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Home I mille racconti I mille racconti Racconti sovietici 10. MICHAIL ZOŠČENKO: Cartella clinica
Racconti sovietici 10. MICHAIL ZOŠČENKO: Cartella clinica PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Scrittori sovietici   
Lunedì 07 Settembre 2015 07:29

Traduzione dal russo di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Francamente, preferisco essere malato a casa.

Certo, all'ospedale, forse, è molto più tranquillo, luminoso e, sul livello di servizio, nulla da recriminare, a dir in una parola: cultura. Perfino l'apporto calorico del cibo, lì, forse, è molto più bilanciato; ma, come si dice dalle parti nostre: a casa propria anche la paglia è calorica.

All'ospedale mi ricoverarono con tifo enterico. Con questo i familiari credettero di alleviare le mie incredibili sofferenze.

E’ solo che non raggiunsero il loro scopo, in quanto mi capitò, evidentemente, un ospedale particolare, dove non tutto mi piacque.

Figuratevi, arriva un malato, lo registrano in un librone, e all'improvviso lui alza gli occhi e legge sul muro un manifesto: «Consegna salme dalle 15 alle 16».

Non so agli altri malati, ma a me tremarono le gambe e persino oscillai, non appena lessi un tale appello. Il bello è che ho una febbre da cavallo e la vita in sostanza, forse, è appena presente nel mio organismo, forse è appesa ad un filo, e tutto d'un tratto ti costringono a leggere parole come queste.

Allora all'uomo che compilava la mia cartella clinica: «Compagno infermiere diplomato» – dissi, – «ma cosa fate, perché affiggete certe scritte di cattivo gusto? Non vi pare» – dissi, – «che gli ammalati non hanno alcun interesse a leggere questo?»

L'infermiere diplomato, o, com'è ancora – l'aiuto medico – si stupì che gli dicessi così: «Ma guarda te: è malato, e cammina appena, e manca poco che sputi vapore di bocca dalla febbre, eppure» – disse, – «ad ogni cosa fa l'autocritica.». «Se la sua salute» – disse, – «si ristabilirà, il che è poco probabile, allora critichi, se no, davvero dalle quindici alle sedici la consegniamo sotto forma di quello che c'è scritto, così impara!»

Avrei voluto azzuffarmi con questo infermiere diplomato, ma siccome avevo una febbre alta, 39 e 8, non mi misi tanto a discutere.

Soltanto dissi: «Aspetta, stetoscopio medico della malora che non sei altro, che mi rimetta in salute, allora dovrai rispondere per la tua sfacciataggine. Ma come si può» – dico, – «fare sentire agli ammalati certi discorsi. Tutto  questo» – dico, – «moralmente abbatte le loro forze vitali.»

L'infermiere diplomato si meravigliò che un malato grave così liberamente discutesse con lui, e subito fece cadere il discorso. A questo punto si avvicinò un'infermiera.

«Andiamo,» – disse, – «malato, al reparto di lavaggio.»

Ma anche nell'udire queste parole, mi contorsi tutto.

«Sarebbe meglio» – dissi, – «non chiamarlo reparto di lavaggio, ma stanza da bagno. Questa terminologia,» – dissi, «è più bella e perfino eleva la dignità del malato. E io» – dissi, – «non sono affatto un cavallo per subire, come una bestia, il lavaggio.»

E l'infermiera: «Benché sia malato» – disse, – «si accorge di ogni minimo dettaglio. Probabilmente,» – disse, – «lei non guarirà, perché mette il suo naso dappertutto.»

Con ciò, mi condusse in una stanza da bagno e mi disse di spogliarmi.

Cominciai a togliermi i vestiti, e all'improvviso vidi che dall'acqua della vasca da bagno sporgeva già una testa di qualcuno. E vidi all'improvviso che sembrava una vecchia seduta nella vasca, di certo, una delle degenti.

Allora all'infermiera dissi: «Dove mi avete portato, cani, in una stanza da bagno delle signore? Qui» – dissi, «c'è già qualcuno che si sta facendo il bagno!»

L'infermiera rispose: «E con ciò? Ebbene, c'è una vecchia malata, ma non si preoccupi, e non le badi per niente. Ha una febbre tanto alta, che non reagisce ormai a niente. Non abbia imbarazzo, e si spogli. Nel frattempo noi tireremo fuori la vecchia e le riempiamo la vasca d’acqua pulita.»

E io: «La vecchia non reagisce, ma io, forse, reagisco ancora. E a me» – dissi, – «davvero non fa alcun piacere vedere tutto ciò, che sta nuotando, qui da voi, nella vasca da bagno.»

Tutto ad un tratto arrivò di nuovo l'aiuto medico.

«E' la prima volta» – disse, – «che mi capita di vedere un malato tanto esigente. E quello a lui, sfacciato, non garba, e questo non gli va bene. Una vecchia morente si sta facendo il bagno, e pure su questo ha da ridire. La poveretta, forse, ha la febbre a quaranta, e niente ormai prende in conto, e tutte le cose vede come attraverso un setaccio. E, in ogni caso, di certo, il Suo aspetto non la trattiene per altri cinque minuti in più in questo mondo. No,» – disse, – «ma io preferisco, quando i pazienti ci giungono privi dei sensi. Almeno allora è tutto di loro gusto, sono ben contenti di ogni cosa e non si mettono nei battibecchi scientifici.»

A questo punto si fece sentir la vecchia: «Tiratemi subito» – biascicò, – «fuori dall'acqua, se no» – biascicò, – «esco da sola e vi sistemo ben bene tutti quanti.»

Si occuparono della vecchia e mi dissero intanto di spogliarmi.

