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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 155 - (18 agosto 2015) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Venerdì 21 Agosto 2015 11:03

Il vero spreco dell’economia italiana: la disoccupazione giovanile

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 18 agosto 2015]

 

La crescita della disoccupazione giovanile – fenomeno presente in molti Paesi europei, fortemente accentuato in Italia, e ancor più al Sud, come attestato dall’ultimo rapporto SVIMEZ – non è imputabile, come viene diffusamente sostenuto, alla (presunta) rigidità del mercato del lavoro italiano, ma fondamentalmente alla caduta della domanda interna e alla conseguente riduzione della domanda di lavoro espressa dalla imprese. A fronte dell’aumento della disoccupazione giovanile, si registra un considerevole aumento della disoccupazione giovanile intellettuale, che riguarda, cioè, individui giovani con elevato titolo di studio. Si tratta di un fenomeno imputabile a numerosi fattori, fra i quali essenzialmente l’esistenza di una struttura produttiva fatta da imprese di piccole dimensioni e poco innovative che non esprimono domanda di lavoro qualificato; una spesa pubblica per ricerca e sviluppo inferiore allo 0.5% del Pil; il blocco del turn-over nel pubblico impiego e, non da ultimo, alla rilevante decurtazione di fondi alle Università. Una recente indagine dell’ADI (Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani) rileva che solo il 7% dei dottori di ricerca potrà intraprendere la carriera accademica e che, per il combinato del sottofinanziamento delle Università e dell’introduzione di contratti precari per lo svolgimento di attività di ricerca, negli ultimi cinque anni 2.000 posti da ricercatore strutturato si sono trasformati in meno di 1.000 posti da precario.

Che la crisi nel Mezzogiorno sia più intensa del resto del Paese è ormai un dato acquisito, così come è un dato acquisito il fatto che le politiche messe in campo negli ultimi anni – sotto forma di riduzioni di spesa pubblica e aumento della pressione fiscale – hanno contribuito ad accentuare i divari regionali. In questo scenario, va sottolineato che una parte consistente della platea di disoccupati al Sud è formata da individui con elevato tasso di scolarizzazione, laureati e dottori di ricerca. Un elevato tasso di disoccupazione intellettuale è uno spreco per almeno due ragioni. Innanzitutto, lo è perché lo Stato contribuisce a formare individui con elevato capitale umano, con un investimento il cui rendimento risulta sostanzialmente nullo. In secondo luogo, si tratta di uno spreco dal momento che le famiglie hanno contribuito a finanziare gli studi dei loro figli, ottenendo un flusso di benefici, in termini di reddito, anche in questo caso pressoché nullo.

Occorre rilevare, a riguardo, che da almeno sei anni il finanziamento alla ricerca, in Italia, è in costante riduzione e che, come corollario, le assunzioni nelle Università e nei centri di ricerca sono in costante declino. A ciò occorre aggiungere che non pochi laureati e dottori di ricerca meridionali sono non solo estremamente preparati ma anche molto motivati per lo svolgimento di attività di ricerca. E non è assolutamente secondario rilevare che – cosa difficilmente smentibile – la ricerca scientifica contribuisce in modo significativo alla crescita economica.

Il punto in discussione è che è assolutamente irrazionale sottofinanziare la ricerca, con particolare riferimento a quella prodotta nel Mezzogiorno, generando un sostanziale blocco del turnover nelle Università, in un contesto di drammatica crescita della disoccupazione intellettuale, e delle emigrazioni intellettuali. Non vale, a riguardo, l’obiezione secondo la quale sono pochi i fondi disponibili, in virtù degli obblighi assunti dall’Italia in sede europea in merito alle politiche di “consolidamento fiscale” e, dunque, di riduzione del debito pubblico.

E’ ormai del tutto chiaro, infatti, che la riduzione della spesa pubblica (e dell’aumento della pressione fiscale) genera semmai un aumento del debito pubblico, non solo in rapporto al Pil ma anche in valore assoluto. Ciò fondamentalmente a ragione del fatto che la riduzione della spesa pubblica riduce la domanda interna e, per conseguenza, riduce il tasso di occupazione e il tasso di crescita. Questa dinamica è accentuata dal fatto che i tagli di spesa si traducono in riduzione e peggioramento dei servizi di welfare, con effetti di segno negativo sul tasso di crescita della produttività del lavoro, così che, anche per questa via, minore spesa può implicare più debito.

L’Istat certifica che il numero di dottori di ricerca in Italia è notevolmente inferiore alla media europea, nonostante sia cresciuto nel corso dei primi anni Duemila, e soprattutto che solo il 75% di coloro che hanno acquisito un dottorato di ricerca in sedi universitarie meridionali resta nel Mezzogiorno (trovandosi, peraltro, in condizioni di disoccupazione o sottoccupazione), a fronte del 96% di individui che hanno acquisito il medesimo titolo di studio in sedi localizzate a Nord e che restano al Nord.

Posta la questione in questi termini, appare evidente che la sola prospettiva di fuoriuscita dalla recessione e di riduzione dei divari regionali passa attraverso maggiore spesa pubblica in particolare nel settore della ricerca scientifica. Si tratterebbe di una misura che attiverebbe un effetto moltiplicativo non solo dal lato della domanda, come conseguenza di maggiori consumi e maggiori investimenti, ma anche dal lato dell’offerta, come conseguenza di un maggior tasso di crescita della produttività del lavoro. Ma, soprattutto, si tratterebbe di una strategia efficace per attenuare il vero spreco che l’economia italiana produce, ovvero una elevata e crescente disoccupazione giovanile con elevato livello di scolarizzazione. Giacché non può non apparire palesemente irrazionale bloccare il reclutamento nei centri di ricerca con oltre il 40% di disoccupazione giovanile prevalentemente con elevato titolo di studio.


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