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Musica e Teatro
Scritto da Giuseppe Greco (musicologo)   
Mercoledì 18 Novembre 2015 16:14

Suggestioni  ed  echi  letterari  nella  Canzone  d'Autore (1 ^ parte)

 

Breve premessa: per canzone d'autore si vuole intendere non semplicemente una canzone firmata (tutte lo sono, secondo il diritto d'autore), ma quella creata da un autore riconosciuto come artista, caratterizzato da uno  stile che lo distingue e lo identifica. Comunemente questo artista viene detto cantautore, traduzione italiana (non unanimemente accolta ma ormai acquisita nell'uso e nella percezione comune) del francese chansonnier.

Nella storia della canzone italiana c'è una data molto importante, fondamentale  e  addirittura rivoluzionaria.  E' quella del 31 gennaio 1958, giorno in cui sul palcoscenico del teatro Ariston di Sanremo un cantautore pugliese svecchiava in un sol colpo una tradizione melodica, gloriosa ma ormai ingessata, di note musicali e di rime cuore/amore, liberando a braccia allargate il suo Volare.

Quella sera, senza saperlo, Domenico Modugno segnava uno spartiacque tra il tradizionale cantante, interprete di canzoni scritte da altri, e l'avvento di una nuova categoria canora:   i cantautori.  Per la verità in precedenza qualche caso di cantante, autore ed interprete delle sue canzoni, c'era già stato. Berardo Cantalamessa nel 1895 aveva inciso il primo 78 giri della storia del disco con la sua canzone 'A risa (la risata) e nel 1918  Armando Gill (al secolo Michele Testa) interpretava la sua Come pioveva con il suo tipico annuncio: testo di Armando, musica di Gill, canta Armando Gill, sottolineando in un certo senso la tradizionale distinzione di ruoli tra compositore-musicista, paroliere-librettista e cantante. Ma si era trattato di casi isolati e di artisti-attori, autori teatrali, macchiettisti e animatori di cabaret. Negli anni Sessanta e Settanta, invece, i cantautori rappresenteranno una tendenza sempre più diffusa nella musica italiana volta a cercare nuove vie espressive e musicali.  Questi moderni trovatori danno voce in maniera innovativa e priva di retorica alle proprie esperienze, al disagio esistenziale, alla protesta sociale molto spinta in quegli anni, anche per testimoniare le loro scelte e posizioni politiche, per lo più di sinistra o anarcoidi.

L'apporto della musica alle parole, ché tale è la canzone, è mestiere antico; “accadeva anche ai lirici dell'antica Grecia, quando ancora musica e poesia danzavano allacciate” (Cesare G. Romana); accadeva a trovatori e trovieri, persino a Dante che si vide musicare e cantare da Casella  una canzone del “Convivio”, Amor che nella mente mi ragiona; accadeva a sonetti e ballate medievali e rinascimentali.  Tutto questo oggi è rappresentato dai cantautori.

Il termine cantautore, pur tra oscillazioni e rifiuti, ha finito, quindi, per essere acquisito come caratterizzante di chi canta  canzoni composte, in parte o del tutto, da sé in uno stile che lo renda immediatamente riconoscibile.  Ciò vale sia per Modugno che per tanti altri che si affermarono in quei decenni e in quelli successivi: Gaber, Paoli, Tenco, Bindi, Endrigo, Lauzi, Jannacci, De Andrè, Guccini, Vecchioni,  Battisti,Fossati, Dalla, De Gregori, Battiato, Branduardi, Zero, Ligabue...

Le loro canzoni hanno caratterizzato una stagione assolutamente nuova della canzone italiana, più impegnata, con testi più elaborati, portatori di messaggi esistenziali e sociali.  Insomma, non... -per ricordare il titolo di una nota canzone di Edoardo Bennato- Sono solo canzonette.

E coll'andare degli anni sono anche aumentate le analisi di studiosi e critici musicali, che si sono soffermati sugli aspetti letterari dei testi fino a considerare alcuni cantautori, in virtù della loro particolare efficacia di versificazione, al pari di veri e propri poeti. Alcuni, in particolare De Andrè, hanno trovato collocazione nelle antologie scolastiche.

