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L’opera di Pietro Siciliani e la nascita della Sociologia come scienza PDF Stampa E-mail
Sociologia
Scritto da Luca Carbone   
Lunedì 23 Novembre 2015 17:17

[La prima versione è edita in Pietro Siciliani e Cesira Pozzolini. Filosofia e Letteratura, A cura di F. Luceri, Edizioni Grifo, Lecce, 2015. La presente è versione estesa ed in fieri.]

 

Cogito ergo sumus.

A. Fouillée

 

La musica di Crono

“Vedremo insomma come questa prima teorica del Siciliani, penetrata bene e spoglia del metafisicume che la circonda, è in fondo la sana teoria positivista, per ciò che riguarda la questione attuale; vale a dire che essa coglie appunto nel segno, nel fissare il limite vero, il punto di partenza esatto della sociologia (…) specialmente se si cammini come appunto il Siciliani del Rinnovamento, dietro le orme luminose del Vico. (…) Prescindendo dal pregiudizio psicologico…il dominio della nuova scienza è fissato con tutta precisione”[1].

Per poter cogliere appieno quella che congetturo essere la gittata, ancora ampiamente inesplorata, di queste poche proposizioni, che nella formulazione come tesi, elise le critiche, suonano all’incirca, «la prima teorica del Siciliani coglie nel segno, nel fissare il limite vero, il punto di partenza esatto della sociologia: il dominio della nuova scienza è fissato con precisione», sarebbe necessario esporre una troppo lunga serie di premesse, ricorderò prevalentemente alcune date ed opere, e traccerò qualche possibile linea di ricerca per approfondimenti ulteriori.

Tenendo fermo nell’esposizione, tra altro, un pensiero formulato da un poeta, Ugo Foscolo – da qualcuno considerato il fondatore della critica letteraria storica italiana – che forse apparirà trito e banale, ma la cui applicazione è meno agevole di quanto non appaia dalla formulazione: «Le date de’ fatti sono precisamente nella storia ciò che le note Musicali sono nell’armonia d’un’orchestra. Se il tempo di due fatti vicini è rovesciato in modo che il primo diventi il secondo, la loro naturale armonia è perduta per sempre; perché ne succede inevitabilmente che ciò che era causa, pare effetto, e ciò ch’era effetto pare causa»[2].

Mentre suppongo che, riguardo ai grandi mutamenti storico-culturali, quest’avvertenza foscoliana possa essere relativamente trascurata, quando si tratta di ripercorrere i molteplici instabili e conflittuali processi di mutamento immateriali, in un lasso temporale molto ristretto e spaziale molto ampio, nei quali sono accadute molte cose e molto ravvicinate, ed è senz’altro il caso in questione, l’attenzione al “prima di” e al “dopo di” di rado risulta sufficiente.

A cominciare dalla data dell’opera del Siciliani, cui si riferisce Bonelli, Sul Rinnovamento della filosofia positiva in Italia: 1871. Comte è morto quattordici anni prima; Darwin ha pubblicato dodici anni prima l’Origine delle specie; mancano ancora cinque anni alla pubblicazione dei Principi di sociologia di Spencer; Siciliani ha trentanove anni, Durkheim ne ha tredici.

E quando Bonelli pubblica il suo primo contributo sul pensiero di Pietro Siciliani (1832-1885) da Galatina, che è anche uno dei primi contributi teorici ad un dibattito per la Sociologia italiana; Durkheim, il supposto fondatore della sociologia scientifica[3], è stato da pochi mesi ammesso all’École Normale Supérieure, dopo essere stato respinto per ben due volte, nel 1877, e nel 1878.

Pietro Siciliani è da anni Professore di Filosofia nella più antica Università d’Europa, Bologna, ed è “in carica dell’insegnamento di antropologia e pedagogia”. Nel 1879 ha pubblicato la prolusione tenuta per l’apertura dell’anno accademico 1879-1880, dal titolo Socialismo, Darwinismo e Sociologia Moderna. Questa pubblicazione nell’arco di un lustro avrà tre edizioni e da opuscolo sarà diventata volume di 400 pagine circa, “interamente rifusa e accresciuta delle Questioni Contemporanee”, come si legge in copertina, nella copia del Fondo Siciliani conservata nella Biblioteca Siciliani di Galatina.

Nella dedica dell’autore ai propri studenti leggiamo: «Ciò nondimeno trattandosi di una introduzione ad un Corso di Sociologia – che è una novità, parmi, nelle Università italiane, – questo mio preludio potrebbe riescire di qualche profitto per coloro i quali amassero sapere che cosa mai significhi orientarsi nelle ardue questioni sociologiche»[4].

Se non il primo corso di Sociologia nelle università italiane, quello di Siciliani è uno dei primi senz’altro, ed in una delle università più prestigiose, come giustamente già osservato da Luceri[5].

Ma ampliando il raggio della ricognizione, apprendiamo che secondo alcune fonti (la materia è tuttora controversa): “Negli Stati uniti, il primo corso di Sociologia fu tenuto nell’Università del Kansas, Lawrence nel 1890 con il titolo Elements of Sociology[6]; mentre ancora nel 1897, quasi vent’anni dopo il primo corso tenuto dal Siciliani, il tedesco O. Thon invece scriveva, della Germania, che: “Non ci sono cattedre dedicate alla sociologia, e soltanto in poche università vi sono pochi docenti che trattano questa disciplina più o meno esclusivamente. Per quanto mi sia riuscito di sapere ci sono a Berlino, Georg Simmel, a Friburgo E. grosse, a Lipsia, Paul Barth”; e sino a ‘tre o quattro anni fa un corso sociologico era frequentato da quattro o cinque studenti”[7].

