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Glosse (semi)autocritiche PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Luca Carbone   
Sabato 22 Agosto 2015 08:41

Per la Lettera Postfatoria ai lettori informati del saggio Il pensiero pensante, dedicata principalmente a lettori esperti.

 

“Non abbiamo titoli all’ufficio «de propaganda virtute»”.

Carlo Emilio Gadda (Il Magnifico)

Parola d’ordine: evitare.

Alcuni dei già rari lettori, tra quelli esperti, della Lettera postfatoria al saggio Il pensiero pensante, potrebbero aver accusato delle perplessità non lievi, circa il fatto che lo scrivente abbia mostrato di ignorare per intero alcune delle discussioni critiche, molto note, intorno al pensiero dello Heidegger.

Le perplessità hanno basi salde, vorrei fugare ogni dubbio su questo: alla data della stesura della Lettera postfatoria, un mese fa, all’incirca, ignoravo quelle discussioni.

Una, in special modo.

Della quale peraltro la conoscenza m’è stata offerta dal caso, grazie ad un riferimento bibliografico ricordato male – il che dimostra la certa imperizia in argomento – che m’ha fatto ritrovare tra le mani un libro per un altro. Provvidamente venutomi agli occhi, il libro ha per titolo, più o meno, Dello Spirito, e per autore il Jacques Derrida.

Sino a quel momento, pur sapendo da lunghissimo tempo dell’esistenza di questo ed altri titoli dal Derrida dedicati all’Heidegger – mai m’aveva preoccupato leggerlo.

Non senza sorpresa, scorrendo una prima volta quindi rapidamente le pagine del volumetto m’imbattevo nel Capitolo Sesto, dove il Derrida richiama la discussione sulla povertà-di-mondo dell’animale – alla quale ho accennato nella Lettera Postfatoria, ingenuamente ignorando, appunto, la trattazione derridiana.

Tra molto altro, nel volumetto il Derrida si sofferma sull’importanza, per l’Heidegger, dell’evitare.

Azione che appare imprescindibile dall’attività del ‘pensare’, per quel poco o tanto che possa riconoscerla.

In un’ascesi, giocosa e tormentosa, non si può ricorrere ad alcune parole, a concetti determinati: si deve appunto evitarle ed evitarli. Come si deve evitare di disperdersi, tra le molteplici vie del pensiero; ed ancor più si deve evitare di forzare le conclusioni.

Non si debbono, invece, evitare decisioni, magari misurando grossolanamente dei testi, per scartarli.

La decisione presa, un quarto di secolo fa all’incirca, comportava che non riportassi gli studi ‘miei’ heideggeriani ad un qualche curriculum ufficiale, non parendomi tempo per pronunciarmi pubblicamente – il che non m’impediva di deliziare fin troppo privatamente la fidanzata, ed alcuni amici; e comportava anche che deliberatamente ignorassi quasi del tutto le discussioni intorno a o sul pensiero dello Heidegger; la decisione più adeguata imponendosi come l’inerpicarmi da me, tra le righe scoscese del suo pensiero. In subordine ciò comportava d’evitare, ad ogni costo, le discussioni portate avanti da autori che mi parevano caratterizzati da un’abilissima, ma inconcludente, sofistica.

Mi pareva allora, e mi pare ancor più oggi, il Derrida un maestro della sofistica contemporanea.

Questa riappare moltiplicandosi invadente come, giusto per utilizzare una delle sue predilette ‘categorie’, il vero ‘spettro’ della filosofia e del ‘pensare’ – che scacciato sempre ritorna, riviene.

‘Spettro’ da Derrida incarnato, con grande spolvero di logica ed erudizione, egregiamente; ma che conosce mille altri modi di reincarnarsi di continuo anche in noi; e liberarsene al tutto risulta arduo.