Il mio intento, però, in questa occasione non sarà quello di analizzare la qualità poetica dei testi dei cantautori, quanto, invece,  di rinvenire in essi rimandi ed echi letterari, suggestioni di letture, reinterpretazioni di miti e figure, varietà di atmosfere e sensazioni. Bisogna subito avvertire che il fascino della canzone d'autore risiede certamente nei testi, ma che questi senza la musica  non avrebbero lo stesso appeal, alcuni addirittura non reggerebbero senza l'aiuto di un ritmo che aggiunga senso a strofe poco significative. In conclusione, mi sembra che si possa ragionevolmente concordare con la sottolineatura del cantautore modenese Francesco Guccini, volto e nome storico della canzone d'autore: “Le canzoni non sono né poesia né musica, sono canzoni, hanno cioè una loro specificità artistica e una loro precisa dignità”; sono fusione - aggiungo io - di parole e musica.

Naturalmente, per poter stare entro i tempi di una lezione, ho ristretto la mia indagine a un gruppo ridotto di canzoni e dei loro autori. Nell'ordine: Fabrizio De Andrè,   Lucio Dalla,   Francesco Guccini.

 

Fabrizio De André

De Andrè è il cantautore per antonomasia. E' difficile prescindere  da lui quando si parla della Canzone d'autore, come è riduttivo assegnarlo alla cosiddetta scuola genovese. La ricchezza dei temi della sua produzione, la specificità lessicale dei suoi testi, compresi quelli in dialetto genovese, la ricerca di sonorità e il progressivo affinamento musicale, la personalità dai tratti scontrosi ma sempre autentici e il particolare timbro della sua voce ne hanno fatto un modello e un termine di riferimento per molti. Notevoli i testi ripresi e tradotti da un autore francese molto amato, George Brassens (Il Gorilla, Nell'acqua della chiara fontana, Delitto di paese), la dissimulazione in forma di favola della storia di una prostituta trovata morta presso un fiume in Piemonte (La canzone di Marinella), la denuncia amara dei conflitti bellici (La guerra di Piero),  “l'amore sacro e l'amor profano” di Bocca di rosa, il gusto goliardico per la parodia del grande personaggio storico(Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers)... Tanto per ricordare qualche titolo  della primissima produzione!     Il mondo dell'artista genovese si è andato sempre più popolando di emarginati, prostitute, drogati, travestiti, zingari, indiani americani e pastori sardi,assassini e camorristi. Negli anni Sessanta De Andrè ha rappresentato, in un contesto di forti contrasti, la figura dell'intellettuale “anarchico” in contrasto sia con la borghesia, dalla quale proveniva per condizione di famiglia, sia col proletariato, al quale non apparteneva. Tutto ciò De Andrè lo ha fatto con “un approccio sofferto alla realtà, lacerato da dubbi e angosce che si sublimano talora in versi, canzoni, idee” (M. Luzzato Fegiz), arricchite da echi di letture dei più diversi poeti, romanzieri, saggisti di ogni tempo. De Andrè rielabora tutto ciò che legge orientandolo verso la propria visione del mondo, critica verso dogmi e pregiudizi, verso i poteri forti e le regole fatte a uso e consumo dei potenti.

Nelle canzoni di De Andrè sono chiaramente presenti rimandi ai Vangeli apocrifi, a Lee Masters, a Villon, Angiolieri, Mutis e altri. Il più esplicito riferimento letterario  è S'i' fosse foco, ripreso dall'omonimo sonetto di Cecco Angiolieri e musicato. Siamo in un periodo di grandi fermenti sociali: il '68 della rivolta studentesca, delle università occupate. I giovani, barbe e capelli lunghi, urlano contro le guerre, i governi, contestano i valori delle generazioni precedenti, esprimono rabbia e critica verso tutto e tutti: Chiesa, Stato, Famiglia. In questo clima diventa di grande attualità il vecchio canto di Cecco, una sorta di inno protestatario dei giovani:

S'i' fosse foco, ardere' il mondo;
s'i' fosse vento, lo tempestarei;
s'i' fosse acqua, i' l'annegherei;
s'i' fosse Dio, mandereil'en profondo;

s'i' fosse papa, serei allor giocondo,
ché tutti cristïani embrigarei;
s'i' fosse 'mperator, sa' che farei?
a tutti mozzarei lo capo a tondo.