Manca all’appello soltanto, in Inghilterra il riconoscimento accademico della disciplina sarà frutto tardivo, la patria di Durkheim. Per prendere atto della situazione in Francia è opportuno spostarsi nel tempo di mezzo secolo, e nello spazio oltre Atlantico. Nel 1937 Harry Alpert sull’American sociological review celebra il cinquantenario del primo corso di sociologia, tenuto da Durkheim nel 1887: «Ora sono cinqunt’anni da quando il primo corso in sociologia fu tenuto in un’Università francese. L’esteriore dell’evento può essere ricordato semplicemente: data – 1887; luogo – Facoltà di Lettere dell’Università di Bordeaux; docente – Emile Durkheim. Questo riconoscimento ufficiale della sociologia come di uno studio appropriato e legittimo degno dell’attenzione di studenti seriamente intenzionati, è un evento sociale non senza importanza”[8].

Come non concordare con Alpert? L’accesso della Sociologia nell’università, la sua legittimazione istituzionale, è senza dubbio un importante evento sociale. Solo che, Durkheim, comunque non da professore universitario, tenne il suo primo corso di Sociologia, in patria, segnalato da studiosi francesi come, molto probabilmente, il primo in un’Università francese, otto anni dopo che Siciliani aveva tenuto il proprio, in Italia, da professore Ordinario.

Guardando alle date, dopo tutto, non pare del tutto improprio sostenere che uno dei primi corsi accademici di Sociologia nell’intero mondo occidentale, non solo in Italia, sia stato tenuto dall’italiano, dal meridionale, dal salentino Siciliani.

Questa osservazione potrebbe suscitare una domanda, che appare non del tutto illegittima, da rivolgere idealmente ad Alpert e concretamente ai suoi moltissimi discendenti teorici: perché dovrebbe essere stato più importante per il riconoscimento“sociale” della disciplina – ‘sociale’, non teoretico – il primo corso di sociologia tenuto da un professore di liceo in un’università periferica, per quanto innovatrice, francese; di quello tenuto da uno studioso di prim’ordine, riconosciuto a livello internazionale, professore in un’università centrale, sia pure in una nazione appena ‘nata’ – politicamente ma non certo culturalmente; essendo, per dirla con Spencer che scrive a Siciliani: “il più antico centro di sviluppo mentale europeo”[9]?

Poiché, mi è stato obiettato da un amichevole ed acuto revisore di questo lavoro in fieri, Durkheim lo studiamo e ci dà da pensare ancora oggi, mentre del Siciliani sociologo non si ha notizia, e non se ne avverte certo la mancanza. Ma in questo modo non si ricostruisce “il passato a partire dalla divisione del sapere in discipline esistenti esistenti oggi””, cedendo “al peccato originale della storia delle idee…”[10]? E da questo ‘peccato originale’ è necessario guardarsi non soltanto per ragioni ‘storiografiche’, ma in quanto, altrimenti forse, poco si comprende e molto si fraintende, dello sviluppo storico-gnoseologico di una disciplina stessa, in questo caso, la sociologia; e della sua configurazione presente. Né per guardarsi dal ‘peccare’ è sufficiente riconoscere in generale, che si può cadere in quel ‘peccato’, ma occorre liberarsene nel concreto dell’affrontare le singole questioni e ‘ricostruzioni’. Nel nostro caso, dobbiamo risalire ad un’epoca in cui non solo la Sociologia non godeva del minimo prestigio accademico e istituzionale, come disciplina ‘filosofica’ e scientifica; ma nella quale nemmeno era stabilizzato il suo ‘contorno’ teorico; e conseguentemente, le questioni ‘sociologiche’ venivano poste e discusse in forme ‘ibride’, su riviste non sociologiche, da cattedre che non erano assegnate a ‘sociologi’, in libri che non trattavano teoricamente mai solo della scienza sociale; un’epoca nella quale non potevano aversi manuali, antologie, edizioni commentate dei ‘classici’.

Continuiamo allora a seguire i passi del Siciliani, ricordando che nel 1876, Egli aveva dato alle stampe la Critica della filosofia zoologica del XIX secolo; dimostrando, come è stato rilevato: che «poté essere tra i pochi, se non l’unico, a menare il vanto di non recalcitrare – come… molti filosofi italiani – davanti alle dottrine filosofiche e scientifiche straniere, né di temere una crisi della speculazione italiana»[11]. Sebbene non facendo mancare le critiche al collega, e a volte per semplice cortesia, all’invio del libro – tutti sottolineandone l’interesse e la ‘dottrina’ – rispondono: i grandi storici francesi Taine e Michelet, il grande metafisico tedesco Hermann Lotze, il celebre biologo e filosofo della biologia Ernst Haeckel, ed ancora Gegenbaur, Owen, Janet, Littré, Von Hartmann, senza dire di Darwin e Spencer. Si tratta degli autori più produttivi e discussi nella filosofia e nelle scienze occidentali di quello scorcio di secolo, ed alcuni anche per i decenni a venire, come in parte vedremo. Ampio dibattito il libro suscitò anche in Italia, tra filosofi e scienziati, coinvolgendo persino letterati, data la forma del dialogo, che Siciliani aveva scelto per esporre le teorie scientifiche sull’origine delle specie, e della vita, che si confrontavano animatamente ed animosamente nell’intero ‘800[12].

