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Cesare Giulio Viola e un discorso su Luigi Pirandello PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Luigi Scorrano   
Venerdì 28 Agosto 2015 15:36

 

Non si può dire che ci fosse amicizia tra due uomini di teatro (e anche poeti e narratori) come Luigi Pirandello e Cesare Giulio Viola. Non c’era amicizia nel senso proprio del termine; conoscenza, e una certa vicinanza dovuta anche alla loro azione nel mondo del teatro, sì. Viola, alla morte di Pirandello e alla notizia del trasporto delle ceneri dello scrittore agrigentino in un’urna da collocare nella Sicilia natia, aveva appuntato delle impressioni nel suo Brogliaccio, nel suo «semenzaio di osservazioni, ricordi, giudizi su uomini e cose…».

Ricordava un incontro  - non il primo, ma uno dei tanti -  dopo una rappresentazione romana dei Sei personaggi in cerca d’autore. Sulla commedia al suo apparire Viola era rimasto perplesso e per niente convinto. Confesserà d’aver capito solo in seguito il significato di quel lavoro teatrale che sarebbe diventato una sorta di pietra del paragone per il teatro mondiale. Come narrava Viola nell’appunto del Brogliaccio (appunto assente, però, dalle pagine pubblicate in coda a Perché? e ai recuperati Capitoli), egli corse ad abbracciare Pirandello, confessò d’aver capito e gli disse il perché: «È una tragedia greca». E Pirandello a sbracciarsi, sul palcoscenico su cui sostavano alcuni amici e conoscenti, gridando verso Silvio D’Amico: «Vedi? Ecco: lui l’ha capito!».

Non sappiamo che credito dare, o in quale misura, a ciò che racconta la parte interessata, che sa di non poter, eventualmente, essere smentita. Ma l’appunto è interessante per il ritratto critico che Viola offre di Pirandello: uomo modestissimo, rifuggente dal confronto con gli altri (anzi, di preciso, con chi gli stesse alla pari), «povero uomo» al quale era mancato un vero amore di donna (pesantissimo il giudizio espresso da Viola su Marta Abba): però, grande scrittore. L’appunto del Brogliaccio si chiude su quest’affermazione, ma si tacciono le motivazioni della definizione.

Passano gli anni. Nel 1946, il 1° dicembre, Viola è chiamato a tenere un discorso commemorativo sullo scrittore siciliano al Lyceum romano. Il discorso verrà tempestivamente pubblicato, nello stesso dicembre (C. G. Viola, In ricordo del Poeta: Luigi Pirandello, «L’Eloquenza. Antologia – Critica - Cronaca», a. XXXIV-XXXVI, 11-12, novembre-dicembre 1946, pp. 668-676). Nato come bimestrale, il periodico divenne più tardi mensile; ma, come si vede dall’indicazione bibliografica qui sopra prodotta, annate magre consigliarono a coprire con un solo numero tre annate. Il periodico era stato fondato da un tarantino, Antonio Russo; a introdurre il discorso di Viola provvede il fratello del direttore, A. Raffaele Russo.

Nel suo discorso, ripresa l’annotazione del Brogliaccio, Viola ribadisce la sua definizione di Pirandello come «grande scrittore». Ma ora l’impegno è anche di esplicitarne le motivazioni. Un tessuto metaforico per sottolineare la personalità artistica dell’agrigentino («Faccia nuova tra la folla. Voce inconfondibile») non spiega appieno quella che fu la novità dello scrittore; e nemmeno l’annotare che già termini come pirandelliano e pirandellismo, applicati ad esperienze d’altri e diversi scrittori, potevano spiegare tutto. Novità, certamente, ma novità di superficie.

Si va oltre. Perché Pirandello è originale? Soprattutto perché non ha tradito né mai abbandonato il legame con la terra della sua origine e con la sua cultura. Questo legame Viola lo sottolinea, perché egli stesso lo sente fortissimo come è evidente in molte pagine della sua opera e soprattutto nel suo romanzo/poema familiare che è Pater. L’originalità di Pirandello, insiste Viola, non può essere confusa «con il trucco e la camuffatura», non è un espediente destinato a durar poco nella memoria e a cadere quasi ancor prima d’essere realizzata. Niente, dunque, «espedienti di carattere esteriore e contingente» ma un carattere sicuro e duraturo, con la marcatura di «una immarcescibile impronta di classicità». Era questo che Viola aveva scoperto, dopo l’iniziale incomprensione, nei Sei personaggi; l’approvazione entusiastica di Pirandello confortava la sua intuizione. Classico è ciò che dura, e i Sei personaggi erano chiamati a durare. Anche le novità dell’opera teatrale pirandelliana non sono da guardare come sperimentazioni rivolte al futuro, poiché esse valgono soprattutto per il legame che stringono con «una tradizione che ha origini nella razza e nella patria dello scrittore». Si sorvoli pure sulla razza (una tarda eco di interlandismo?) ma si tenga presente un’idea di fondo su cui Viola insiste: «Rivendico Pirandello a quel suo clima originario, che lo ha sempre, a mio parere, mosso verso la sua creazione».

