale che spiegherebbe questo fenomeno fa riferimento alla presunta tendenza degli Stati democratici a “vivere al di sopra delle loro possibilità”, soprattutto a ragione della spesa crescente per servizi di Welfare imputabile all’aumento della partecipazione democratica. A ben vedere, si tratta di una tesi oggi palesemente falsa, che, al più, poteva valere nella fase della c.d. crisi fiscale dello Stato, quando il potere politico gestiva la doppia funzione di agevolare l’accumulazione capitalistica e di legittimarla. Oggi, è semmai il deficit di democrazia e la notevole riduzione del potere contrattuale dei lavoratori a generare l’esplosione del debito: vi è ampia evidenza, infatti, a sostegno della tesi stando alla quale il peggioramento della distribuzione del reddito ha effetti di segno negativo sul tasso di crescita, generando continui aumenti del rapporto debito pubblico/Pil. Ciò fondamentalmente per l’operare di due effetti: in una condizione di bassi salari sono bassi i consumi e, dati gli investimenti privati, è bassa la domanda aggregata, soprattutto a ragione del fatto che la propensione al consumo delle famiglie con più bassi redditi è maggiore della propensione al consumo delle famiglie con redditi elevati; a ciò si aggiunge che bassi salari sono di norma associati a un basso tasso di crescita della produttività del lavoro.  Il peggioramento della distribuzione del reddito, infatti, associata a bassa crescita obbliga gli Stati a emettere titoli del debito pubblico con tassi di interesse crescenti, in una spirale perversa per la quale il crescente indebitamento, in una condizione nella quale è fatto divieto di ‘monetizzarlo’, richiede crescente imposizione fiscale soprattutto a danno del lavoro, amplificando ulteriormente le diseguaglianze distributive.

Letta in quest’ottica, la crisi dell’Eurozona può essere fatta dipendere dal fatto che è l’area nella quale, negli ultimi decenni, la distribuzione del reddito è maggiormente peggiorata e nella quale sono state attuate, con la massima intensità, politiche di smantellamento del welfare state e di precarizzazione del lavoro.
Su fonte Eurostat, si rileva che le diseguaglianze distributive, misurate con l’indice di Gini, sono maggiori nei Paesi periferici dell’Eurozona, e nei Paesi europei nei quali le diseguaglianze distributive sono maggiori risulta più basso il tasso di crescita. La crisi greca non è dunque un caso eccezionale, derivando fondamentalmente dal combinato della crescita dei divari regionali all’interno dell’Eurozona e dal peggioramento della distribuzione del reddito all’interno del Paese (accentato dalle misure di austerità), a partire da una condizione iniziale (pre-euro) di estrema fragilità della struttura produttiva. Al di là di come evolverà la vicenda, sembra che la fondamentale lezione appresa da quanto fin qui accaduto possa essere così posta: per come è oggi costruita l’Unione Monetaria Europea è impossibile provare ad attenuare le diseguaglianze distributive o comunque attuare linee di politica economica diverse o alternative rispetto a quelle proposte/imposte da BCE, Commissione Europea, Fondo Monetario Internazionale.
Il punto in discussione è che queste politiche, reiterate nel corso degli ultimi dieci anni in tutti i Paesi dell’Unione Monetaria Europea, si sono rivelate del tutto irrazionali per l’obiettivo che si propongono (ridurre il rapporto debito pubblico/Pil), generando, per contro, continui aumenti del debito, e soprattutto fonte esclusiva di recessione, di aumento della disoccupazione e di crescita delle diseguaglianze. Se è vero che l’austerità tedesca funziona perché consente a quel Paese di crescere attraverso l’aumento delle esportazioni, è anche vero che, su questo fronte, i Paesi periferici non traggono alcun beneficio: la loro bilancia commerciale risulta attiva esclusivamente per la riduzione delle importazioni derivante dalla caduta della domanda interna.
Posta la questione in questi termini, dovrebbe essere interesse di tutti i Paesi periferici dell’Eurozona (Italia inclusa) quantomeno provare a mettere in discussione l’egemonia tedesca e, più in generale, questo modello di competizione fra Stati che è venuto determinandosi all’interno dell’Unione: il mancato appoggio di Syriza da parte del nostro Governo purtroppo non va in questa direzione.

 


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