S'i' fosse morte, andarei da mio padre;
s'i' fosse vita, fuggirei da lui:
similemente faria da mi' madre,
S'i' fosse Cecco, com'i' sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le vecchie e laide lasserei altrui.

Nell'odio di Cecco per l'avarizia del padre, che non gli permette di soddisfare le sue passioni, si ritrova l'eterna lotta tra padri e figli associata al piacere della trasgressione, amplificata anche  dall'atteggiamento poetico rabbioso e distruttivo verso ciò che lo delude.

“Nell'era dei mistici, fra le fioriture leggiadre del Dolce stil novo, il poeta senese, il primo young angry man della letteratura europea, scopriva il gusto acre dell'imprecazione come contravveleno al male di vivere, il lessico della rabbia come suggello alla disperazione, il ghigno dilatato fino alla volgarità” (C. G. Romana).  Così Fabrizio, uno degli autentici “giovani contestatori” della canzone contemporanea, ha recuperato la lezione di Cecco nella sua allucinante attualità accompagnandola col ritmo di un'ironica giava, molto simile (¾) a un rapido valzer, un ballo in voga dopo la Prima Guerra mondiale.

A ritmo di mazurka, invece, si muove una canzone del 1962: La città vecchia, nella quale De Andrè ritrae l'ambiente malfamato della zona portuale di Genova caratterizzato da vecchi ubriachi, prostitute e loro clienti, ladri, assassini e “il tipo strano” (...quello che venduto per tremila lire sua madre a un nano). Titolo e contenuto si richiamano chiaramente a Città vecchia, celebre poesia di Umberto Saba composta intorno al 1910 e inserita nel Canzoniere nella sezione intitolata Trieste e una donna. La poesia tratteggia luoghi e figure del porto di Trieste ed è strutturata in strofe di endecasillabi intercalati da due settenari e da versi più brevi (tre quinari e un ternario). La canzone di De Andrè, invece, si sviluppa in otto strofe cadenzate quasi sempre in doppia rima baciata, mentre l'ultimo verso di ciascuna strofa, più lungo e seguito da una pausa forte, asseconda il ritmo della mazurka. Più elaborato risulta il testo di De Andrè rispetto alla lirica di Saba.

De Andrè                                                                                        Saba

Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi                       Spesso per tornare alla mia casa
ha già troppi impegni per scaldar la gente d'altri paraggi,                        prendo un'oscura via di città vecchia.
una bimba canta la canzone antica della donnaccia                            Giallo in qualche pozzanghera si specchia
quello che ancor non sai tu lo imparerai solo qui tra le mie braccia.        qualche fanale, e affollata è la strada.
E se alla sua età le difetterà la competenza
presto affinerà le capacità con l'esperienza
dove sono andati i tempi di una volta per Giunone
quando ci voleva per fare il mestiere anche un po' di vocazione.

Una gamba qua, una gamba là, gonfi di vino                                                 Qui tra la gente che viene e va
quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino                                             dall'osteria alla casa o al lupanare,
li troverai là, col tempo che fa, estate e inverno                                            dove son merci ed uomini il detrito
a stratracannare a stramaledire le donne, il tempo ed il governo.                 Di un gran porto di mare,

Loro cercan là, la felicità dentro a un bicchiere                                              io ritrovo, passando, l'infinito
per dimenticare d'esser stati presi per il sedere                                             nell'umiltà.
ci sarà allegria anche in agonia col vino forte                                           
porteran sul viso l'ombra di un sorriso tra le braccia della morte.


Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone                     
quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie.            
Quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie.

