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Claudia Megha racconta la nostra gita culturale a Cavallino.
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Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Come salvare la parte cattiva dell’Italia PDF Stampa E-mail
Recensioni
Scritto da Antonio Errico   
Mercoledì 09 Dicembre 2015 11:56

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 6 dicembre 2015]

 

Quando ho cominciato a leggere La parte cattiva dell’Italia,  il poderoso saggio di Valentina Cremonesini e Stefano Cristante su Sud, media e immaginario collettivo, il pensiero è andato immediatamente ad un vecchio libro di un grande vecchio amico: il libro si intitola Terzo Sud e il grande amico è Aldo Bello, che dopo aver fatto l’inviato in tutto il mondo per la Rai, adesso starà battendo qualche reportage sui tasti della sua Olivetti in qualche parte del cielo.

Era il Sessantotto e Aldo Bello scriveva che a quel tempo tutti parlavano del Sud. Non solo coloro che ne erano direttamente interessati, ma anche organismi non investiti esclusivamente del  problema; uomini e fogli d’informazione che con il Sud non avevano mai voluto avere niente da spartire; politici, tecnici, economisti, che avevano sempre guardato con sospetto alla questione; scrittori e giornalisti italiani e stranieri che il Sud d’Italia lo avevano appena sfiorato nelle loro scorribande letterarie e gazzettiere.

Così, diceva, dunque. A pensarci appena appena, viene da considerare che forse in quasi mezzo secolo non è cambiato niente. Tutti parlano e scrivono del Sud, ma pochi ci entrano davvero, pochi trivellano le superfici, osservano, leggono e interpretano con metodi e strumenti coerenti i suoi fenomeni, analizzano e comparano gli elementi particolari riconducendoli in una visione complessiva. Negli ultimi anni, per esempio, la letteratura e la saggistica divulgativa sul Sud molto spesso hanno avuto l’obiettivo dello scoop: pienamente raggiunto. Perché il Sud fa comunque sempre notizia e mercato.

Il volume di Cremonesini e di Cristante, invece, ha altre finalità, altre qualità, altro spessore:  è un’analisi che mostra com’è veramente il Sud: da dentro. Gli strumenti sono quelli della ricerca sociologica, ma c’è una condizione che costituisce il movente della ricerca, che l’attraversa e che affiora anche se – forse - gli autori avrebbero voluto  che restasse sempre sotterranea: una passione. Del Sud. Per il Sud. Una passione civile.  Che vuole smantellare luoghi comuni, falsi miti, logore figure dell’immaginario, facili alibi, rappresentazioni da folclore, artificiose elaborazioni. Perché un Sud falso nuoce a tutti, a tutto, e soprattutto al Sud. Se un dibattito sul Sud e sulla sua questione ci deve ancora essere, ed è giusto che ci sia, deve fondarsi su cognizioni, analisi, e non più su fantasie; deve avere come situazione di partenza un nuovo pensiero di Sud, che contemperi passato, presente e prospettive.

Se questa è la strada da seguire, non si può non considerare che i media svolgono una funzione essenziale non solo nella maturazione di un nuovo pensiero del Sud ma anche nella elaborazione di un nuovo sentimento, di una nuova passione.

Ma in questo senso c’è  ancora molto da fare.

Se, per esempio,  come rileva Stefano Cristante,  le modalità di trattazione del Sud da parte del TG1, non sembrano aver subito nel corso del tempo vistose trasformazioni o innovazioni, se i modi della narrazione sembrano ancora oggi “galleggiare in un’immagine del Sud che promuove l’idea di un luogo aspro, misterioso e difficoltoso (che, aggiungo, se non è proprio come quello dei viaggiatori stranieri del Settecento poco ci manca), vuol dire che c’è ancora molto da fare.

Se dalla ricerca condotta da Valentina Cremonesini su “La Repubblica” e “Corriere della Sera” risulta che un articolo su due che riguardava  argomenti del Mezzogiorno ha trasmesso nel corso di trent’anni l’immagine del Meridione come luogo geografico caratterizzato da soggetti, pratiche e fatti sociali inscrivibili all’interno della cornice di senso rappresentata dalla criminalità, vuol dire che c’è ancora molto da fare.

Allora bisogna capire da dove cominciare, con la consapevolezza, però, che ogni intervento settoriale può solo produrre esiti settoriali. Di conseguenza occorre un’azione trasversale.

Se i media locali devono lavorare alla costruzione di una immagine reale del Sud, senza sbiadire e senza caricare i  colori; se gli intellettuali devono ripensare il ruolo che hanno e le forme dei loro discorsi; se la letteratura deve affrancarsi dagli stereotipi e dai pretesti, se soprattutto ogni cittadino che ha cuore per le sorti del Sud e quindi di questo Paese deve esprimere la propria passione, la sintesi e la rielaborazione devono avvenire necessariamente nei contesti della formazione, a tutti i livelli. E’ la formazione che genera un nuovo pensiero, che disegna altri orizzonti, che rifonda i significati, che reinterpreta i fenomeni, le storie, gli accadimenti, che consente interpretazioni coerenti con i tempi.

Analisi come quelle che attraversano La parte cattiva dell’Italia dimostrando come il pregiudizio si tramandi indiscriminatamente, possono costituire occasioni per sviluppare percorsi di formazione che si pongano la finalità di un nuovo giudizio costruito sugli assi della storia.

Ma la storia si studia e si interpreta nelle aule delle scuole e delle università.

C’è un punto nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa in cui Don Fabrizio dice a Chevalley: da duemilacinquecento anni siamo colonia. Ecco. Senza un processo di formazione che elabori  un pensiero nuovo che cominci da Sud e continui per Nord, Est e Ovest, per una ragione o per un’altra, per superficialità o per miopia, il Sud, questo Sud,  e forse particolarmente questo Sud del Sud, questa provincia difficile, questa periferia infinita, resterà colonia anche per i prossimi duemilacinquecento.

 

 

 

 

 

 


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