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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
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Programma gennaio 2019
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Anticipo orario conferenza di venerdì 23 marzo
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Per ricordare meglio la nostra visita a Cavallino
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Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Home Saggi e Prose Sociologia Ipotesi sulla grande trasformazione globale 1
Ipotesi sulla grande trasformazione globale 1 PDF Stampa E-mail
Sociologia
Scritto da Augusto Gughi Vegezzi   
Venerdì 09 Ottobre 2015 18:25

Gli umani fino a ieri avevano con-stituito il mercato, oggi il mercato, diventato l’unico dio globale, ha de-stituito gli umani.


Il preludio


La globalizzazione non è un circuito mercantilistico planetario, è un mutamento totale in corso, la prima unificazione dell’Umanità e della Madre terra attraverso la diffusione della Civiltà occidentale: economia industriale e commerciale, tecno-scienza, cultura postmoderna massmediatica-consumista-digitale-dello spettacolo e tv etc. Quella del "villaggio cybernetico globale" è una metafora adottata da McLuhan per indicare come, con l'evoluzione elettronica dei mezzi di comunicazione in tempo reale a grande distanza, il mondo sia diventato “piccolo” e abbia assunto di conseguenza i comportamenti tipici di un villaggio. Le distanze siderali che in passato separavano le varie parti del mondo si sono ridotte e il mondo stesso ha smarrito il suo carattere di infinita grandezza per assumere quello di un villaggio. Il progetto, a firma Usa, prese corpo conferenza degli Alleati a Bretton Woods (Usa), giugno del 1944, che sancì il predominio mionetario del dollaro e la costituzione del Fondo Monetario Internazionale e della World Bank.  Dopo la guerra lo scacchiere geopolitico registra il declino dei grandi imperi coloniali, la germinazione di nuovi stati e il predominio planetario di Usa e Urss, che formano due blocchi opposti, uno democratico liberale, l’altro comunista, in conflitto per l’egemonia mondiale. Nasce la “guerra fredda”, congelata dal pericolo nucleare che caratterizzerà il periodo dal ’47 all’’89, cadenzato sulle tensioni e crisi tra le due superpotenze, talvolta debordate in guerre locali, sul forte sviluppo dell’economia industriale occidentale tra picchi e depressioni e dal lento logorio politico ed economico del blocco sovietico. In Italia e Occidente prevalgono orientamenti liberal-democratici che, grazie a forti rivendicazioni popolari, avviano riforme di garanzia delle libertà fondamentali, sindacali e perequative tra ricchi e poveri, forme di Welfare sanitario e istruzione per tutti etc. Negli Usa l’espansione economica, stimolata dal complesso industriale-militare, è intensa e articolata sulle fusioni che generano grandi Corporazioni e sull’ estensione del Terziario, per cui il Capitale si finanziarizza, mentre l’egemonia passa ai manager, non senza contrasti e crisi cicliche. Il trend della formula magica r > g (rendimento sul capitale > tasso di crescita economica) tende a diminuire anche per l’esistenza di un duro fisco progressivo. I ceti possidenti reagiscono fortemente con una serie di iniziative che inaugurano la rivoluzione postmoderna: tramonta il sistema taylorista e fordista, la platea dei lavoratori viene ridotta dalla meccanizzazione elettronica, il potere sindacale è sminuito, il consumismo moltiplica il settore terziario, la Tv, vertice dei massmedia, promuove le merci e il mito del consumo, l’americano diventa un consumer compulsivo. Questa reazione culmina negli anni '80 dopo l’elezione del presidente Reagan negli Usa e della Thatcher a Premier nel Regno Unito, che avviano la Deregulation con riforme neoliberali che favoriscono il mercato e la concorrenza, riducono o aboliscono le garanzie del Welfare, tagliano il carico fiscale dei patrimoni (perfino del 60% negli Usa). Il primo millile (1 per 1000 della popolazione) e tutto il primo decile (19%) godono del più alto tasso di redditi e la middle class s’inquadra felicemente nel mercato consumista, blandita dalla Tv- spettacolo che plasma il conformismo di massa.