Tu la cercherai, tu la invocherai più di una notte                                 
ti alzerai disfatto rimandando tutto al ventisette                                
quando incasserai delapiderai mezza pensione                          
diecimila lire per sentirti dire "micio bello e bamboccione".
Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli                                   Qui prostituta e marinaio, il vecchio
In quell'aria spessa carica di sale, gonfia di odori                             che bestemmia, la femmina che bega,
lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo strano                                  il dragone che siede alla bottega
quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano.           del friggitore,

Se tu penserai, se giudicherai                                                           La tumultuante giovane impazzita
da buon borghese                                                                              d'amore,
li condannerai a cinquemila anni più le spese                                   son tutte creature della vita
ma se capirai, se li cercherai fino in fondo                                         e del dolore;
se non sono gigli son pur sempre figli                                                s'agita in esse, come in me, il Signore.
vittime di questo mondo.

Nel “vecchio professore” De Andrè vuole bollare l'ipocrisia borghese di chi lancia condanne morali per coprire la propria condotta viziosa.  Sostanziale la differenza ideologica tra i due autori: in Saba la presenza del Signore lenisce e sorregge il dolore di umili e reietti a cui il poeta profondamente si associa, e che trasfigura in poesia. De Andrè, invece, si limita a definire meno enfaticamente “vittime” gli umili abbandonati non solo da Dio, ma anche dalla società.

Certamente in Saba c'è tensione poetica, laddove in De Andrè c'è più attenzione al racconto delle situazioni, in perfetto stile di cantautore/cantastorie. Del resto Faber ha sempre sostenuto di preferire il ruolo del secondo al primo, citando divertito l'affermazione di un nostro grande critico letterario: “Benedetto Croce diceva che fino all'età dei diciotto anni tutti scrivono poesie, dai diciotto anni in poi rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. Quindi io, precauzionalmente, preferirei considerarmi un cantautore”.

 

Lucio Dalla

 

Ancora Saba, ancora una grande poesia, inserita nella raccolta “Mediterranee”, del 1947:

 

ULISSE

 

Nella mia giovinezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più a largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.

La figura di Ulisse nella letteratura del '900 è diventata il simbolo dell'inquetudine dell'uomo contemporaneo sempre proteso alla ricerca di un senso da dare alla vita. In Saba il desiderio di vita e di conoscenza è metaforicamente rappresentato dal mare che lo spinge al coraggio e all'avventura. Anche se il tempo degli entusiasmi è ormai passato, il poeta tuttavia non sa adattarsi a una vita quieta e al riparo dai rischi (la metafora del porto), ma vuole spingersi ancora al largo per continuare a testimoniare... il non domato spirito,/ e della vita il doloroso amore.

Per le immagini che la lirica propone (il mare, il porto, la memoria vivida di esperienze passate, la tensione verso quelle future) a me pare che si possa accostare a una canzone di Lucio Dalla, Sulla rotta di Cristoforo Colombo, del 1972.  Il cantautore bolognese, tra i più innovativi e importanti, ha attraversato cinquant'anni di canzone italiana sperimentando, suonando e componendo musica fino a scoprirsi, in una fase matura, anche paroliere e autore dei suoi testi.

Nella sua prima raccolta del 1976 (4 marzo e altre storie) oltre ai due grandi successi sanremesi (4/3/1943 e Piazza grande), è presente anche Sulla rotta di Cristoforo Colombo, scritta con Edoardo De Angelis, già pubblicata quattro anni prima su 45 giri.  Anche qui, come nell'Ulisse di Saba, protagonisti sono il mare e il porto, filtrati attraverso i ricordi di un marinaio spinto dal padre sul mare della vita ...per scoprire un nuovo mondo.  Ora che ha dovuto tirare i remi in barca passa le sue serate all'osteria del porto a raccontare davanti a un bicchiere di tempeste incontrate e di isole lontane ancora con l'illusione di...partire sulla rotta di Cristoforo Colombo...per scoprire un nuovo mondo  ai confini del mio mare...