Ma un corso non fa l’istituzionalizzazione di una nuova disciplina. Siciliani lo sa bene. E, a più riprese, torna sulla questione “centralità” della sociologia, anche con toni altamente polemici, in opere dedicate e non dedicate alla disciplina ormai in fasce, scrivendo con impeto, per così dire, carducciano (Giosuè Carducci era amico di famiglia dei Siciliani):

“…checché ne dicano certi nostri filosofi mummificati e incitrulliti in mezzo all’atmosfera scolastica teologizzante nella quale son nati, la Sociologia è filosofia; la Sociologia è parte essenziale della filosofia moderna; e quando è congiunta con la filosofia politica, essa ci si presenta come una delle forme più attraenti e più importanti della speculazione”[13].

Ed ancora, insistendo sul punto.

“Guardate, fra certi nostri scrittori senza lettori e fra certi nostri professori senza scolari; guardate que’ filosofanti senza seguaci tuttora d’un idealismo snervante, inconcludente, campato a mezz’aria, come giusto nel secolo di Stuart-Mill, di Spencer, di Schaeffle ed altrettali, osano dichiarare, la sociologia non esser filosofia né parte della filosofia; e vorrebbero sbandeggiarla dalle nostre scuole! Domando: è ignoranza supina e imperdonabile, ignoranza propria de’ cervelli eunuchi, ovvero è la immobilità sprezzante, pervicace anzi e propria di que’ filosofi teologizzanti che con animo biecamente loyolesco creano l’equivoco e lo mantengono a bella posta? L’una e l’altra cosa a un tempo!”[14].

E non limitandosi alla ‘demolizione’ delle posizioni degli avversari, avanza le proprie proposte teoriche, su una linea nettamente spenseriana, ma non priva di autonomia concettuale: “Qui soprattutto risiede il «concetto positivamente vero dell’evoluzione» considerata come legge suprema anche nel mondo umano: svolgimento complesso di forze vive; svolgimento sincrono d’elementi opposti[15]. Tesi quest’ultima, nella quale si può leggere in filigrana l’influenza della dialettica hegeliana, e che si distanzia pertanto da una visione unilineare del ‘progresso’, pur insistendovi, come sottolinea poche pagine dopo.

“Il progresso umano è una parte, è la grande parte, è il più bel fiore del progresso universale cosmico, astronomico, geologico, biologico. Se la Sociologia e la Scienza Politica tendono oggi a mettersi al posto della vecchia «filosofia della storia», della vecchia «arte del riuscire», devono sapersi per intimi vincoli ricollegare con la scienza biologica, ma senza confondersi con essa”. Quest’ultima avversativa ha un valore particolare, e vedremo più avanti quale; vediamo ora, invece, come concepisce Siciliani il nesso fra Biologia e Sociologia: “Fatto psichico, fatto biologico e fatto sociale costituiscono fra loro una totalità sì fattamente organica, che una data forma di convivio sociale riesce impossibile senza una data energia psichica, al modo istesso che l’una e l’altra sarebbero impossibili senza una data forma di struttura organica” [16].

Per quanto esposte in un linguaggio concettuale per noi parzialmente desueto, non sono comunque queste – forma delle società, psichismi individuali e collettivi, strutture dinamiche ma unitarie che vi corrispondono – i tre ‘oggetti,’ più o meno traslati in uno dei grandi gerghi ‘sistemici’ novecenteschi, delle ricerche teoriche nelle scienze sociali, e nella sociologia in particolare?

Alla qualità degli ‘oggetti’ della scienza e dei loro nessi corrisponderebbe, per Siciliani la connessione delle discipline: “Per ugual maniera la Biologia, la Psicologia e la Sociologia (vita, psiche, società) nascono ad un parto; sono tre creazioni naturali parallele che si richiamano a vicenda, e tutte insieme ci si presentano come un’evoluzione trifronte naturale”[17].

Non sarà Durkheim, di lì a poco, a vincolare la forma del convivio sociale all’energia psichica ed alla ‘struttura organica’, sia pur intendendo prioritariamente la psiche come psiche collettiva, ed in certa misura subordinando questa e la forma della società alla struttura organico-sociale in mutamento; delimitando in questo modo l’oggetto della Sociologia? Ma di questo daremo qualche cenno in chiusa del lavoro.

Anche Siciliani guardava già alla Sociologia – scientifica – come alla disciplina cardine. Lo si ricava dal discorso del 1883 per l’inaugurazione solenne dell’anno accademico dell’Ateneo bolognese. Si potrebbe forse non sottovalutare del tutto la circostanza che forse per la prima volta, non solo in Italia, ma in Occidente, un Professore Ordinario di Filosofia Teoretica si rivolga ai colleghi di ogni disciplina, pur, nell’attenuazione dei toni rispetto allo scritto sopra citato, assicurandoli che «il Positivismo critico, mentre nega le metafisiche particolari mantiene e deve mantenere l’oggetto della speculazione metafisica»[18], affermando nettamente: “Ma la filosofia è scesa di cielo in terra assumendo valore scientifico, soprattutto perché vuol rendersi profittevole come sociologia[19].