Questa ondata neoliberale si diffonde in tutti gli stati industrializzati, e tracima mediaticamente in quelli controllati dall’Urss, in crisi economica per le enormi spese militari e politico- sociale, con un mix di principi di libertà e democrazia e di miti del benessere e del consumo, che porta alla disgregazione del blocco comunista inaugurata dal crollo del Muro di Berlino nell’89.
Il modello socioeconomico e culturale americano si irraggia incontenibile in tutto il pianeta, dotato di un innegabile potere di fascinazione e conversione, per cui convince e recluta la maggioranza delle popolazioni sviluppate e acculturate, sia di quelle meno evolute (ma non nellIslam), con grandi effetti costruttivi e distruttivi, analizzati nei prossimi paragrafi.
Decolla così con ampi consensi la Globalizzazione massmediatica-cybernetica-consumista nel panorama geopolitico, non certo il Leviatano né il Behemoth di Hobbes, ma una nebbia pervasiva, invasiva e determinante e una rete più forte dell’acciaio che avvolgono il Pianeta, tutto modificando, distorcendo e rimodellando a loro immagine e somiglianza. Come un’inedita divinità che ha assunto una realtà incoercibile e un potere irresistibile su tutto: culture, religioni, arti, economie, società, stati etc., infine insinuandosi nella testa e corpo e cuore degli umani, finendo per influenzarne l’identità personale. Ovunque la Globalizzazione diffonde sistemi politici-sociali modellati vagamente su quello americano, dove l’architettura della democrazia formale è molto forte e la società nutre ideali di libertà e democrazia radicati e battaglieri, ma l’influenza e i poteri della finanza e dei ceti conservatori sono incoercibili e spesso prevalenti. Tali sistemi rappresentano senz’altro un’evoluzione in molti Paesi, ma non in quelli europei, dove disaggregano modelli di stato democratico sostanziale, con governi e popolo soggetti a Costituzioni e leggi garantiste, Welfare evoluti, fiscalità progressive, diritti di libertà, voto, lavoro, partiti e sindacati legittimati etc., con inevitabili pesanti involuzioni che registriamo anche in Italia. Qui assistiamo ad un appannarsi della dialettica democratica e dei poteri legislativi mentre cresce quello esecutivo, all’archiviazione delle garanzie dei lavoratori, alla riduzione delle coperture del welfare, a un crescente disagio che alimenta reazioni emotive e populiste con derive fascistoidi. A livello planetario con l’industrializzazione galoppante si realizza un’espansione economica che sconfigge la fame, prima insuperabile nelle economie agricole. In queste la produzione è naturale, cioè condizionata e limitata dalle leggi naturali, e in dieci millenni non ha quasi mai debellato la miseria e la fame. Per contro l’industria elabora, grazie al lavoro umano, materie o prodotti della natura di valore quasi nullo trasformandoli in oggetti con valori d’uso e di mercato moltiplicati, assicurando così alla maggioranza delle persone un accesso al benessere e anche ai poveri un livello minimo di sussistenza.
Nebbia e rete sono metafore dell’enorme potere e del fondamentale assoggettamento del Pianeta alla casta di supermiliardari di marchio soprattutto americano fruitrice di immense ricchezze.

 

 

Il millile di supermiliardari


Le raffinate analisi economico-finanziarie e sociali di Thomas Piketty ne Il capitale nel XXI secolo, rilevano che la distribuzione della ricchezza e dei redditi a livello mondiale è assolutamente sbilanciata a favore di una gerarchia piramidale di super ricchi: il primo millile, 1 per mille della popolazione adulta controlla il 20% del patrimonio totale, cioè 43,4 trilioni di dollari, i successivi 6 il 21%, 45 mld, poi il 7,7% il 42%, 102 mld, il 32% il 13%, 33 mld, infine il 68,7% inferiore della popolazione mondiale 3 mld di adulti, che possiede il 3% del patrimonio totale, 7,3 mld. Tra i due estremi, tra gli happy few e l’oceano dei disperati della terra ristagna il mare della middle class, circa un miliardo, che si spartiscono con notevoli squilibri 33 mld contro i 200 del vertice. Sembrano cifre incredibili e spudorate ma sono confermate da una rilevazione: i capitali dei cento più ricchi del mondo equivalgono ai beni dei 3 miliardi più poveri. Altri dati clamorosi e istruttivi: il valore complessivo delle attività finanziarie internazionali è passato dal 50% al 350% del Pil globale dal 1970 al 2010, raggiungendo in dollari 280mila miliardi – solo il 25% del quale legato agli scambi di merci; e il valore dei ‘derivati’ negoziati eslege e fuori dalle Borse e in gran parte legati alle valute a fine giugno 2013 raggiunge 693mila miliardi di dollari. Fin qui quanto riportato da Limes.
Piketty evidenzia che il millile, indenne da vincoli legali e fiscali, introita i profitti, mentre fa gestire questo diluvio finanziario ad alti manager e banchieri del centile, che ricompensa regalmente, i quali arricchiscono i loro collaboratori, primi anelli di una catena di rapporti omertosi.
Il vertice finanziario, un inedito club di rentier assenteisti, si garantisce privilegi e franchigie cooptando e corrompendo alti quadri del potere mondiale: politici, banchieri, industriali, burocrati, tecno-scienziati, intellettuali, artisti, professionisti etc., che a loro volta, grazie ai consumi opulenti, coinvolgono nel decile schiere di fornitori di servizi e merci dell’alta moda e dello spettacolo. Si tratta di una folla di ricchi speculatori e clientes co-beneficiari del trend della diseguaglianza crescente, r>g, i quali pure ottengono franchigie e favori per vie corruttive inquinando il sistema.
Dai tempi di Roma il più alto livello di r>g fu raggiunto nel 1910, durante la Belle Epoque, e ricuperato, dopo lunghe oscillazioni verso il basso, nel 2010.
Tirando le somme, negli ultimi 40 anni, senza saperlo, le dinamiche finanziare ed economiche con i loro movimenti, cicli e crisi hanno imposto le loro dure condizioni e pretese agli Stati grandi e piccoli del pianeta, pregiudicandone la tradizionale sovranità. E noi abbiamo pacificamente vissuto mentre il millile superricco si insediava al vertice della piramide mondiale e oggi, grazie al suo strapotere finanziario, esercita un potere neofeudale sulla globalizzazione in corso, cioè sull’omogeneizzazione dell’umanità per la prima volta dalla sua origine 2-3 milioni di anni fa.


