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Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Più fondi alla ricerca, ma anche severissime valutazioni… - (20 agosto 2015) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Scritto da Ferdinando Boero   
Venerdì 21 Agosto 2015 11:25

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 20 agosto 2015]

 

L’analisi di Guglielmo Forges Davanzati pubblicata martedì sul Quotidiano [leggila in questo sito, cliccando qui] mi trova perfettamente d’accordo: occorre investire di più in ricerca, soprattutto al Sud. Concordo anche sull’analisi che vede nella presenza di imprese di ridotte dimensioni la causa del mancato assorbimento nel mondo del lavoro di chi produce nuova conoscenza. Una piccola impresa non ha le risorse per finanziare ricerca di alto livello. Purtroppo, a quanto pare, neppure le imprese di grandi dimensioni. In passato è già stata percorsa la strada di mettere a disposizione dei poli industriali di Brindisi e di Taranto un centro di ricerca di altissimo livello. Mi riferisco al Pastis di Mesagne che, nelle intenzioni di chi lo costruì, doveva fornire conoscenza alle industrie delle due città salentine, visto che in nessuna erano presenti centri di ricerca industriale. Sappiamo come è andata a finire: il Pastis è miseramente fallito. Non bastano i fondi per innescare processi di rinascita di un territorio. Pare stia andando meglio con l’aerospaziale, e anche con le nanotecnologie: si tratta di settori importantissimi che, però, rappresentano solo una parte delle potenzialità che il nostro territorio ha da esprimere. E la ricerca, è bene ricordarlo, non è solo applicata e, quindi, al servizio dell’industria.


La ricerca di base è il motore dell’innovazione, inclusa la ricerca nelle cosiddette discipline umanistiche che, purtroppo, sono il principale serbatoio di disoccupazione tra i nostri laureati.
L’Università del Salento, nell’ultimo decennio, ha visto arrivare una pioggia di milioni, centinaia di milioni, destinati all’edilizia e i cantieri procedono alacremente alla costruzione di importanti infrastrutture. Come già successe in passato per il Pastis. L’unico modo per non costruire altre cattedrali nel deserto sarà di utilizzare al meglio queste opportunità, utilizzando le infrastrutture non solo per la didattica universitaria ma, soprattutto, per la ricerca avanzata. E qui torniamo agli investimenti in ricerca. Le infrastrutture che stiamo costruendo sono come magnifiche Ferrari. Per guidarle ci vuole la patente, e ci vogliono i soldi per la manutenzione, il carburante, i pezzi di ricambio, l’assicurazione.

Macchine di questa levatura non possono essere utilizzate per andare a far la spesa al supermercato. Bisogna farle correre, senza che ci si schianti dopo qualche curva (vedi il Pastis e altre imprese fallimentari analoghe). I fondi per tutto questo, oggi, sono in Europa. L’Italia contribuisce in modo molto sostanzioso ai fondi europei destinati alla ricerca, ma la progettualità italiana ne riporta in patria solo una parte, il resto va a sostenere la ricerca di altri paesi. Non sto parlando dei fondi europei distribuiti a livello regionale, sto parlando dei miliardi messi a disposizione da Horizon 2020, per i quali si compete con tutti gli altri paesi dell’Unione. In queste competizioni siamo spesso perdenti, oppure svolgiamo ruoli ancillari e non di coordinamento.

Manca, infatti, una strategia italiana nei confronti dei bandi europei e continuiamo a perdere occasioni di rilancio delle nostre strutture di ricerca. Le Università, in particolare, vista la necessità di coprire tutte le branche del sapere, raramente hanno la massa critica, nei vari settori della conoscenza, per esprimere forti gruppi di ricerca che siano competitivi in campo europeo. Proprio come le Piccole e Medie Imprese, anche le Università dovrebbero consorziarsi e acquisire una dimensione che le faccia uscire dal provincialismo in cui molte sono sprofondate a causa di una scellerata politica di reclutamento che ha chiuso la strada agli scambi tra Università e che ha spesso favorito promozioni “interne” che hanno spinto all’emigrazione molti giovani eccellenti.

Più fondi alla ricerca, quindi. Ma anche severissime valutazioni sui risultati degli investimenti. Il sistema della ricerca italiana, purtroppo, è molto negativo nei confronti delle valutazioni e trova mille cavilli per evitare che l’operato dei ricercatori sia sottoposto a giudizi di qualunque genere. Concordo nella necessità di migliorare gli attuali criteri di giudizio e eccomi qua a proporne uno bello nuovo. Che i ricercatori rispondano ai bandi europei, presentando progetti in cui, ogni volta che sia possibile, il coordinamento sia italiano. Chi vincerà i bandi europei porterà risorse verso il nostro paese, ma anche chi avrà buone valutazioni alla propria progettualità, anche senza necessariamente vincere i bandi, avrà dato prova di proporre ricerca di valore. Entrambe le categorie dovranno essere incentivate a fronte dei risultati ottenuti. E non ci saranno più giustificazioni per chi non presenterà progetti o per chi avrà valutazioni particolarmente negative. Voglio ripetere, a scanso di equivoci, che non mi riferisco ai fondi europei distribuiti a livello locale, sui cui risultati sarà prima o poi il caso di effettuare attente valutazioni. Perché di soldi ne sono stati distribuiti molti e i risultati spesso non si sono visti. Per non parlare degli investimenti nella cosiddetta “formazione”.


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