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Omertà, dagli esami copiati alla cultura di mafia il passo è breve - (25 ottobre 2015) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Ferdinando Boero   
Martedì 27 Ottobre 2015 09:08

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 25 ottobre 2015]

 

Per migliaia di anni i lavoratori sono stati sfruttati. Ancora lo sono. Muoiono nei campi, di caldo, raccogliendo pomodori per quattro soldi. O si ammalano in fonderia. Per tirare avanti una famiglia. Ancora oggi, come millenni fa, sono costretti in schiavitù. I sindacati sono strumento di difesa dei diritti dei lavoratori. Permettono che si associno e si oppongano allo strapotere del “padrone”. Ancora ci sono situazioni di questo tipo, anche qui in Italia.

I lavoratori si devono difendere, devono difendere i loro diritti, una volta espletati i propri doveri. Un metodo di difesa potrebbe anche essere cercare di fare il minimo indispensabile, in modo da non andare incontro al logorio fisico dei lavori usuranti. Lo dicevano le madri e le mogli ai marinai che salivano a riva, sugli alberi dei velieri: nove dita per te e una per la nave. Erano le dita con cui ci si doveva aggrappare al sartiame, per non cadere fuori bordo.

Per fortuna, per molti, questi tempi sono finiti. I diritti e i doveri sono sanciti da contratti, le condizioni di lavoro sono nettamente migliorate. E anche le condizioni di vita. Prima si lavorava per campare, ora si lavora per avere di più. Ed è giusto. Bisogna tendere al miglioramento. Aumenta la formazione, la qualità del lavoro erogato, ed è giusto che aumenti il compenso.

Le storie recenti, però, ci mostrano un’altra realtà. Da una parte c’è la corruzione. Qualcosa di canceroso, che espande le sue metastasi dovunque, parte dai presidenti e dai direttori generali e arriva sino agli uscieri. Il pesce puzza dalla testa. Vedendo chi si arricchisce ai “piani alti” ci si sente autorizzati a fare altrettanto. E se non si riesce ad entrare nel mondo della corruzione, allora si cercano altri benefici marginali. Per esempio ricevere un compenso senza fare il lavoro che dovrebbe essere compensato. Come nel caso dei dipendenti pubblici che hanno finto di aver svolto molto lavoro per ricevere gli incentivi, avendo fatto ben poco. Ma anche non far niente per ricevere “semplicemente” il proprio stipendio è grave.

Moltissimi si sentono autorizzati a comportarsi così. Facendo finta di essere sfruttati da un padrone cattivo: per quel che mi danno faccio fin troppo. E non fanno niente. Non ha importanza quanti siano colti con le mani nel sacco, quanti siano incarcerati, processati, condannati. L’andazzo continua. Inarrestabile. Le Forze dell’Ordine e la Magistratura si danno da fare, ma raramente arrivano a scoprire gli illeciti da denunce dei colleghi di chi infrange le regole. C’è omertà, l’anticamera del pensiero mafioso.

Si stilano codici etici che spiegano tutto quello che non si deve fare. C’è il plagio, la copiatura di lavoro di altri senza citare la fonte, per attribuirselo. Ci sono i nepotismi e i favoritismi, nei confronti di parenti, coniugi, allievi. Ci sono le molestie sessuali, e molto altro. Dovrebbe essere dovere di tutti denunciare chi infrange le regole, in qualsiasi ambiente di lavoro.

A volte mi arrivano voci. E vengo a sapere di comportamenti che infrangono le regole. Ma non ho le prove. Dovrei fare un esposto e poi dovrebbero partire le indagini, per vedere se le voci sono vere. E se non lo sono? Rovino un collega? Le accuse fanno sempre più effetto delle assoluzioni, e il marchio rimane. E poi, chi denuncia, in Italia, è un giuda, un delatore, una spia. A meno che denunci chi si erge a moralizzatore, così siamo rassicurati: sono (siamo) davvero tutti uguali. E a questo punto basta uno scontrino per rovinare una persona.

Resto fermo sulle mie convinzioni. Il malaffare si smaschera con le valutazioni. Non importa se gli impiegati comunali timbrano o non timbrano il cartellino. Importa se i cittadini ricevono un servizio adeguato, ad un costo adeguato. Se il servizio e il costo non sono adeguati, non importa se sono sempre tutti presenti, e tutte le scartoffie sono in ordine. Lo stesso vale per l’ANAS, o per l’Università. Il problema diventa di difficile soluzione quando sono i responsabili dei disservizi quelli che dovrebbero valutare come mai ci sono stati i disservizi. Questi elaborano procedure sempre più bizantine, fingendo di fermare l’illecito. Procedure che fermano quelli che cercano ancora di lavorare e di fare il proprio dovere. E il paese va verso la catastrofe.

E quindi forse è ora di denunciare chi non fa il proprio dovere, chi favorisce il coniuge, i figli o i propri allievi, gli appartenenti alla stessa associazione più o meno “riservata”, danneggiando altri che meritano di più, chi copia e spaccia per proprio il lavoro altrui, chi non è qualificato a realizzare quel che propone, avendo già dato ampia prova di inettitudine. Agli esami chiedo ai miei studenti di dare la loro parola d’onore che non copieranno nella parte scritta della prova. Superare una prova copiando il lavoro altrui è l’inizio della china. Promettono. Poi chiedo: promettete di denunciare un compagno, se vi rendete conto che sta copiando? Non arrivano a tanto, lo trovano mostruoso. I compagni non si denunciano. Come non si denunciano i colleghi di lavoro. Ed ecco tutto spiegato: omertà. Non riusciamo a scrollarcela di dosso. Denunciare un compagno perché fa un illecito è una cosa mostruosa. Poi, quel compagno, ottenuta una laurea immeritata, magari otterrà anche un lavoro, con qualche raccomandazione. E lo ruberà a te, che invece non hai copiato, e hai studiato, lavorando duramente. Ti costringerà a emigrare, per andare dove il merito è ancora riconosciuto. E qui resteranno, tronfi, quelli che hanno copiato.

 


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