Naturalmente è più che lecito domandarsi se questo non sarebbe stato per la filosofia l’inizio… della sua fine. Ma riguardo al più limitato raggio teorico di questa indagine, pare indubbio che la posizione di Siciliani sia stata innovativa a quella data, a livello europeo, ed in ambito istituzionale, se non teorico-concettuale. E va comunque osservato come Siciliani avesse individuato il bottleneck – la strozzatura a collo di bottiglia – dal quale mi pare non siamo ancora usciti: il conflitto-confronto tra filosofia e scienze. E come vi stesse lavorando con esiti tanto parzialmente sorprendenti, quanto completamente ignorati.

È il già citato Alpert a ricordare le forti resistenze che aveva incontrato nell’Università francese la presentazione, solo sei anni prima, da parte di Espinas della sua successivamente fortunatissima – tra i suoi lettori avrà persino Nietzsche[20] – tesi di dottorato: “Quando nel 1877, Espinas difese la sua dissertazione di dottorato su Les Societes Animales davanti ad una commissione della Facoltà di Lettere di Parigi, egli insisté sul valore e la dignità della scienza della società. Il suo punto di vista provocò un vero furore. Caro e Janet erano particolarmente ostili. Quest’ultimo in realtà ordinò che l’introduzione storica di Espinas [cfr. una rassegna delle teorie sociali dall’antichità ai contemporanei] venisse soppressa poiché l’autore aveva rifiutato di cancellare da essa il nome di Comte”[21]. E come sottolinea Alpert “I moralisti tradizionali ed i filosofi accademici avevano il più grande disprezzo per la nascente scienza dei fenomeni sociali”[22] e non la consideravano una scienza vera e propria ma piuttosto un amabile passatempo da affidare a matematici, medici, ingegneri e fisici.

E, d’altra parte, sino agli Anni Cinquanta del Novecento non occorrevano grandi ricerche per appurare l’importanza di Espinas nella lotta per la formazione e l’affermazione della sociologia come scienza. Sarebbe stato sufficiente sfogliare un manuale come quello del Leclerq per leggervi una versione molto simile a quella di Alpert, salvo che nelle ‘conseguenze’: “Con questa tesi la sociologia affrontava l’Università per potersi imporre tra le scienze morali. I filosofi eclettici, discepoli di Cousin, che insegnavano nelle cattedre ufficiali una dottrina più letteraria che ragionata, rimasero scandalizzati da questo attentato alle convenienze accademiche. La tesi dell’Espinasprodusse l’effetto di una vera rivoluzione”. Ed aggiunge il Leclerq: “Parecchi autori considerano l’opera dell’Espinas come il punto di partenza dello sviluppo della sociologia in Francia”[23]. E tale lo considerava il giovane Durkheim prima di ricostruire, a partire dalla propria opera, la formazione della sociologia scientifica francese. Come afferma, nel suo ‘mitico’ primo corso di sociologia: “Il fallimento di questo saggio di sintesi dimostra la necessità per i sociologi di accostarsi infine agli studi di dettaglio e di precisione. È quello che ha compreso Alfred Espinas, ed è il metoso che ha seguito nel suo libro sulle società animali. È il primo che ha studiato i fatti sociali per farne la scienza e non per assicurare la simmetria di un grande sistema filosofico. Invece di tenersi a delle vedute d’insieme sulla società in generale, egli si è vincolato allo studio di un tipo sociale in particolare…”[24].

Siciliani, dal canto suo, da una posizione accademicamente prestigiosa, addirittura rovescia teoricamente la posizione degli Accademici francesi, non meno di quella degli Accademici nostrani; ripetiamolo, tra i primi in Europa.

Com’è possibile, allora, che l’impegno di Siciliani per la sociologia, ed i suoi scritti che direttamente e indirettamente vi sono riconducibili, siano caduti nella più completa dimenticanza ‘istituzionale’? La domanda non solo è legittima, è necessaria.

Spicca, tra i motivi dell’oblio, la “riduzione” che operò Gentile, ridimensionando Siciliani a “pedagogista del positivismo”, e non accennando affatto alla sua sociologia, che anzi eliminò interamente dalla produzione di quello, affermando: “Dal 1879 in poi il Siciliani si restrinse agli studi di pedagogia…”. Se nulla concesse al “pensiero filosofico” del Siciliani, Gentile qualcosa riconobbe a quello del pedagogista; che avrebbe, con l’autodidattica, colto “il concetto centrale della pedagogia”, anche se non “era possibile poi che egli facesse qualcosa più che sfiorar[ne] la superficie”[25]. Gentile, a propria volta, nemmeno sfiorò la superficie del concetto della sociologia del Siciliani; contribuendo in questo modo, nettamente, a costruirne la figura del ‘pedagogista’, nella quale viene a tutt’oggi prevalentemente identificato; certo anche sulla scorta di importanti suoi lavori per la fondazione di una pedagogia scientifica italiana. Lavori che erano però strutturati, come abbiamo cominciato a vedere, su basi largamente sociologiche o bio-psico-sociologiche; fatto, questo, che sarebbe anche potuto non sfuggire al Gentile. Anche perché Siciliani non faceva nulla per nasconderlo, anzi lo accentuava, concependo la pedagogia scientifica nascente, come una branca della ‘sociologia dinamica’: “E se è vero che l’importanza ed il pregio d’una data disciplina devesi argomentare dalla funzione ch’ella esercita o può esercitare in grembo all’organismo sociale, ognuno può facilmente accorgersi che la Pedagogia, al pari della Sociologia Dinamica di cui forma una delle parti capitalissime, è a reputarsi «la disciplina del secolo per eccellenza»”[26].

