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Programma gennaio 2019
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Civiltà Giuridica
Scritto da Roberto Tanisi   
Domenica 20 Settembre 2015 17:52

23 maggio e 19 Luglio 1992: due date che hanno segnato la storia d’Italia, nell’ultimo scorcio del secolo scorso.

In due attentati dinamitardi perdono la vita i giudici Giovanni Falcone, Francesca Morvillo – sua moglie – e Paolo Borsellino, insieme ad otto uomini delle scorte.

Sono trascorsi ventitré anni da allora; in cui si sono susseguite, puntuali, ogni anno, manifestazioni di commemorazione e ricordo, a tacitare, forse, la cattiva coscienza del Paese. I nomi di Falcone e Borsellino figurano su innumerevoli targhe di scuole, vie, piazze, giardini; politici di destra e di sinistra affermano, a ogni piè sospinto, di ispirarsi all’insegnamento di questi due grandi magistrati nella politica della Giustizia, talché qualcuno potrebbe ritenere che la loro morte non sia stata vana e che, anzi, abbia mutato il corso delle cose, nella lotta dello Stato al crimine organizzato.

Spiace rilevare, purtroppo, come non sia così; come in molti casi le manifestazioni di commemorazione e ricordo abbiano segnato e segnino il trionfo dell’ipocrisia, se solo si considera che – come ebbe a dire qualche anno fa Roberto Scarpinato (attuale Procuratore Generale di Palermo) – siedono “talora tra le prime file, nei posti riservati alle autorità, anche personaggi la cui condotta di vita sembra essere la negazione stessa di quei valori di giustizia e di legalità” per i quali i due magistrati si fecero uccidere; “personaggi dal passato e dal presente equivoco le cui vite emanano – per usare parole di Borsellino  – quelpuzzo del compromesso morale che si contrappone al fresco profumo della libertà; personaggi intorno ai quali, come se non bastasse, “si accalca una corte di anime in livrea, di piccoli e grandi maggiordomi del potere, di questuanti pronti a piegare la schiena e a barattare l’anima in cambio di promozioni in carriera o dell’accesso al mondo dorato dei facili privilegi”.

Si dice sia stata la mafia, a ucciderli.

Probabilmente si tratta di una verità parziale, perché, almeno con riferimento a Paolo Borsellino, un'altra verità, più terribile, pare emergere dai processi in corso a Palermo e a Caltanissetta.

La Storia del nostro Paese, se paragonata a quella degli altri Stati d’Europa, presenta una vistosa anomalia perché, diversamente dalle altre democrazie continentali, si connota per la lunga scia di delitti, di stragi, di omicidi eccellenti ascrivibili a quella che con espressione onnicomprensiva e, pur tuttavia, semplificativa, chiamiamo “mafia”.

Un susseguirsi ininterrotto di sanguinarie vicende criminali che, per restare alla storia della Repubblica, inizia dalla strage di Portella della Ginestra, nel maggio del 1947, per giungere alle stragi del 1992 e del 1993, che hanno segnato  la fine convulsa della prima Repubblica. Vicende, tutte, dalle trame estremamente complesse, che talvolta – come ricorda Scarpinato – hanno portato sulla scena pubblica dei processi anche quella parte della storia che si è svolta nel “fuori scena”: un “fuori scena” in cui si sono sovrapposti ed intrecciati, in un viluppo inestricabile, interessi di soggetti interni alla criminalità organizzata, ma anche interessi di soggetti esterni (almeno all’apparenza), lungo una linea di confine non perfettamente definita, mobile, quanto mai evanescente.

Scrive ancora il P.G. di Palermo: “Personaggi come Riina, Provenzano ed altri “capi” mafiosi sono il sottoprodotto e la replica popolare di un certo modo di esercitare il potere. Durano nel tempo non per forza propria, ma perché sono le leve necessarie del gioco grande del potere. Quando esauriscono la loro funzione vengono abbandonati al loro destino”. E anche dopo, una volta che sono assicurati alle patrie galere, continuano a svolgere un ruolo essenziale: quello del “parafulmine”, su cui scaricare tutta la responsabilità del male, un paravento dietro cui si nasconde la criminalità del “potere” (potere politico, potere economico, potere di consorterie occulte), uno schermo che li trasforma in “scorie mediatiche che galleggiano nel mare della storia”.