Ricordando qualcosa delle definizioni della forma-romanzo, proposte da Benjamin e Barthes, come d’una forma che soppianta, su scala tellurica, la narrazione epica; centrata su di un ‘ego’ esperiente e pretendente al dominio sul tempo e sul senso della vita, nella forma verbale del passato – e salvando la possibilità che si possano scrivere poemi in forma di romanzo – direi che la sofistica contemporanea s’ingegna e s’esalta alla costruzione di ‘romanzi filosofici’, brevi o corposi, venduti come ‘filosofia’ per palati fini.

Il Dello spirito del Derrida non fa eccezione al canone; e mi pare collocabile nel sottogenere ‘pruriginosi’.

Racconti atti a titillare le recondite voglie di garbate signorine disinibite, e d’irruenti ed intelligenti giovanotti, impregnati ed impregnate di sublimi moralismi, fluenti dalla bocca e dalla penna di un moderato immoralista da boudoir post-proustiano.

Mentre astutamente – l’astuzia governa la ragione, come sofistica – il nostro romanziere pretende di domandare e proporre, naturalmente, tutt’altro: “Insomma [diverrà] mai possibile trasformare il programma di Heidegger? Non lo so. In ogni caso vale la pena di descriverlo sin nelle pieghe più nascoste e negli ingranaggi più delicati; se anche infatti lo si potesse trasformare o superare, certo non lo si farebbe d’un sol colpo, come se [si trattasse di] un’ovvietà”.

Fraseggiare che avrebbe consistenza se si potesse circoscrivere un ‘programma’ in qualunque modo inteso – dal programma genetico al programma di concerto, dal programma d’esame al software, dal programma rivoluzionario alla gita in programma, dal programma d’addestramento al programma televisivo; tutte le quali accezioni comportano una scissione tra la concezione e l’esecuzione, tra la predisposizione e l’attuazione, derivate dal grande processo di razionalizzazione, e perfezionate dall’ingegner Taylor e dai suoi innumerabili eredi – se si potesse circoscrivere un programma, dicevamo, venendo alle prese col pensiero dell’Heidegger, o di qualunqu’altro filosofo o pensatore.

Che avrebbe consistenza se approssimare il pensiero di un pensatore, non quello dello Heidegger soltanto, comportasse un ‘valerne la pena’: “uno sforzo ci tocca patirlo, ma la ricompensa verrà senza meno”. Fuori dal ‘tempio’, per cortesia, i mercanti di psiche.

Che avrebbe consistenza se nella stessa sequenza metaforica s’ingranassero in un qualunque modo, le pieghe le più nascoste – la prurigine – e gli ingranaggi i più delicati: come infatti s’ingranano o ripiegano pieghe ed ingranaggi, tra loro? Che cosa s’ingrana in che cosa, nel ‘pensare’? Come si articolerebbe la sua meccanica?

Che avrebbe consistenza se si potesse ‘descrivere’ un pensiero – e se già l’intenzione sola di descriverlo, e di nuovo non quello dell’Heidegger soltanto, non attestasse che non si ha alcun accesso al pensare – poi che ‘descrivere’ presuppone quella separatezza dell’osservatore dall’osservato che appare compito specifico del pensiero, cancellare.

Che avrebbe infine consistenza se la prima domanda da porsi, se bene al realmente pronunciarla necessitino anni o decenni, nel venire alle prese col pensiero di un pensatore non suonasse: “come e in che misura quel pensiero mi, e ci, trasformerà?”.

Mentre si assume l’aria di venir sciorinando sul tavolo questioni decisive – e si ribadisce l’ovvio del non appartenere il pensiero dello Heidegger all’ovvietà, fatto di cui chiunque s’accorge dopo lette dieci sue pagine qualunque – si vanno raccozzando parole e concettualizzazioni, tratte alla bisogna dai più disparati campi dello scibile, senza alcun vaglio del pensiero – se il pensiero ci tocca nelle parole, muovendo alle ‘cose’.