Ed ancora incardinando la pedagogia scientifica nascente al concetto fondamentale della sociologia spenseriana, quello di ‘organismo’: “Il fatto dell’educazione, ripetiamolo, è estremamente complesso. Dunque il punto di prospettiva, nel quale è chiamato a mettersi il pedagogista filosofo, non può non esser vario, come vari e molteplici saranno i criteri e gli elementi necessari a studiarlo e risolverlo. La pedagogia dunque è come un organismo; e nessuno si meravigli dell’uso e né manco dell’abuso che al giorno d’oggi si fa di questa parola: giacché tutto è organismo, tutto è complessità e totalità di relazioni così ne’ fatti come nelle idee, nella realtà e nella scienza, a cominciare dalla più semplice nebulosa primitiva o da’ rudimentalissimi corpi monocellulari, e venire su su – fino al pensiero che tende a comprender tutto, e compenetrarsi col tutto[27].

Osserviamo che il concetto di ‘organismo’, sottinteso evolvente e vivente, come impiegato in queste discussioni, non ricade necessariamente nella sfera del riduzionismo o del determinismo biologistico, come si è creduto poi, rimanda invece alla ‘complessità’ e ‘totalità’ di relazioni, sia nella dimensione del reale, che in quella, corrispondente, del conoscibile.

Osserviamo inoltre, che Gentile cancella dalla bibliografia del Siciliani il fatto che l’ultima sua opera del 1885, anno della morte prematura dell’autore, ha per titolo La nuova biologia, e che quindi è leggermente inesatto affermare che l’ultimo Siciliani sia stato tutto e solo ‘pedagogista’; senza qui potersi soffermare sulla struttura concettuale, probabilmente originale e senz’altro ambiziosa, di quell’ultima opera; costruita sulla individuazione e ricostruzione dei nessi necessari tra ‘dottrine filosofiche’ generali e corrispondenti concezioni ‘biologiche’, a partire dalle civiltà orientali ‘preclassiche’ sino alla contemporaneità del Siciliani. Accade purtroppo spesso, col sedimentarsi degli studi, che sviste bibliografiche degenerino in cecità.

A questi motivi di ordine culturale ‘nazionale’, per l’eclissi del Siciliani, se ne può aggiungere un altro, legato invece, da dinamiche internazionali, alla formazione della sociologia come scienza, risalente, sempre a proposito di date, proprio al 1937: l’anno della prima pubblicazione del forse capolavoro teorico di Talcott Parsons, La struttura dell’azione sociale.

Con quell’opera, sebbene soprattutto con la sua riedizione del dopoguerra, nasceva, detto un po’ esagerando, la tradizione sociologica europea; e poiché le opere dei grandi sociologi europei, in particolare com’è ovviamente noto, Durkheim e Weber sono alla base delle principali correnti teoriche della sociologia a qualunque latitudine: nasceva la tradizione sociologica attuale; ‘inventata’ da uno statunitense. Una tradizione talmente inventata che tra gli ‘effetti collaterali’ del suo consolidarsi conta quello di aver marginalizzato per decenni ed in misura e maniera del tutto astoriche, l’opera sociologica, per più versi eccezionale ed influente, di Georg Simmel; o quella non meno rilevante ed influente di Toennies: “Va…detto…che Park e Burgess, i fondatori della scuola ecologica, svilupparono con notevole originalità sia quelle sia altre e più significative esperienze europee – fondamentali il Toennies ed il Simmel – sicché lo Shils ha ragione di sostenere che poi si è spesso solo sovrapposta una cornice ed una terminologia durkheimiana ai risultati dell’originale esperienza accumulata dalla scuola di Chicago studiando dal vivo i fenomeni…”[28].

L’incrinatura di quella “finta” tradizione  – nel senso leopardiano dell’essersela Parsons, e dopo di lui inquantificabili altri, finta col pensiero – è cominciata, assumiamo una data simbolica, più di quindici anni fa proprio per mano della Connell, che nel suo lungo saggio, pubblicato peraltro sull’American Journal of Sociology, ha mostrato come si sia creato e rafforzato, a partire dall’opera del Parsons, il “canone sociologico”, che è venuto imponendosi come la storia dell’origine della sociologia come scienza; e per quali motivi, più ideologici che scientifici, si sia formato. Ma a questa rilevantissima direttrice, accenneremo più avanti, qui attenendoci piuttosto alla formazione del ‘canone’: «È ora ben riconosciuto che l’idea della ‘teoria classica’ incorpora un ‘canone’, nel senso usato dalla teoria della letteratura: un gruppo privilegiato di testi, l’interpretazione e reinterterpretazioni dei quali definisce un campo”[29].

