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Considerazioni sulla crisi greca PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Pietro Giannini   
Sabato 19 Settembre 2015 16:17

[“Il Galatino” anno XLVIII n. 14 dell’11 settembre 2015]

 

La crisi greca si è (per ora) conclusa con un risultato che sembra soddisfacente. Gli sviluppi futuri diranno se si tratta di una soluzione definitiva o se i problemi che l'hanno provocata si riproporranno ancora. Tuttavia il suo svolgimento, che è stato sotto gli occhi dell'opinione pubblica per circa due mesi, lascia adito ad alcune considerazioni.

1) La prima riguarda l'Europa. L'Europa, come organismo politico che si occupa dei problemi degli Stati membri, non esiste. Abbiamo visto all'opera vari organismi come la Commissione europea, l'Eurogruppo (o meglio, i loro responsabili), e rappresentanti dei singoli Stati, che si sono mossi con logiche, anche di carattere morale, assai diverse e non codificate in normative ufficiali e note. Il dato più macroscopico è il fatto che, su una decisione così delicata come quella di mantenere o no nell'euro uno Stato membro, il Parlamento europeo non è stato minimamente coinvolto, mentre nello stesso periodo è stato chiamato a pronunciarsi su problemi come quello di consentire di produrre o no il formaggio con il latte in polvere. Si potrà dire che questo è l'assetto istituzionale che l'Europa si è data liberamente e che tutti hanno accettato, ma non si può negare che esso ha rivelato nell'occasione un pauroso deficit di democraticità che non può non lasciare dubbi sulla natura dell'Unione europea e sulla giustificazione della sua esistenza. Si vorrebbe non assistere più ad estenuanti trattative condotte a volte più con spirito di rivalsa e di punizione, quando non di sufficienza e di superiorità, ma ad applicazioni di regole chiare e condivise che chiamano in causa, quando è necessario, organismi politici democratici.

2) La seconda riguarda il popolo greco. Il popolo greco ha rivelato nell'occasione una consapevolezza ed un orgoglio degni di ammirazione. Il "no" espresso al referendum del 5 luglio deve essere letto in questa chiave. I Greci si rendevano certamente conto dei rischi che il rifiuto delle condizioni poste dall'Europa comportava, incluso quello del ritorno alla dracma (che essi non volevano), ma hanno detto chiaramente che preferivano correre questo rischio anziché soggiacere alle imposizioni della Troika. In sostanza: meglio poveri che schiavi. Se vogliamo, è lo spirito di autonomia e di indipendenza che ha animato il popolo greco fin dai tempi antichi, e che non è stato fiaccato da secoli di sottomissione. Un popolo per il quale la nozione di democrazia ha un valore pieno, come dimostra il ricorso al referendum. Interpretato a suo tempo come atto di provocazione o espediente politico, esso è stato in realtà ciò che è istituzionalmente: una consultazione del popolo su temi di rilevanza generale. Si potrebbe avere delle riserve sul ricorso eccessivo ai referendum che sembrano attenuare la democrazia rappresentativa; ma forse essi sono in linea con la concezione politica di un popolo che ha inventato la democrazia e tuttora continua a viverla nella sua forma più genuina.

Anche le ultimissime vicende, con la crisi interna di Syriza e le dimissioni di Tsipras, che hanno aperto la strada alle elezioni anticipate, al di là di possibili calcoli elettorali, sono espressioni genuine di democrazia che lascia al popolo l'ultima parola.

3) La terza riguarda Alexis Tsipras. Tsipras ha dimostrato una sorprendente duttilità. Promotore del referendum nel quale ha invitato i Greci a votare contro il memorandum europeo, ha poi disatteso il risultato delle urne sottoscrivendo un documento che è stato giudicato peggiore di quello respinto col voto. Se ciò sia frutto di cinismo o di incompetenza (A. Penati su La Repubblica del 23 agosto 2015), è questione opinabile. E' un dato il fatto che Tsipras si sia trasformato da incendiario (quale era nei programmi iniziali di Syriza) in pompiere (quale è diventato avallando la 'salvezza' della Grecia), come scrive E. Livini su La Repubblica del 21 agosto. Tsipras ha dato prova di un notevole pragmatismo, se ha valutato che l'uscita dall'euro sarebbe stata più catastrofica della permanenza anche con condizioni capestro. Più che cinismo o incompetenza Tsipras ha dimostrato un'abilità tipica dell'uomo politico, quella che i Greci antichi chiamavano metis e che consiste nel sapersi adattare alle situazioni mobili della vita e saper trovare in esse la soluzione pratica migliore. Se vogliamo, è stato "multiforme" come Ulisse e come Ulisse ha cercato di salvare i suoi compagni (il suo popolo). Se ci sia riuscito o li abbia condannati alla rovina è presto per dire. L'importante è che abbia tentato.

Ma l'azione politica di Tsipras non è dettata solo dal calcolo (da un certo machiavellismo, potremmo dire), ma ha come sottofondo una grande passione politica. Ne è un indizio una circostanza raccontata da Stelios Pappas, coordinatore di Syriza: il giorno della vittoria nelle elezioni, Tsipras gli disse: "Ma io quando comincerò a vivere davvero?" (La Repubblica del 24 agosto 2015). L'espressione presuppone 'vita' del partito per la vittoria elettorale, ma anche la 'morte' del suo segretario per il grande impegno profuso. Un impegno frutto di una passione che merita profondo rispetto.

Io non so quanta simpatia riscuota oggi la Grecia. Non so quanti non siano risentiti per qualche comportamento che potremmo giudicare 'levantino'. Ma non bisogna dimenticare che l'attuale popolo greco è discendente degli antichi Greci. Ciò è vero non solo geneticamente, ma anche culturalmente, se è vero che un vecchio partigiano come Manolis Glezos, nel Parlamento di Strasburgo, può dichiarare che l'Europa è una creazione greca e che i Greci non intendono 'regalala' alla moderna Europa, se per definire la democrazia usa ancora le parole di Euripide e se, per condannare le imposizioni dell'Europa, prende in prestito le parole dell'Antigone di Sofocle laddove l'eroina proclama che esistono delle leggi più antiche, non scritte, che vengono prima delle leggi scritte della polis.

Purtroppo bisogna constatare che di questo si sono dimenticati proprio i tedeschi, che dalla fine del '700 hanno creduto (o preteso) di essere i veri eredi degli antichi Greci.


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