Strass spacciate per diamanti; sottigliezze e squisitezze dozzinali per decine e decine di pagine, irruminabili: ‘il tedio assale…che poco più è morte’; direbbero i due inizianti della poesia italiana.

E il tedio mi assolva dal mostrare in esteso l’inconsistenza delle spudorate pagine derridiane – dalle quali non manca di svettare il dito e il sopracciglio alzato, dell’astutamente sentenzioso pedagogo: “Il pensiero dell’uomo come Dasein può di sicuro modificare tale schema [cfr. uno schema teleologico-antropocentrico, anzi umanistico] e magari smuoverlo e sfalsarlo, ma non riuscirà mai a distruggerlo”. Così ribadendo quel che allo Heidegger stesso appariva il limite intrinseco al tentativo di Essere e tempo –quindi ribadendo il Derrida l’acquisito e bloccando al tempo stesso quel che propriamente dal Dasein può promere d’inacquisito ancora. Ancora oggi, ancora ora. Nonostante i tentativi in grande stile, succedutisi nella seconda metà del Novecento, per farla finita con l’Umanesimo; e basti qui ricordare la celebre chiusa del celebre e controverso Le parole e le cose, del maestro del Derrida, Michel Foucault: “L’uomo [appare come] un’invenzione molto recente di cui l’archeologia del nostro pensiero mostra agevolmente la data recente” in quanto risulta “l’effetto di un cambiamento nelle disposizioni fondamentali del sapere”, e “forse la fine prossima. Se tali disposizioni” – infatti – “dovessero sparire come sono apparse… possiamo senz’altro scommettere che l’uomo verrebbe cancellato, come sull’orlo del mare un volto di sabbia”. Nonostante l’imponenza del ‘disegno’ e dell’esecuzione, non si può non avvertire, e quasi venir sopraffatti, dalla tendenza a de-soggettivizzare interamente la ‘storicità’: come appaiono e scompaiono le disposizioni fondamentali del sapere? Non certo solo grazie a decisioni e volontà solipsisticamente umane; ma neanche senza la mano pensante dell’uomo, e della donna…

Certo sembra, che agli occhi perplessi di archeologi futuri che rovisteranno tra i resti e le rovine del quadrante nord-occidentale della terra apparirà uno strano sport, praticato con gran lena e pena, la gara ‘teorica’ al superamento della ‘soggettività’. Gara nella quale il Derrida si propone come gareggiante, ma anche, uno e trino, come arbitro e giudice di gara; il che lo fa sentire autorizzato al ‘tu-per-tu’, ragionando all’incirca su questo tono: “«Egli», il Derrida che nacqui, si può porre al tuo stesso livello, Heidegger; forse si mostrerà persino superiore a te; perché non solo ha compreso, come tu affermi, che di un pensiero bisogna saper cogliere l’Im-pensato; ma si mostra in grado e capace di cogliere Heidegger persino proprio l’Im-pensato del tuo stesso pensiero – lo Spirito – e così dimostra come tu rimanga impigliato, anzi impagliato, nella ‘metafisica’ mentre hai preteso superarla, anzi d’averla già superata; farà a te, l’Heidegger, quello che tu hai fatto al Nietzsche, t’inchioderà alla ‘metafisica’ – «Egli» il Derrida trionfante, nei secoli dei secoli”.

Così suona, poco o molto variando i toni, sempre il refrain dell’a-tu-per-tu; per riprendere una schietta immagine del Gentile – pochissimo politicamente corretta, si perdoni – tipico, del cameriere di lungo corso, che del ‘signore’ presso il quale presta servizio conosce tutti i difettuzzi e peccatucci, e crede così d’averlo in pugno – ma non riuscirà mai in alcun modo – pur fantasticando e almanaccando il contrario, eterno sosia dostoiewskiano – a guardarlo dritto nello sguardo e riconoscerne la grandezza incomparabile. E si perdoni anche qui, la ridondanza: poi che grandezza vive solo nell’incomparabilità.