Si studiano, si commentano, si traducono, si citano a piè di pagina ed in bibliografia, si reinterpretano le loro concettualità riadattandole per motivare ed elaborare le proprie costruzioni teoriche – si crea così, nel tempo, intorno a certi nomi e certe opere una sorta di aura ‘mitica’ di autorevolezza inconcussa ed inconcutibile, di natura semi-cultuale; e l’effetto in sociologia, come in ogni altra cosa umana, si raggiunge mediante la ripetizione insistita e diffusa dei nomi ‘consacrati’ – solo, o comunque prevalentemente, le opere “canonizzate” dei così detti “founding fathers”, i padri fondatori; le altre degli stessi autori, o più sottilmente, anche le parti di quelle lette che non si accordano al canone, e così quelle precedenti e coeve di altri autori non “santificati”, semplicemente o non vengono più lette, o vengono reinquadrate metodicamente alla luce di teorie più ‘aggiornate’; e tutto questo lavorio, e la sua ridondanza cultuale, in un processo che si può considerare tanto virtuoso quanto vizioso, ma è senz’altro circolare, non fa che rafforzare il “canone” e la sua narrazione: “La «teoria classica» è un ‘pacchetto’ che non solo esagera l’importanza di pochi grandi uomini ma nello stesso gesto esclude o discredita i discanonici”[30].

Qualunque canonizzazione ha una non lieve controindicazione: “La principale difficoltà con questo modo di vedere è che non quadra con le evidenze massimamente rilevanti – i testi che i sociologi di quel tempo leggevano e scrivevano. Molti sociologi, oggi, non leggono i testi sociologici delle origini eccetto quelli canonizzati”[31].

Nessun sociologo medio, oggi, si sente in dovere di conoscere l’opera di Spencer, del quale allora veniva detto “essere dopotutto il primo ad aver concepito una vera sociologia” – al punto che tra le nuove leve sociologiche circola la persuasione ‘naturale’ che le così dette ‘metafore organiciste’ in sociologia le abbia introdotte Durkheim; il quale ne è stato invece solo un “geniale” utilizzatore finale. Immaginiamo quale interesse può sollecitare l’opera dell’oscuro Siciliani!

Il quale invece utilizzava appieno ma non senza sottigliezza e competenza le concettualizzazioni – chiamarle ‘metafore’ è un modo per cogliere solo una parte dell’elaborazione teorica, e fondamentalmente anche un modo per distorcerla, poiché si trattava appunto di concetti ‘scientifici’, e tratti dalle teorie scientifiche più ‘avanzate’ dell’epoca – delle scienze biologiche, come esplicita, ancora nel discorso del 1883: Rinnovamento e filosofia internazionale: “Dopo l’impulso vigoroso impresso dal darwinismo alla storia naturale, le discipline biologiche e sociali hanno mirabilmente progredito, ed entrano in una fase novella rivestendo forma scientifica più rigorosa. Per la doppia legge dell’associazione e division di lavoro stringonsi in alleanza sempre più intima la biologia e la sociologia […] Non v’è infatti legge strettamente biologica riguardante la genesi e lo sviluppo, la forma e la struttura, la dinamica e le funzioni dell’organismo fisiologico, la quale (checché ne dicano i vecchi positivisti francesi) non abbia riscontro nella sociologia: la società umana, del pari che la società animale, è anch’essa un organismo”[32].

Con l’enunciazione di questo ‘principio’, alla base delle tesi precedenti citate, Siciliani si allineava, non senza riserve critiche, al mainstream sociologico internazionale d’allora, nel quale si guardava al darwinismo, da parte di molti teorici, come ad un orientamento decisivo in quell’ambito scientifico in tumultuosa formazione che era la sociologia, com’è attestato persino in un breve scritto da Vadalà-Papale nel 1883: «La Sociologia, come oggi è compresa universalmente, deve la sua nascita alla rivoluzione naturale inaugurata dall’Illustre Darwin»[33].

E come sintetizza Siciliani nella sua ultima opera, pur nella critica alla biologia darwiniana e darwinista, del 1885: “Il Darwin e i darwiniani, per più motivi, hanno ben meritato agli occhi della scienza moderna. Rinnovellando la faccia della storia naturale, hanno impresso un movimento gagliardo a tutta l’enciclopedia delle discipline organiche: hanno soffiato un alito possente di vita nuova anche a tutte le scienze d’ordine storico, religioso, artistico, mitologico, filologico, politico, giuridico e sociale”[34].

Si trattava, sì anche di metafore e suggestioni – probabilmente anche di una ‘moda teoretica’ – ma si trattava anche di concettualizzazioni ‘comuni’; lo attesta un altro ‘sociologista’ italiano dimenticato il Senatore del Regno e Professore Gerolamo Boccardo, che nella sua introduzione alla traduzione italiana, forse la prima in Europa, della fondamentale, per allora, opera dello Schaeffle Struttura del corpo sociale – siamo nel 1881 – scrive: “…la base logica della sociologia scientifica si è che la società è un organismo, un vero corpo vivente, nel significato esatto e non metaforico della parola”. E, probabilmente difendendo questa concezione da critiche già allora diffuse, specifica: “Come similitudine, come figura retorica, l’idea che la società sia un essere il quale vive, un animale a mille teste, si riscontra negli antichi filosofi… e fu ripetuta sovente dai poeti”; ma si fraintenderebbe le nuove acquisizioni concettuali se le considerasse sullo stesso piano: “Ben altro è il concetto, dal quale presero le mosse i sociologi contemporanei. Non è già una semplice analogia, una similitudine, una figura rettorica, ma bensì un’omologia, una verità sperimentale ch’essi intendono porre in sodo, quando affermano che ogni società è un organismo vivente. Spencer, Schaeffle, Jaeger, Espinas, Bresson, Fiske, tutti, insomma, i fondatori e gli espositori della moderna sociologia scientifica partono dalla nozione fondamentale che la società umana è la più alta manifestazione di quel processo evolutivo organico che, cominciando ai confini stessi della materia minerale, percorre tutta la scala biologica sino all’estremo fastigio della piramide della vita”[35].