Un secolo di grandi mutamenti


Senza saperlo abbiamo vissuto in un’epoca di rivoluzioni che paiono rincorrersi e sovrapporsi per convergere nella Grande trasformazione globale che è culminata in un mutamento antropologico dall’ uomo edipico (caratterizzato secondo Freud da un forte Super-io), auto diretto, ascetico, spartano, dedito a famiglia, lavoro risparmio, fiero della propria identità e del proprio onore, all’uomo postedipico, eterodiretto, individualista, narcisista, amorale, libertino e consumista.
Come si è arrivati a questa situazione e quali aspetti negativi e positivi essa presenta?
Le premesse della nuova evoluzione risalgono all’eredità della Prima guerra mondiale: il tramonto degli imperi e dell’aristocrazia, l’espansione della borghesia industriale, della società di massa, delle ideologie rivoluzionarie di destra e di sinistra. La Seconda guerra mondiale poi produsse altre gigantesche distruzioni e trasformazioni mondiali: il crollo degli imperi coloniali, il conflitto per l’egemonia globale di Usa e Urss, l’emergere di nuovoi grandi stati extraeuropei. In Italia e Europa occidentale, distrutte dalla guerra, dopo il 1945 si sviluppa un’economia industriale di ricostruzione, matrice negli anni ‘60 di un neocapitalismo di sviluppo accelerato. Il trentennio dal ’45 al ’75 verrà poi definito glorioso in Francia e miracolo economico in Germania e in Italia. Qui il decollo della nuova industrializzazione dal ’48 comporta negli anni ’60 un’emigrazione interna spettacolare dal Sud al Nord e dalle campagne alle città, che crescono smisuratamente. Nel contempo si snoda la seconda Rivoluzione agricola che, dopo diecimila anni dalla prima in Mesopotamia, innesca la brusca decadenza e morte del mondo contadino, paradossalmente assassinato dal giunto cardanico. Grazie a questo congegno, infatti, la meccanizzazione del lavoro nei campi espelle negli anni tra il ‘60 e l’80 quel 30% dei lavoratori che occorrono nelle fabbriche. Pochi si accorgono della scomparsa e nessuno cerca e scopre l’assassino. I contadini, espulsi dalle campagne con il loro secolare retaggio di stenti, fatica, fame, solitudine e disperazioni (“La terra è bassa.”), sono felici di approdare nelle comunità cittadine (“La città rende liberi”.), di lavorare nelle fabbriche, di ottenere salari sicuri e consumi crescenti, di accedere alla socialità urbana di cinema, teatri, balere, infine perfino di lasciarsi allegramente alle spalle con la miseria anche tradizioni e costumi rigidi e castiganti e destini di umiliazione e disperazione. Mentre così s’integrano nelle città coi ceti operai e insieme finalmente si affacciano a un limitato benessere, invece le classi agrarie e della rendita perdono il primato, soverchiate da quella degli industriali. Comunque la società continua ad ispirarsi alle grandi narrazioni ideologiche del Cristianesimo, dell’Illuminismo e del Marxismo, mentre l’élite economica conserva i valori dell’etica weberiana della produzione e del risparmio, del rigore dei costumi, del divieto di passioni e sentimenti, che trasmettono anche alle classi lavoratrici. Nel 1963 un governo di centro-sinistra, che vede coalizzati Dc e Psi, favorisce il boom economico e accende le speranze di progresso democratico e sociale. Si respira un'aria di rinnovamento, si diffondono le antenne tv e le Fiat 500, si canta 'Nel blu dipinto di blu', l'urbanizzazione galoppa, le autostrade accorciano lo stivale, i consumi aumentano. Il neocapitalismo promette un’economia avanzata, dal volto umano e in rapida crescita, che prospetta ricchezza per tutti (perché i capitali si usa­­no per pro­dur­re e non so­lo per farli crescere in borsa). Il trend storico della forbice tra ricchezza dei privilegiati e quella del resto della popolazione, espresso dalla formula r>c, viene capovolto da una più equilibrata distribuzione determinata dal virtuale pieno impiego. E’ il decollo della società del benessere, con i suoi benefici, miti e obiettivi, riassunti dalle Tre emme: mestiere, moglie, macchina. Novità sociologica assoluta, il benessere favorisce il differenziarsi e cadenzarsi delle generazioni, in particolare lo sviluppo autonomo di quella dei giovani, che, anche grazie alla disponibilità di tempo e mezzi, si conquista un’identità e presenza culturale e sociale, subito percepita nella sfera economico-commerciale e investita dalla pubblicità.
Nel maggio del 1968, innescata dalle rivolte dei giovani americani, si sviluppa in Francia una ribellione studentesca antiautoritaria in nome del diritto alla parola, cioè a valere come uomini con una volontà e una visione personale, che rifiuta il principio di autorità di origine patriarcale caratterizzante l’educazione e l’etica clerical-borghese. E’ una ribellione che rifiuta la formazione disciplinare e formale indirizzata alla preparazione di docili funzionari dello stato e dell’economia, perché i giovani rivendicano il diritto di parlare e vivere le proprie scelte in prima persona, individualmente e in gruppo. Con passione e dedizione si impegnano a cambiare la cultura con forme partecipative, sperimentazione, innovazione sulla base di una coscienza critica e storica che mira a cambiare la vita, la società e lo stato in senso democratico. Parigi risuona di grida: “Noi pensiamo e vogliamo… l’impossibile. L’immaginazione al potere. Vietato vietare. È solo l'inizio, continuiamo la lotta…”