Per porre fine a questo già troppo lungo indugio, direi che col tempo ho finito col trovare di gran lunga più fertile, anche per l’approssimazione al pensiero dello Heidegger, la lettura delle pagine di delucidazioni di quello che il Renan definiva il più arido degli aridi averroisti padovani, Marcantonio Zimara, che persino traducendo Aristotele in latino del Cinquecento, con una tesi come Principia oportet semper manere, riesce ad offrire una veduta sorgiva sull’intero andamento del pensiero occidentale; come più fecondo trovo dedicare tempo, che ha ore sempre più corte, ad alcune vecchie e nuove discussioni teoriche ‘interne’ alle discipline scientifiche – per quanto quasi regolarmente si avvicendino senza la cognizione della ‘storicità’ dei concetti che vi si pongono in questione e si propongono, nelle quali si può udire la sorprendente tesi: “la natura è tautologica”. Mentre in quelli e consimili esercizi di retorica d’accatto, e per questo solo passa non perduto il tempo dedicatovi, e per qualche sparsa acutezza, ravviso l’origine prima degli sconcertanti, nella loro compiuta gratuità, abusi teorici di un Farias, di un Emanuel Faye, di un Trawny e di un Figal, di una Profeti, di una De Monticelli, di una De Cesare, di un Ferraris – che non per tanto sono assolti dalle loro responsabilità ‘immateriali’ – poi che il malmostare con le pagine dello Heidegger – il fare e dare poco sugo, alla lettera – ha avuto inizio con quei ‘Maître à penser’ gazzettieri, che hanno contribuito a consolidare l’incondizionato differimento di una minima purchessia determinazione del nuovo modo del pensare, nel determinarsi del rapporto a …la Terra stessa; di una rinnovata abitanza. Che hanno, puramente e semplicemente, subito il giogo dell’epoca. Senza dimenticare che anche Adorno, purtroppo, ed Habermas hanno avuto la loro parte, non gloriosa, nel gioco; se bene quello appaia, direttamente o indirettamente, fortemente determinato dal confronto con l’Heidegger, nell’ultime opere sue, forse soprattutto.

Come interminabile differimento nell’approssimazione al ‘pensiero’ dello Heidegger, finisce anche col risultare, in modi e con modi differenti – e vengo all’altra eventuale perplessità del lettore esperto, suscitata dalla mancanza del rimando nella Lettera postfatoria – il ricorso all’ermeneutica; soprattutto se elevata ad istanza prima dell’approssimare.

L’ermeneutica si muove, sì, in un circolo, ma troppo spesso chiuso – finendo col mostrarsi quale la continuazione della filosofia con altri mezzi; e rischiando costantemente, nonostante gli indubbi meriti e le durature – ed ancor troppo poco assimilate – acquisizioni, di rafforzare la tendenza intrinseca e fatale di ogni ‘pensare’, dalla quale forse in ultima istanza scaturisce anche la sofistica: che mai non riesca in rompere il cerchio del concetto, e del linguaggio: che concetti procreino concetti; e linguaggio, linguaggio: che – mai – non vi s’imponga – il silenzio……………… che – tutto – fondendo animo e ‘cose’ – dice.

E quest’altra possibilità accomuna Heidegger ed Husserl; persino Adorno in qualche misura: che ‘noi’ abbiamo accesso ad una verità anteproposizionale, o forse a-proposizionale; ch’ess’accede a ‘noi.’

Possibilità questa, che mal si concilia, a differenza delle variazioni sofistiche, ed ermeneutiche, con un “certo spirito…cattolico” – del quale avverte Pasolini, alimentato dal “cattolicesimo controriformista” dominante al “fondo di ogni educazione italiana”, come il “bisogno di coartare il disordine della realtà verso un ordine precostituito, scritto e consacrato nei testi”. Un ammonimento che Pasolini rivolgeva agli ideologi marxisti ortodossi, ma che costituisce l’irresistibile tentazione in ogni disputa ‘teorica’.