Sulla rotta di Cristoforo Colombo

–                   La mia casa era sul porto i miei sogni in riva al mare
Diventavo marinaio ero pronto per partire
Sulla rotta di Cristoforo Colombo io volevo andare via
Per scoprire un nuovo mondo ai confini del mio mare 
E scordare casa mia...
- Fu una sera di gennaio che mio padre mi portò
Su una barca senza vela che sapeva dove andare
A gettare la mia rete dietro al faro e mi disse figlio mio
Questa rete è la tua vita manda a fondo tutti i sogni
Come un giorno ho fatto io...
- Ogni sera torno a casa con il sale sulla pelle
Ma negli occhi e nel mio cuore ho le stelle
Che potrebbero guidare la mia nave in mare aperto
Mentre invece qui nel porto io comincio ad invecchiare...
- Ogni sera all'osteria io racconto al mio bicchiere
Di tempeste che ho incontrato quando il cielo incontra il mare
E una notte senza stelle ho visto Dio dentro nuvole leggere
Era ad ovest di Tahiti anche lui è un marinaio
E a vederlo fa piacere...
- Ogni giorno c'è chi parte verso isole lontane
Ma la gente qui nel porto è sempre uguale
Ogni sera guarda il mare e non ha niente da dire
A pensarci sembra quasi che lo voglia ringraziare...

Del 1971 è un'altra canzone, scritta con Gianfranco Baldazzi e Sergio Bardotti,  ricca di suggestioni letterarie, sospesa tra Omero, Dante e Joyce. Si tratta di Itaca:

Capitano che hai negli occhi
il tuo nobile destino
pensi mai al marinaio
a cui manca pane e vino?
Capitano che hai trovato
principesse in ogni porto
pensi mai al rematore
che sua moglie crede morto.

Itaca Itaca Itaca
la mia casa ce l’ho solo là,
Itaca Itaca Itaca
a casa io voglio tornare
dal mare dal mare dal mare…

Capitano le tue colpe
pago anch’io coi giorni miei
mentre il mio più gran peccato
fa sorridere gli dei
e se muori, è un re che muore
la tua casa avrà un erede
quando io non torno a casa
entran dentro fame e sete.

Itaca Itaca Itaca
la mia casa ce l’ho solo là,
Itaca Itaca Itaca
a casa io voglio tornare
dal mare dal mare dal mare

 

Capitano che risolvi
con l’astuzia ogni avventura
ti ricordi di un soldato
che ogni volta ha più paura?
Ma anche la paura in fondo                                          (*) Conclusione più... dignitosa rispetto alla versione iniziale:

mi dà sempre un gusto strano...                    
Se ci fosse ancora mondo                                                         Ma se non mi porti a casa,
sono pronto, dove andiamo?… [*]                                           Capitano, io ti sbrano!

 

Il protagonista di questa canzone  non è Ulisse, bensì un suo marinaio che si rivolge all'eroe omerico, indicato come  il capitano che è mosso solo dal desiderio di gloria,  indifferente al bisogno dei marinai di tornare alla loro casa e alla loro famiglia.  Qui il nobile destino dell'eroe, che ha ...trovato principesse (Calipso, Circe, Nausicaa) in ogni porto, si scontra con la legittima preoccupazione di chi sa che se non torna a casa/ entran dentro fame e sete.  Così diventa naturale e insistente la voce del Coro popolare, organizzato da Lucio in maniera estemporanea  e fatto interpretare dai lavoratori della RCA...

Itaca Itaca Itaca
la mia casa ce l’ho solo là,
Itaca Itaca Itaca
a casa io voglio tornare
dal mare dal mare dal mare

 

Alla fine, tuttavia, il marinaio, dopo tanto lamento pei disagi patiti e la malinconia dei cari lontani,  si lascia ancora convincere (inevitabile la memoria della dantesca orazion picciola) a correre, nonostante la paura, l'avventura dell'ignoto...

Dante, inf., c.XXVI, vv.118-125                                                                Ma anche la paura in fondo

Considerate la vostra semenza:                                                    mi dà sempre un gusto strano.
fatti non foste a viver come bruti,                                                Se ci fosse ancora mondo
ma per seguir virtute e canoscenza".                                            Sono pronto, dove andiamo ?...