E come rileva più in generale il Siciliani in merito all’analogia tra evoluzione naturale ed evoluzione sociale: “L’analogia non è identità, non è ripetizione; e tanto meno è una metafora”[36].

Quello che si legge in questi testi non canonici, è che i ‘sociologi’ d’allora si autorappresentavano, riflessivamente si direbbe oggi, come ‘scienziati’, sia pur di amplissime vedute; dieci anni prima che i supposti primi due testi classici della sociologia scientifica, vedessero la luce per mano di Durkheim. E questo è anche merito del ‘darwinismo’, più importante, in una prospettiva storico-scientifica, delle distinzioni, che pure è necessario fare, su che cosa propriamente siano stati il darwinismo, il darwinismo sociale, lo spenserismo – nessuno dei quali era probabilmente chiaro e definito pienamente nelle concezioni dei suoi propugnatori, o dei suoi critici, ed in tutti i quali aleggiava, dove più e dove meno, lo spirito e il magistero di Lamarck, il primo, dopo tutto, ad aver formulato una teoria dell’evoluzione – che vanno tenuti separati, per ovvi motivi ‘cronologici’, giusta l’avvertenza del Foscolo, dalle successive teorie ed ideologie razziali ed eugenetiche, sebbene queste anche del darwinismo sociale si siano alimentate. L’influenza del ‘darwinismo’ andrebbe quindi ampiamente rivalutata; tematizzata teoricamente e ripercorsa nelle sue numerose variazioni ed ambiguità; non riducendo, come si fa in alcune storie della sociologia, la ‘presenza’ di Darwin ad un mezzo, frettoloso, paragrafo.

Uno dei paradossi del processo di canonizzazione è che l’immancabile Santo Uffizio del Canone diventa nel tempo più rigido e selettivo, di quel che non lo fossero gli stessi Canonizzati cui sostengono di ispirarsi e ci si debba ispirare. Il giovane Durkheim, infatti, non solo riconosce l’importanza della biologia, non solo riconosce la priorità dei lavori di Espinas, ma nel 1886, un anno dopo la morte prematura del Siciliani, riconosce l’operato di questi come ‘sociologo’ all’altezza dell’allineamento internazionale: “…esiste una biologia generale che ricerca le proprietà generali della vita. Allo stesso modo esiste una sociologia generale che ha per oggetto di studiare le proprietà generali della vita sociale… è questa scienza, a dire il vero, che è d’origine recente e che veramente comincia dal nostro secolo. Di essa trattano i lavori di Comte, di Schaeffle, di Spencer, di Lilienfeld, di Le Bon, di Gumplowicz, di Siciliani, etc […] è da quel lato, crediamo, che dovrebbero rivolgersi di preferenza gli spiriti filosofici attirati da questo ordine di questioni. È alla sociologi generale che appartiene lo studio la formazione della coscienza collettiva, il principio della divisione del lavoro sociale, il ruolo e i limiti della selezione naturale e della concorrenza vitale nel seno della società, la legge dell’eredità o della continuità nell’evoluzione sociale, etc. etc. Non c’è qui materia per delle belle generalizzazioni? È ancora perdere il proprio tempo discutere per sapere se una scienza è possibile e se ella vivrà”[37].

Questo passo di Durkheim non solo contiene già i principali concetti intorno ai quali lavorerà Lui stesso, anche a testimoniare la precocità e la fermezza della sua visione, e tutti connessi alle teorie biologiche; non solo contiene una netta presa di posizione sulla scientificità semi-acquisita della disciplina, che rimane però oggetto d’attenzione per gli ‘spiriti filosofici’; ma l’elenco dei teorici della sociologia generale comprende quasi tutti i principali teorici europei della scienza nascente, dal ‘fondatore’ Comte, sino agli anni in cui operava e scriveva Durkheim, trascurando solo quanto si era già fatto oltreoceano – la pubblicazione del primo grande trattato di sociologia scientifica negli Stati Uniti, la Dynamic Sociology di Lester Ward, data 1883 – e quell’elenco comprende appunto Siciliani.

Il riconoscimento internazionale non ha impedito che i travisamenti riguardo al Siciliani sociologista, cominciassero molto per tempo, come d’altronde facilmente accade. [continua…]

 


[1] Avv. Gustavo Bonelli, Del limite essenziale che separa la sociologia dalla biologia, Estratto dalla Rivista Europea, Tipografia della Gazzetta d’Italia, Firenze 1880, pp. 60-65.

[2] U. Foscolo, Antiquarii e critici di materiali storici, in Opere, Tomo II, Ricciardi, Milano-Napoli, MCMLXXI, p. 1925.

[3] “Durkheim fondò la prima vera scuola di pensiero sociologico”, così recitano i new media: Dennis Hume Wrong, “Sociology,” Microsoft® Encarta® Online Encyclopedia 2000; così recita il mainstream: «…Durkheim contribuirà in maniera decisiva al riconoscimento della sociologia come scienza e alla sua istituzionalizzazione come disciplina accademica». Franco Crespi, Il pensiero sociologico, il Mulino, Bologna 2002, p. 17.

[4] P. Siciliani, Socialismo, Darwinismo e Sociologia moderna, Zanichelli, Bologna 1879, p. 2.