Ma più grave, alla fine, dell’aver dato la stura – sofistica o ermeneutica – agli svilenti abusi teorici di cui sopra, risulta l’aver contribuito a creare, il Derrida e compagnia cantante, e diffondere e consolidare la convinzione che col ‘caso Heidegger’ non importasse più confrontarsi, che appartenesse a un tempo, appassionato e appassionte, certo, ma – giustappunto – superato, se non persino liquidato, dall’incalzare della storia e del ‘pensiero’. Diffondendo così, una tranquilla inconsapevolezza – rotta solo dalla cura di pochi, troppo pochi – per la quale nessuna differenza tangibile si coglie tra il conoscere e il non conoscere le pagine dello Heidegger, salvo forse per gli specialisti in filosofie ed ontologie; per la quale diventa un atto dovuto, quello che m’appare offrirsi sempre più come un atto sorgivo. E consolidando così una condizione abituale, nella quale diventa pressoché impossibile – riconoscere – come altri e poeti e pensatori abbiano avvertita la stessa necessità ravvisata dallo Heidegger.

Tra questi pochi annovero, con Severino e Zaccaria, il Leopardi senza alcun dubbio, e, forse errando Pasolini.

Il poeta-pensatore nella cui opera – tutta – viene a determinazione, con un’intensità ed un’ampiezza raramente eguagliate, la lotta contro il sopravanzare del nichilismo; del quale egli ha ravvisato i ‘modi di distruzione’ – anche i meno percettibili come tali: smascherando il nichilismo del progressismo; quello tuttora dominante e determinante; quello che forse durerà più a lungo.

E questo cenno ultimo al nichilismo mi permette di solvere un quasi imbarazzo, per non aver tenuto conto nella Lettera Postfatoria, di nuovo avendolo ignorato tranne che nel titolo, per averne stavolta differito lo studio, il prezioso volumetto curato da Maurizio Borghi Totalitarismo e nichilismo, nel quale si restituiscono i seminari di fine millennio con Francoise Fedier, accuratissimo traduttore e curatore degli scritti dello Heidegger in lingua francese, dedicati appunto, tra molto altro, proprio al difficile tema del rapporto tra ‘nichilismo’ e pensiero di Marx. Sono ben lieto di poter riconoscere – oltre che la ancora troppo rara presenza di scritti non su l’Heidegger e sul suo pensiero, ma per essi – l’aver Fedier magistralmente avviato un esercizio lungo le vie aperte dallo Heidegger, mettendo a tema il carattere potenzialmente totalitario del pensiero del Marx, ed il suo dar fondamento all’epoca attuale; e mettendo al tempo stesso a tema il più ‘ostico’ di tutti gli ospiti – tanto ostico che perlopiù se ne tace persino la possibilità d’«esistenza», così rendendo infinite ricerche teoriche ed empiriche obsolete ancor prima che vengano concettualizzate e progettate, mentr’altre traggono vigore ed incidenza proprio dal confrontarsi, pur inconsapevolmente, col fenomeno – il nichilismo, appunto.

Se bene non appieno mi riconosca nell’avvicinamento alle questioni, e se bene non possa che, modestamente, distanziarmi quando Fedier si richiama e rimanda, sia pure con cautela estrema, alla ‘filosofia’; la quale ‘mi’ parla come ‘metafisica’, e questa, dalla pagina dello Heidegger, parla come ‘nichilismo’.

 

 

 

NB: Non paia offensivo ai lettori esperti, che senz’altro ne avranno già cognizione, se lo sottolineo, ma questi brevi glosse le ha redatte l’autore evitando il ricorso, esplicito, ad ogni modo del verbo ‘essere’, col modificare anche le citazioni.

Salento, luglio 2015


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