Programma di Novembre
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Martedì 5 Novembre, ore 17,45 sala Contaldo : cineforum Belle. La ragazza del dipinto, a cura di Roberta Lisi   Giovedì 7 novembre, ore 17, Lecce,... Leggi tutto...
Si ricomincia...
Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
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I mille racconti
Scritto da Paolo Vincenti   
Martedì 29 Settembre 2015 15:57

L’ingegnoso Talete individuava nell’acqua il principio di tutto  e, nuotando nel mare d’estate,  il professore di filosofia indagava le cause, l’origine, le motivazioni che avevano ispirato le sue scelte, e si immergeva per ritornare indietro al principio vitale, cercando, se fosse stato possibile, di cominciare una nuova vita. Ognuno paga il proprio tributo all’indecisione, all’avventatezza, all’incoscienza, ognuno ha delle colpe da dimenticare, degli abusi da sanare, delle ferite da rimarginare. Forse nell’apeiron, pensava di trovare l’infinito indeterminato tutto, come faceva Anassimandro, il filosofo del divenire. Ma non passava giorno in cui non fosse punto e a capo. Quando credeva di avere faticosamente costruito una certezza, una base, un punto d’appoggio, ecco che essa crollava come un castello sulla sabbia, evaporava come fantasma d’estate.

Era venuto a rilassarsi in quella località termale perché l’anno scolastico appena passato lo aveva messo a dura prova. Sempre più faticoso, essere un buon insegnante e al tempo stesso portare a termine il programma ministeriale, e sebbene insegnasse in un Liceo Classico, coinvolgere i ragazzi, motivarli, farli appassionare a quella materia che sembrava tanto lontana dai loro interessi che erano fatti di playstation e smartphone.

Anassimene nell’aria, individuava il soffio vitale e a volte lui se ne riempiva i polmoni, fino quasi a svenire  e così, stordito dall’iperossigenazione, cercava ancora le cause e tentava di capire la sua vita tutta brividi e follia, la sua vita a brani, a morsi, senza ricetta né manuale di istruzioni, come un aereo senza pilota, una barca senza nocchiero, solo istinto, rabbia, gioia, dolore,  prendere e fuggire: davvero non c’era nessun preordinato disegno da seguire?

“Dov’è la mia vita?” si chiedeva il professore, “ Nella risacca di un inverno da odiare o fra le cricche e le contese di gente avvinazzata e volgare?  Il dio a Delfi disse ‘conosci te stesso’, ed io ricerco le radici del mio essere e mi dibatto sempre fra bene e male, cercando di capire questa vita in mutamento. Qui è tutto un continuo divenire, panta rei, come ha detto Eraclito ‘non ci si può bagnare due volte nelle acque dello stesso fiume’. Dov’è la mia vita?”, pensava sempre più spesso negli ultimi giorni, “ Nelle baruffe degli amanti?  Nelle bettole dove bevono e ruttano gli ubriachi?  Nelle case basse dei rioni popolari, nelle stamberghe dei poveri, nei cinemini di periferia?” Non riusciva a darsi nessuna risposta. In quel luogo di vacanza, dove tutta la vita intorno sembrava spumeggiare, dove si teneva un carnevale continuo e fragoroso di balli, di canti, di musica e allegria, dove tutti cercavano nel matto divertimento di annullare i pensieri, dove ognuno sperava nel relax e nello sbrago per ritemprarsi dallo stress di un duro anno di lavoro, egli invece si ripiegava, si raccoglieva nella riflessione intima, sottoponeva sé stesso ad un duro esame di coscienza, il più severo, spietato che avesse fatto fino ad allora. E come ne “La morte a Venezia” di Thomas Mann, sembrava che invece della vita, di un nuovo inizio, fosse venuto a cercare la fine.

Poi venne Pitagora, che trovò nel numero l’archè, il principio delle cose, e lui, diviso fra sofia e technè, iniziava a contare fino a dieci; poi, undici, dodici, tredici, proseguiva fino a cento; e ancora duecento, trecento, quattrocento, cinquecento,  ma non riusciva a trovare  quel principio. Pitagora applicava  il numero dispari  al principio maschile, mentre quello pari al principio femminile. Ma forse ebbe ragione Parmenide, si diceva, che mise al centro il pensiero: logos, pensiero razionale, che rifugge la sensazione, così come fece anche Zenone, l’inventore della dialettica.