[5] “Questo, lo scriviamo en passant, colloca il Siciliani tra quei primi autori che in Italia si occuparono della nuova disciplina, insieme all’Ardigò. Né tale nota deve sfuggire a quanti muovono a considerare questa fase embriologica della sociologia, nella quale è impossibile prescindere da problematiche di carattere filosofico…” . In: F. Luceri, Il “virtuoso darwinismo” di Pietro Siciliani, in: 150 anni di scienza e filosofia nell’Italia unita, a cura di M. Murzi, Limina Mentis, Villasanta 2011, p. 69, nota 116.

[6] R. T. Cragun, D. Cragun, P. Konieczny, Introduction to Sociology, Seven Treasure Publications, 2006. Libro interamente consultabile all’indirizzo internet: http://en.wikibooks.org/wiki/Introduction_to_Sociology.

[7] O. Thon, The Present Status of Sociology in Germany. III, The American Journal of Sociology, Vol. 2, No. 6 (May, 1897), pp. 799-800. Tutte le traduzioni dal Francese e dall’Inglese, ‘liberamente fedeli’, sono dello scrivente.

[8] H. Alpert, France’s First University Course in Sociology, American Sociological Review, Vol. 2, No. 3 (Jun., 1937), p. 311, corsivo mio.

[9] In Alcune lettere di Illustri Stranieri a Pietro Siciliani, Estratto dal Preludio del 31 marzo 1877, Tipografia Bonzi e Signori, Cremona, 1877, p. 7.

[10] Bernard Lacroix, La vocation originelle d'Émile Durkheim, Revue française de sociologie, Vol. 17, No. 2, A propos de Durkheim (Apr. - Jun., 1976), p. 214.

[11] G. Martano, Siciliani e la filosofia italiana, in: Rileggere Pietro Siciliani, a cura di G. Invitto e N. Paparella, Capone Editore, Cavallino 1988, 3 voll., p. 78 (vol. I).

[12] Le lettere e gli interventi, di scienziati e filosofi, Italiani e Stranieri ricevute dal Siciliani, le raccolse Egli stesso, in almeno due pubblicazioni, quella più comprensiva risulta: S. Tommasi, G. B. Ercolani, Evoluzione, scienza e naturalismo. Con altri scritti e lettere d’illustri italiani e stranieri a proposito dei “Dialoghi” di Pietro Siciliani, Morano, Napoli, 1877.

[13] P. Siciliani, e G. Bonelli, Teorie sociali e socialismo. Conversazione epistolare, Tipografia della Gazzetta d’Italia, Firenze 1880, p. 47.

[14] P. Siciliani, Della Psicogenia Moderna (terza edizione ampliata), Bologna, Zanichelli, 1882, pp. 371-372.

[15] Ibidem, p. 374.

[16] Ibidem, p. 375, (corsivi miei).

[17] Ibidem, p. 376.

[18] P. Siciliani, Rinnovamento e filosofia internazionale – discorso di Pietro Siciliani letto nella grande aula della R. Università di Bologna per l’inaugurazione solenne degli studi il giorno V. di novembre MDCCCLXXXIII, Zanichelli, Bologna 1884, p. 39.

[19] Ivi, p. 48.

[20] Claire Richter, Nietzsche et les théories biologiques contemporaines, 2e édition. Paris, Mercure de France, 1911, p. 33: “Probabilmente è a seguito della lettura della Volontà animale che Nietzsche s’è procurato Espinas: Les Sociétés animales. Quest’opera, della quale Schneider parla molto spesso portando critiche molto severe, fa ancora oggi parte della biblioteca di Nietzsche”.

[21] H. Alpert, Emile Durkheim and his sociology, Columbia University Press, New York 1939, p. 43.

[22] Ivi, p. 42.

[23] J. Leclercq, Introduzione alla sociologia, Società Editrice Vita e Pensiero, Milano, 1954, p. 32.

[24] E. Durkheim, Cours de science sociale. Leçon d’ouverture, (1888), p. 14, corsivo mio.

[25] G. Gentile, Le origini della filosofia contemporanea in Italia, vol. II I positivisti, Sansoni, Firenze, 1957, pp. 171-185.

[26] P. Siciliani, Storia critica delle dottrine pedagogiche in relazione con le scienze politiche e sociali, Zanichelli, Bologna, 1882, p. 12, corsivo mio.

[27] Ibidem, p. 98, corsivo mio.

[28] G. Giannotti, Lo sviluppo della teoria sociale negli Stati Uniti, Lacaita, Manduria, 1976, p. 34, corsivo mio.

[29] R. Connell, Why Is Classical…, cit. p. 1512.

[30] Ibidem, 1546.

[31] Ibidem, p. 1515.

[32] P. Siciliani, Rinnovamento e filosofia internazionale, cit., pp. 48-49.

[33] G. Vadalà-Papale, La sociologia, la filosofia della storia, la filosofia del diritto, Estratto dal Foro Catanese, fasc. 1, Catania, 1883, p. 9.

[34] P. Siciliani, La nuova biologia, Milano, Fratelli Dumolard, 1885, p. 383.

[35] G. Boccardo, L’animale e l’uomo. Introduzione, Unione Tipografico-editrice, Torino, 1881, pp. XLIX-L, corsivi miei.

[36] P. Siciliani, Socialismo Darwinismo e Sociologia moderna, III edizione, Zanichelli, Bologna, 1885, p. 419.

[37] E. Durkheim, Les études de sciences sociale, Revue philosophique de la France et de l’étranger. 1886 (Juil.-déc.), p. 80.


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