Quello della “lotta alla mafia” non è solo un problema di politica criminale, da risolversi con l’adozione di ulteriori misure repressive più o meno efficaci, ma è un problema “politico” – e, prima ancora, culturale – a causa  delle interessenze e dei legami fra organizzazioni criminali ed esponenti della vita politica ed economica del Paese, che hanno garantito e facilitato l’espansione del fenomeno mafioso da un livello locale ad un livello nazionale e trans-nazionale.

È evidente, pertanto, che se – come sosteneva Norberto Bobbio – “la democrazia vive di buone leggi e di buoni costumi”, la diffusione di un’illegalità diffusa, massiva e proterva, e la pratica di costumi socialmente e civilmente malsani (penso a tutte le P2, P3, P4 che hanno infestato ed infestano il nostro Paese; penso all’inchiesta denominata “Mafia capitale” o ad episodi grotteschi come il recente funerale di un boss mafioso a Roma) costituiscono un problema che non riguarda solo i Giudici e le Forze dell’ordine, ma investe la Politica, le Istituzioni e di cui debbono farsi carico anche i cittadini, se non vogliono che il potere mafioso soffochi anche i loro diritti più essenziali.

Diversamente, il sacrificio di uomini come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sarà stato vano e questo Paese sprofonderà sempre di più nel gorgo dell’ingiustizia e dell’illegalità.

Ecco, allora, il senso che devono (dovrebbero) avere le iniziative di commemorazione dei due Magistrati uccisi: ricordare per continuare!

Ernesto Lupo, già Presidente della Corte di Cassazione, ebbe a dire qualche tempo fa che le “commemorazioni riducono gli uomini in carne ed ossa ad icone dissanguate”.

Non un ricordo fine a se stesso, che, come un cerino, si spegne nel breve volgere di qualche minuto o anche di qualche ora, dunque, ma un ricordo che serva a prendere coscienza del ruolo rivestito da questi due eroi dell’antimafia e, soprattutto, ad avere consapevolezza della capacità disgregativa che il crimine organizzato si porta dietro.

Falcone e Borsellino sono stati uomini a “tutto tondo”, magistrati attivi impegnati anche nella vita civile, che hanno dato il loro contributo di giudici e di cittadini alla crescita anche morale del nostro Paese, andando nelle scuole a parlare con i ragazzi, partecipando a trasmissioni televisive per spiegare la difficoltà e complessità del loro lavoro, testimoniando con la loro presenza e, perché no, con il loro sorriso (ironico quello di Falcone, aperto e solare quello di Borsellino) che la lotta per la legalità non è prerogativa dei giudici o delle forze dell’ordine e che una società più giusta è possibile, che un’altra Sicilia, un altro Sud, un’altra Italia sono possibili e si possono realizzare.

Falcone e Borsellino erano due persone normali, amavano la vita, i loro cari, le piccole o grandi cose di ogni giorno, come tutti. Non volevano essere eroi e martiri, ma, certo, non rifuggivano per questo dai loro doveri, perché credevano in ciò che facevano.

Lo disse apertamente Paolo Borsellino in un’intervista televisiva appena venti giorni prima di morire: “Credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me. E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare dalla certezza che tutto questo può costarci caro”.

In un’intervista di alcuni mesi fa, Nino Di Matteo, Procuratore Aggiunto di Palermo, il P.M. che Totò Riina vuole morto ammazzato (e con lui i colleghi più esposti), ha reso dichiarazioni analoghe a quelle di Borsellino:

Se mi guardo attorno e rifletto razionalmente penso che non è valsa la pena e non vale la pena aver sacrificato, in più di vent’anni di vita scortata, tanti momenti importanti di libertà e di spensieratezza, miei e delle persone che mi stanno accanto. Ma poi, per fortuna, sulla razionalità che consiglierebbe di mollare tutto prevale la passione … la passione per la bellezza del nostro lavoro. Quando entrai in magistratura, ventitré anni fa, lo feci proprio con l’aspirazione di occuparmi di mafia. Il mio punto di riferimento era il pool antimafia di Chinnici, Caponnetto, Falcone e Borsellino. Tre su quattro li abbiamo accompagnati alla tomba, ma quello è rimasto il mio imprinting”.