Li miei compagni fec'io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;

e volta nostra poppa nel mattino,
de' remi facemmo ali al folle volo...

 

 

Francesco Guccini

Da un'isola agognata, ma reale (Itaca), a un'isola vagheggiata, inaccessibile come un sogno. E' quella che Guido Gozzano (1883-1916) disegna con toni fiabeschi in un sua lirica: “La più bella”. Si tratta di un'isola magica che il poeta delle buone cose di pessimo gusto, iniziatore con Corazzini del Crepuscolarismo, rappresenta come una metafora della felicità che l'uomo cerca di raggiungere per tutta la vita ma, ogni volta che crede di averla a portata di mano, gli sfugge. Così accade  all'Infante di Spagna quando cerca di prendere possesso di quella che è stata un dono di suo cugino, il re del Portogallo:

 

Ma bella più di tutte l'Isola Non Trovata:
quella che il Re di Spagna s'ebbe da suo cugino
il Re di Portogallo con firma suggellata
e bulla del Pontefice in gotico latino.

La strofa viene ripresa integralmente ne L'isola non trovata di Francesco Guccini, cantautore modenese tra i più colti e dotato di ampia versificazione. I suoi testi oscillano tra contestazione (Dio è morto, La locomotiva), fede politica (Eskimo) e rappresentazioni di vita della provincia  emiliana (Radici, Piccola città). Pur avendo frequentato l'Istituto Magistrale (il “Liceo dei poveri” egli dice), nei suoi testi mostra una solida formazione culturale (è anche apprezzato scrittore, attività  che adesso predilige avendo deciso di non scrivere più canzoni) a fronte di una vocalità non eccezionale e a tratti piuttosto omotona.   Il suo album del 1970 “L'isola non trovata” contiene l'omonima canzone che, dopo il copia-incolla della prima strofa, riprende in modo più sintetico, ma incisivo, il testo di Gozzano:

 

La più bella                                                                                          L'isola non trovata

 

L'Infante fece vela pel regno favoloso                                       Il re di Spagna fece vela
trovò le Fortunate: Iunonia, Gorgo, Hera                                   cercando l'isola incantata
e il Mare di Sargasso e il Mare Tenebroso                                   però quell'isola non c'era
quell'isola cercando... Ma l'isola non c'era.                                E mai nessuno l'ha trovata.

Invano le galee panciute a vele tonde,                                      Svanì di prua dalla galea
le caravelle invano armarono la prora:                                      come un'idea
con pace del Pontefice l'isola si nasconde,                                 come una splendida utopia
e Portogallo e Spagna la cercano tuttora.                                  È andata via e non tornerà mai più.

L'isola esiste. Appare talora di lontano                                      Le antiche carte dei corsari
tra Teneriffe e Palma, soffusa di mistero:                                  portano un segno misterioso
"... l'Isola Non-Trovata!" il buon Canariano                                 ne parlan piano i marinai
dal Picco alto di Teyde l'addita al forestiero.                              con un timor superstizioso.

La segnano le carte antiche dei corsari.                                   Nessuno sa se c'è davvero
... Hifola da-trovarfi? ... Hifola pellegrina?...                           od è un pensiero
E l'isola fatata che scivola sui mari;                                          se a volte il vento ne ha il profumo
talora i naviganti la vedono vicina...                                        è come il fumo che non prendi mai.

Radono con le prore quella beata riva:                       Appare a volte avvolta di foschia, magica e bella
tra fiori mai veduti svettano palme somme,             ma se il pilota avanza su mari misteriosi è già volata via
odora la divina foresta spessa e viva,                       tingendosi d'azzurro, color di lontananza.
lagrima il cardamomo, trasudano le gomme...

S'annuncia col profumo come una cortigiana,                                Il re di Spagna fece vela
l'Isola Non-Trovata... Ma se il piloto avanza,                                  cercando l'isola incantata...
rapida si dilegua come parvenza vana,
si tinge dell'azzurro color di lontananza...

Per tematiche e linguaggio Guccini è stato accostato alla poetica leopardiana.