Anche in Italia (e in tutta l’Europa occidentale) la nuova generazione, che si è formata nel decennio del boom economico, prendendo alla lettera le promesse di democrazia liberale ed egualitaria retaggio della Liberazione e della Costituzione, si ribella al sistema autoritario patriarcale ingessato in normative e convenzioni astruse e soffocantei mentre rifiuta le vessazioni delle gerarchie scolastiche e universitarie, i programmi vetusti e obsoleti e le restrizioni imposte dalla morale repressiva e dalla religione formalista. Con tutta la forza vitale della loro età, lungi dal piegarsi e adattarsi ai riti disciplinari della maleducaciòn, come hanno dovuto fare le generazioni precedenti, i giovani danno avvio alla Contestazione. Nelle scuole e nelle università prima, poi anche tra gli altri giovani, si attacca il sistema delle gerarchie, dei poteri, delle regole ossificate ed opprimenti in nome della libertà, del pensiero critico e della costruzione di una vita migliore. Non ci sono profeti o capi carismatici, ma è un processo spontaneo di crescenti, dilaganti gruppi che ampliano la sfida e la lotta contro la Scuola, la società e lo Stato, cercando vie per realizzarsi e creare stili di vita e valori più liberali e democratici. La rivendicazione del diritto di esprimersi trova fondamento nella forte crescita del valore del soggetto, dell'Io, della responsabilità personale, delle scelte autonome in opposizione alla passiva accettazione di un destino pre-scritto dalla società. I giovani vogliono far valere le loro esigenze, emozioni e idee, vogliono nuove forme di vita, di comunità, di convivenza. E lo vogliono tutti insieme, tutto e subito. In gergo freudiano: l'Io si auto-afferma in coniugazione e dialettica con gli altri Io e lotta sulla spinta degli impulsi vitali (libido) in un processo comunitario che rifiuta le imposizioni socio-culturali e famigliari (Super-Io). Mai si era vista tanta passione coinvolgere masse crescenti di giovani sia in riunioni, assemblee, cortei come negli studi di economia, teoria sociale, filosofia, politica, analisi critiche dell'esistente. Il commento di Michel de Certeau  sulla Francia vale anche per l’Italia: “Non credo si possa parlare di rivoluzione compiuta ... [piuttosto] di rivoluzione simbolica. ... Oggi, [il 3 maggio 1968, a Parigi] è la parola a essere stata liberata. In tal modo si afferma, feroce, irreprimibile, un nuovo diritto, venuto a coincidere con il diritto di essere un uomo e non più un cliente destinato al consumo o uno strumento utile all'organizzazione anonima dell’economia o dello stato”.
Non una ribellione aggressiva ma una liberazione festosa, e come tale si diffonde in tutta Italia contro gli adulti ma anche tra molti adulti che numerosi costituiscono nuove realtà come Medicina democratica, Stampa democratica, Giustizia democratica, Movimento femminista, Maestri di sci democratici, e tante altre categorie, perfino quelle dei diplomatici, poliziotti, preti etc.
Inizia così in Italia il tramonto dell'egemonia patriarcale e autoritaria sulla società della diseguaglianza, della gerarchia di nobili, borghesi grandi, medi e piccoli, del padre-padrone, del padrone delle ferriere, del burocrate despota, del matrimonio indissolubile con annesso libertinaggio maschile, dell'inferiorità femminile, dell'autorità come arbitrio, delle convenzioni e dei galatei come norme, dell'aborto clandestino, del divorzio via uxoricidio, dei lavoratori con scarse garanzie, dei proletari etc.
Il Movimento del '68, fondamentalmente anti-autoritario, funziona come catalizzatore delle rivendicazioni della centralità dell'essere umano, giovane o adulto, uomo o donna, della sua responsabilità personale e dei suoi diritti costituzionali, ancora misconosciuti nella società pre-‘68.
Così il Movimento trova convergenze con le grandi lotte degli operai, che nel contempo stanno sconvolgendo le città, in conflitto contro una crisi economica che vede i profitti stabili mentre falcidia i salari. La classe lavoratrice ingaggia forti lotte sindacali e spontanee (gatto selvaggio), suscitando allarme nelle oligarchie economiche, che contrattaccano con la ristrutturazione industriale post taylorista-fordista. Di qui ancora più imponenti scioperi operai ai quali partecipano gli studenti, alternando parole d’ordine: Potere operaio. Potere studentesco. Sembra profilarsi un confronto finale.