Ma… ecco! non è il teatro a fare di Pirandello un grande scrittore. Il teatro è il «suo esperimento […] più popolare e accessibile», ma la vera grandezza di Pirandello è da cercare nella sua produzione novellistica: «l’opera di Pirandello nella sua potenza, già formata ed espressa, sta nella sua novellistica». Là Pirandello mostra la sua più «schietta autenticità»: il teatro non è che un mezzo, più facile o più immediato, per traghettare verso un pubblico vasto temi e problemi rappresentati e dibattuti nell’opera narrativa. Pirandello che si fa, tardi, uomo di teatro, è già una personalità tutta compiuta, non ha novità da esprimere. Perciò il teatro, per Pirandello, non è altro che un modo per trasferire in una sede diversa quel che era nato in una sede originaria.

Un’impressione che non reggerebbe a una verifica puntuale dei testi. Che ci sia, inconfessato, il timore di un concorrente di successo nel campo del teatro? Il successo che Viola aveva come drammaturgo rimuove l’ombra di ogni sospetto. Era proprio un modo diverso di vedere il fatto teatrale a tenere lontani i due autori.

Viola notava anche l’influsso dell’ambiente sulla realizzazione dell’opera. D’Annunzio, che pure egli apprezzava, scriveva in ambienti arredati con lusso principesco; Pirandello in una modestissima casa da impiegato che fa fatica a tirare avanti: dalla penna dell’uno vien fuori l’inorpellata Francesca da Rimini, dalla penna dell’altro l’inquieto Il fu Mattia Pascal. È una ragione debole, ma nasconde un nocciolo di verità, se si riferisce alla forma mentis dalla quale scaturisce un’opera.

Pirandello aveva resistito a lungo al richiamo del teatro; infine vi cedette. Ma i personaggi dell’opera narrativa non avrebbero subìto deformazioni sotto l’occhio del lettore; quelli dell’opera teatrale sarebbero stati soggetti, e così deformati, all’interpretazione degli attori, o di un capocomico o di un regista. I sei personaggi della famosa commedia avevano sbagliato indirizzo: erano andati a bussare alla porta dell’uomo di teatro e avrebbero dovuto, invece, battere alla porta di un poeta. La riserva su quel lavoro, finalmente compreso! si fa sempre più ampia. Che cosa si può dire dei Sei personaggi? Semplicemente che «sono polline e non fiore. E vogliono vivere come fiori». Una riserva apparente, che rispecchia  - in un gioco un poco ambiguo – quella che era la precedente impressione sull’opera pirandelliana. In realtà i Sei personaggi il loro poeta lo avevano trovato, ed era Pirandello. Però una domanda resta: perché Pirandello ha sentito il bisogno di esporsi alle luci della ribalta? Perché, risponde Viola, «ha bisogno di arringare il mondo. […] È una coscienza che ha bisogno di sentire coscienze» e trova nel teatro il mezzo più idoneo per farlo. E in Pirandello si riassume, conclude Viola, «la crisi della coscienza contemporanea».

A conclusione del suo discorso, l’esperto uomo di teatro qual era Viola, citò un’opera del più famoso collega, «un suo dramma, quasi ignoto: La nuova colonia, lì dove l’umanità naufragata ripara in un’isola a ricostruirsi in libertà». Poi quando i vizi dell’umanità tornano a soverchiare, un diluvio cancella quell’umanità ricaduta nelle sue vecchie colpe. «Si salva soltanto una coppia giovane e innocente: l’amore, donde rinascerà il mondo e si continuerà».

Viola si augurava che in quella visione Pirandello fosse profeta. Ma forse non s’illudeva troppo in quell’Italia appena uscita dalla guerra e ancora faticosamente impegnata a riassestare la propria vita, a ricostruire sulle rovine.


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