Contro Nino Di Matteo, proprio mentre è in corso, a Palermo, il processo sulla cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, Totò Riina ha espressamente chiesto, dal carcere, un’azione clamorosa e definitiva.

Purtroppo, come già accadde per Falcone e Borsellino, la reazione delle Istituzioni e dell’opinione pubblica a queste gravi minacce è stata tiepida, se non assente. È molto più facile commuoversi e indignarsi … “dopo”!

Ancora una volta, quando le indagini s’inoltrano per certi crinali, lungo quella linea di confine, talvolta evanescente, che separa ciò che è mafia da ciò che è apparato, istituzione, politica, affari, si corre il rischio di essere “vox clamans in deserto”, perché molti pensano che quelle indagini siano tempo perso, risorse sottratte alla “vera lotta alla mafia”, identificata solo con la manovalanza criminale. Invece, oggi più che mai, un contrasto serio alla criminalità organizzata non può prescindere dalla recisione, drastica e netta, di ogni legame fra ciò che è mafioso e le istituzioni, la finanza, l’imprenditoria, la politica.

È nostro dovere, pertanto, non lasciare solo chi, a diversi livelli, si batte contro il crimine organizzato. Perché la mafia può colpire ovunque. Lo scorso anno un magistrato serio e scrupoloso come Nicola Gratteri, procuratore aggiunto a Reggio Calabria, ha messo in guardia addirittura Papa Bergoglio, evidenziando come l’avere egli smontato i centri di potere economico esistenti in Vaticano, impedendo o rendendo difficoltose imponenti operazioni di riciclaggio, abbia messo in agitazione i boss della ‘Ndrangheta, i quali “ben volentieri gli farebbero uno sgambetto”.

A Catania, città che l’on. Nino Drago affermava essere non contaminata dalla mafia, un fotografo, Luciano Bruno, poco più di un anno fa è stato bloccato da alcuni energumeni. Pistola alla tempia, gli hanno detto: “sappiano dove abitano tua madre, tuo padre, i tuoi fratelli. Stai attento che qualcuno si può fare male”; e poi un colpo col calcio della pistola in pieno viso a fracassargli i denti. La sua colpa era l’aver fotografato un palazzo simbolo della mafia e aver denunciato su un giornale locale, “I siciliani”, fondato a suo tempo da Pippo Fava, il malaffare del suo quartiere, il profluvio di soldi pubblici utilizzati per piaceri privati.

Ecco, allora, il senso che dovrebbero avere le manifestazioni in ricordo di Falcone e Borsellino: rendere, sì, onore a due eroi del nostro tempo, al loro tenace attaccamento ai valori della democrazia e della Costituzione, ma anche condividere quei valori, renderne partecipi le giovani generazioni che non hanno conosciuto Falcone e Borsellino se non sulle targhe di qualche piazza o di qualche scuola.

Lo dobbiamo non solo a questi due grandi magistrati e a quanti con loro e come loro hanno dato in olocausto la propria vita, ma, ancor più, ai nostri figli e ai nostri nipoti, nella speranza che il loro futuro sia migliore del nostro passato e del nostro presente.

Il loro sacrificio, il sacrificio delle tante, troppe vittime innocenti – ce ne sono state anche in Salento: penso, per esempio, alla piccola Angelica Pirtoli, di soli tre anni, barbaramente trucidata insieme alla madre nelle campagne di Matino – costituisce probabilmente la più alta forma di insegnamento possibile.

Manifestare contro la mafia costituisce non solo espressione di solidarietà a chi, per professione, è impegnato nella lotta al crimine organizzato, ma significa anche – e soprattutto – difendere la democrazia.


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