La canzone dove più evidente è  il richiamo alla poesia del recanatese è Stelle del 1996, inserita nell'album “D'amore, di morte e altre sciocchezze”.

Qui Guccini risolve le tante domande di Leopardi sul senso delle stelle in cielo nel Canto notturno di un pastore errante dell'Asia con l'incanto davanti al cielo stellato, senza eccessiva problematicità, in tono di coinvolgente umana solidarietà nel mistero spettacolare che ci circonda.

 

Canto  Notturno                                                                                             Stelle
E quando miro in cielo arder le stelle;                                           Ma guarda quante stelle questa sera
Dico fra me pensando:                                                                    fino alla linea curva d'orizzonte    (...)
A che tante facelle?                                                                          E sembrano invitarci da lontano
Che fa l'aria infinita, e quel profondo                                             per svelarci il mistero delle cose   (...)
Infinito Seren? che vuol dir questa                                                 o confonderci tutto e ricordarci
Solitudine immensa? ed io che sono?                                             che siamo poco, che non siamo niente    (...)
Così meco ragiono: e della stanza                                                   Ma guarda quante stelle su nel cielo
Smisurata e superba,                                                                        sparse in incalcolabile cammino
E dell'innumerabile famiglia;                                                          tu credi che disegnino la traccia
Poi di tanto adoprar, di tanti moti                                                   del destino?    (...)
D'ogni celeste, ogni terrena cosa,                                                     Ma guarda quante stelle incastonate
Girando senza posa,                                                                         che senso avranno mai? Che senso abbiamo?
Per tornar sempre là donde son mosse;                                           sembrano dirci... siamo e non siamo.
Uso alcuno, alcun frutto                                                                   C'erano ancora prima del respiro

Indovinar non so. Ma tu per certo,                                                  ci saranno alla nostra dipartita
Giovinetta immortal, conosci il tutto.                                              Forse fanno ballare appesa a un filo
Questo io conosco e sento,                                                                la nostra vita

Che degli eterni giri,                                                                         E in tutto quel chiarore sterminato
Che dell'esser mio frale,                                                                   dove ogni lontananza si disperde
Qualche bene o contento                                                                  guardando quel silenzio smisurato
Avrà fors'altri; a me la vita è male.                                                   L'uomo si perde. (*)

 

 

C'è, nei versi conclusivi di Guccini, un evidente richiamo alla chiusa de L'Infinito leopardiano:

… Così tra questa

immensità s'annega il pensier mio:

E il naufragar m'è dolce in questo mare.

Mentre quel silenzio smisurato riechieggia i sovrumani silenzi e quello infinito silenzio dei versi 5-6 e 9-10

dell'Idillio leopardiano.   Ma è anche possibile qualche aggancio alla Ginestra, soprattutto ai versi della quarta strofa:

...Veggo dall'alto fiammeggiar le stelle

(…)      e tutto di scintille in giro

per lo vòto seren brillare il mondo.

Per melodia e testo sono portato a considerare Stelle tra le più belle, se non la più bella, tra le canzoni del cantautore modenese. Una canzone dove,  a prescindere dalle riprese leopardiane o forse grazie ad esse, la poesia si insinua e si effonde in musica.  E il pensiero va a una lirica di Alda Merini: I poeti lavorano di notte

 

I poeti lavorano di notte

I poeti lavorano di notte

quando il tempo non urge su di loro,

quando tace il rumore della folla

e termina il linciaggio delle ore.

I poeti lavorano nel buio

come falchi notturni od usignoli

dal dolcissimo canto

e temono di offendere Iddio.

Ma i poeti, nel loro silenzio

fanno ben più rumore

di una dorata cupola di stelle.

 

Dove è possibile percepire la musica interiore che accompagna il lavoro del poeta sullo sfondo della notte e delle stelle.

E sulle note di questa splendida lirica, tratta dalla raccolta Destinati a morire del 1980, di questa straordinaria “Poetessa dei Navigli”  si chiude la prima parte di Suggestioni ed echi letterari nella Canzone  d'Autore.

 

 

 

 

 

 

 


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