Il tramonto della Modernità


Le prime percezioni che la strategia capitalista messa in atto per contrastare e depotenziare le lotte è radicale e profonda risalgono al 12 maggio1972, quando lo psicanalista Lacan a Milano in una conferenza gremita di sessantottini ci annuncia l’“evaporazione” del padre e del Super-io: il nuovo discorso del capitalista, infatti, ordina di godere e di sacrificare tutto in nome del godimento. Reagiamo con una salva di fischi e di insulti in nome della rivolta anti-autoritaria del formidabile ’68 e dell’immaginata rivoluzione operaia. Ma nulla è come appare. In seguito scopriremo che, senza saperlo, avevamo insieme inscenato gli ultimi conflitti e il canto del cigno della classe operaia e della Contestazione.
Che la strategia vincente dei poteri dominanti sia di largo respiro ce lo spiega un altro francese, Michel Foucault, che mette in luce, come, oltre agli interventi di ordinamento, coazione e sfruttamento sulle classi popolari tendenzialmente anarchiche, essi attuino anche una rete di organizzazione e formazione in sintonia con la meccanizzazione robotizzata e con la dilagante cultura massmediatica consumista, dello spettacolo, della Tv e della nascente cibernetica. Nel processo industriale robotizzato si consuma la marginalizzazione degli operai come forza produttiva (e quindi, in termini marxisti, l’estinzione della classe rivoluzionaria) selezionati e cooptati nella lower middle class o esclusi ed espulsi nel Lumpenproletariat. Protagonisti nelle tecnostrutture industriali diventano le conoscenze, le scienze-tecnologie, cioè la knowledge, e dunque la knowing class, chiave e domina della produzione, caratterizzata come un circuito dinamico in perpetua crescita di straordinaria complessità che mobilita ed esalta insieme il ruolo inventivo e agonistico degli individui e la cooperazione nella ricerca integrata.

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