Si sentiva stanco, demoralizzato, quasi cachettico. Poi pensava ad Eraclito che individuava nel fuoco il divino logos, la ragione che governa tutte le cose, il cosmos. E il professore accendeva un fuoco per poter meglio vedere  nell’immenso buio intorno, rischiarare le tenebre. Ma nel fuoco del braciere non riusciva, come la Pizia, a leggere il proprio destino, e non c’era nessuno che potesse divinarlo per lui, e allora andava almanaccando come tutti sulla vita e la morte, sul prima e sul poi, su causa ed effetto. Come Parmenide ricercava l’alètheia, la verità. Voleva fare tesoro del tempo, non lasciarlo sfuggire, sprecarlo nell’inazione o peggio nell’inconsapevolezza. Ma come?

“Dov’è la mia vita?  Dov’è la vita reale? E perché è sempre, comunque, diversa da quella immaginata? La vita vera, sempre diversa da quella sognata?  Quanto è assurda questa vita!”.  E’ difficile per tutti ricucire quello strappo, la frattura profonda fra vita e sogno, fra i progetti vagheggiati, cullati nella giovinezza, e la dura prosastica realtà dell’età matura. È difficile per tutti,  a maggior ragione per gli animi più sensibili e contemplativi.  Era imbevuto di cultura classica, era la sua formazione, e la tradiva in ogni occasione. I greci però gli avevano insegnato a pensare, ma non a trovare le risposte. “Il mondo è in guerra”, rimuginava il professore, “e il tempo passa inesorabile, mentre cerchiamo un principio duraturo. Il  tempo è come un fanciullo che gioca a dadi e noi cerchiamo un principio al quale aggrapparci. Ma dov’è la mia vita? Nella bonaccia di un’estate da amare? Nelle tante, nelle troppe parole? Nella calma prima di una tempesta, nei colori di un sopraggiunto arcobaleno? Dov’è questa vita?  E perché è sempre così spietata? Perché deve essere, la vita vera, così diversa da quella inventata, da quella sperata?”

Voleva vivere meglio il suo tempo, il tempo che fugge come un lampo. Al pari di Empedocle, che nei quattro elementi trovava  il principio delle cose, egli  respirava l’aria, nell’acqua nuotava,  toccava la terra, e vi sentiva dentro il fuoco, quell’enorme energia vitale e dinamica, come un grande generatore che può alimentare l’universo. Poi di nuovo sentiva la finitezza di questa vita senza senso compiuto e la limitatezza della  ricerca che non porta nessun risultato. E la sera, il professore cercava di dimenticare nel vino quel vuoto di senso, di dimenticare, con lo scintillante liquore del grappolo, quanto sia avara la vita, e quanto fosse stato perduto il tempo con lui, sprecato, pieno di dolori, e “alla fine, la morte soccorritrice, quando appare la Moira senza canti nuziali, senza lira, senza cori”, come dice Sofocle nell’ Edipo a Colono.  Guardava la vita così come era, la vita nuda e cruda, spietata. Sentiva la musica suonare forte, grida di danze e di risate e matto divertimento. Passeggiava  sul viale selciato, mentre il vino gli fermentava dentro e la notte lo avvolgeva come una calda coperta, un greve manto che nasconde le ambasce e le gioie, le sofferenze e l’allegria, la meschinità e la bassezza, le aspettative, le sorprese, l’arrivismo e tutte le cose piccole degli uomini.

Si chiedeva tutto e niente, il professore di filosofia, mentre sentiva il rumore acciottolante del ruscello che scorreva sotto i suoi piedi. La notte era serena e le stelle brillavano per chi le avesse volute cercare, per chi le avrebbe trovate. Poi come i presocratici, non volle indagare più, si  fermò sul  ponte e comincio a guardare di sotto.

 

 


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