Mentre mi spogliavo, loro in poco tempo riempirono la vasca da bagno d’acqua calda e dissero di mettermi dentro.

E, conoscendo oramai il mio carattere, smisero di discutere con me per ogni cosa e cercarono in tutto e per tutto di farmi eco. Solo che, dopo il bagno, mi diedero da mettere della biancheria che non corrispondeva affatto alla mia taglia, era troppo grande. Credetti che mi avessero fornito apposta, per rabbia, per dispetto, un completo tanto smisurato, ma poi mi resi conto che si trattava di un fatto del tutto naturale e consueto. Gli ammalati piccoli da loro, di regola, avevano dei pigiami enormi, invece quelli robusti e alti, avevano quelli piccoli.

Il mio pigiama risultò essere perfino migliore degli altri. Sulla mia giacchetta un timbro dell'ospedale si trovava su una manica e non rovinava l'aspetto generale, invece gli altri degenti avevano i timbri chi sulla schiena, chi sul petto, e ciò umiliava moralmente la loro dignità umana.

Ma siccome la febbre mia cresceva sempre più, non mi misi a soffermarmi e discutere su queste cose.

La corsia, in cui ero stato ricoverato, era piuttosto “piccola”, c'erano una trentina di degenti di ogni sorta. Alcuni, a vista, erano malati gravi. Gli altri, viceversa, erano quasi guariti. Alcuni fischiettavano. Gli altri giocavano a dama. Gli altri ancora girovagavano per tutte le corsie e sillabavano, leggendo le scritte delle targhette cliniche in testa ai lettini degli ammalati.

Dissi all'infermiera: «Forse sono capitato in una clinica per degli alienati mentali, allora me lo dica pure. Io,» – dissi, – «ogni anno vengo ricoverato negli ospedali e mai prima avevo visto niente di simile. Dappertutto c'era silenzio ed ordine, qui da voi invece è molto peggio di un bazar affollato.»

E lei mi rispose: «Forse desidera che la ricoveriamo in una corsia riservata tutta per lei e appresso le mettiamo apposta una guardia per farle scacciare le pulci e le mosche?»

Mi misi a gridare, affinché venisse il primario dell'ospedale, invece vidi giungere lo stesso infermiere diplomato. Le mie condizioni di salute erano assai precarie, tanto che alla sola vista sua persi conoscenza definitivamente.

Tornai in sensi, credo, soltanto tre giorni più tardi.

E l'infermiera: «Lo sa,» – mi disse, – «che lei ha una fibra davvero resistente. Lei è riuscito» – disse, – «a superare ogni tipo di prova e d'insidia. C’è capitato perfino di metterla per caso vicino alla finestra aperta, eppure inaspettatamente incominciò a riprendersi. E adesso» – disse, – «se lei non prenderà qualche malanno dai malati vicini» – disse, – «ci si potrà sinceramente, con il cuore in mano, congratulare con lei per la pronta guarigione.»

L'organismo mio, comunque, non si piegò più alle malattie, se non per l'unico fatto che, proprio prima di essere dimesso dall'ospedale, ebbi una malattia infantile, la pertosse.

L'infermiera mi spiegò: «Probabilmente, lei è stato contagiato dal virus proveniente dal padiglione adiacente. Lì c'è un reparto infantile. E’ probabile che avrà mangiato, incautamente, nelle stoviglie di qualche bambino con la pertosse. Perciò si è un po' ammalato.»

In generale, comunque molto presto, l'organismo raggiunse il proprio scopo, e ricominciai a ristabilirmi di nuovo. Ma quando arrivai alla dimissione dall'ospedale, anche qui dovetti, come si dice, patire moltissimo e mi ammalai ancora, questa volta però di una sindrome nervosa. Per un'origine psicosomatica il corpo mi si riempì di brufoletti simili all'esantema. Il medico disse: «Smetta d’essere nervoso e questa cosa le passerà, col tempo.»

Il mio nervosismo aveva una giustificazione valida; perché non mi dimettevano mai. Ora sfuggiva di mente qualcosa e si dimenticavano, ora mancava qualcosa, ora qualcuno era assente e non si poteva spuntare la dimissione nel registro. Ora, finalmente, è cominciato un movimento di protesta delle mogli dei degenti, e tutto il personale dell'ospedale non raccapezzava più nulla per la confusione. L'aiuto medico disse: «Abbiamo un tal esubero di degenti che non riusciamo a fronteggiare tutte le dimissioni dovute dall'ospedale. Lei che ha solo otto giorni di eccedenza, sta già sollevando un baccano. Ma vi sono alcuni degenti del tutto ristabiliti da tre settimane che non vengono dimessi, eppure lo sopportano pacatamente.»

In ogni caso da lì a poco mi dimisero, e tornai a casa.

Mia moglie mi raccontò: «Lo sai, Pjotr, una settimana fa abbiamo creduto che fossi finito all’aldilà, nell'altro mondo, perché dall'ospedale c’è arrivato un avviso, nel quale si diceva: Con la ricezione del presente, siete urgentemente convocate per ritirare la salma del Vs. consorte

Successe che mia moglie si precipitò all'ospedale, ma lì si scusarono per l'errore che era stato commesso nella loro cancelleria. Qualcun altro, lì, era morto, e loro chissà perché credettero che fossi io. Anche se a quel tempo io ero guarito, e solo per un'origine psicosomatica mi ero riempito di brufoli. A dire il vero, mi arrabbiai per questo fatto, e volevo già correre all'ospedale per scontrarmi con qualcheduno, ma quando ricordai quello che lì era accaduto, sapete che feci?, lasciai perdere, e non andai.

E da allora, preferisco essere malato a casa.

 

1936

 


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