Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Anticipo orario conferenza di venerdì 23 marzo
Come anticipato a voce ieri, in occasione della emozionante performance poetica organizzata dal nostro Laboratorio di poesia, la conferenza di venerdì 23 marzo della prof.sa Alberta Giani... Leggi tutto...
Per ricordare meglio la nostra visita a Cavallino
Uno dei momenti più emozionanti della nostra gita culturale a Cavallino, domenica scorsa, è stata la lettura  di un breve estratto dalle memorie del duca Sigismondo Castromediano (Carceri e... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
Home I mille racconti I mille racconti Quel che posso dire… 7. Nonno Pietro
Quel che posso dire… 7. Nonno Pietro PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 13 Dicembre 2015 13:34

["Il Galatino" anno XLVIII n. 20 dell'11 dicembre 2015, p. 4]

 

“Molte cose si spiegherebbero se noi potessimo

ritrovare la nostra genealogia vera.”

G. Flaubert a G. Sand, lettera n. 24 da Croisset [29 settembre 1866],

in Fossili di un mondo a venire, Roma, Aragno 2004, p. 40.

 

Si chiamava Pietro ed era figlio di contadini con poca terra. Aveva la quinta elementare e la terra non gli piaceva perché ne aveva poca e non voleva zappare il fondo degli altri. Voleva fare…, che cosa? non sapeva.

Suo fratello si chiamava Antonio: diceva che non si sarebbe sposato prima d’avere tante are, e non meno. Morì prima d’averle, cadendo da un albero. Morì presto anche la madre. Che ci stava a fare lui in questo mondo? Doveva andare via. Il padre non volle essere solo e prese in casa un’altra donna. Ma Pietro fu contrario e quando giunse la cartolina, partì, felice di andare lontano da una casa che non era più la sua e da un paese dove non aveva nulla da fare. La guerra non gli faceva paura, non gli importava di morire e neppure di salvare la patria. Nell’ottobre del 1917 fu fatto prigioniero e deportato in Germania. Fu lì che sentì per la prima volta il freddo nelle ossa.

Alla fine della guerra, gli diedero una divisa di non so quale arma e, per un paio d’anni, una paga. Dicevano che era bello con quella divisa e quando Beppina lo vide sulla soglia di casa, a Siena, che glielo aveva portato un amico commilitone, se ne innamorò e lo volle sposare. I suoi parenti non erano d’accordo, perché chi era questo Pietro se non uno dei tanti ex-soldati senza arte né parte che andavano in giro per l’Italia dopo la smobilitazione? Ma lei non volle starli a sentire e se lo sposò lo stesso, a trentacinque anni!

Fecero il viaggio di nozze a Galatina nell’estate del 1920, giunsero alla stazione alla vigilia di San Pietro, che la città era in festa e c’era molta gente per le strade. I parenti, e pure il padre, che si erano recati in stazione, stupirono per la scelta di Pietro: era una donna fine, la Beppina, con tanto di cappello e ombrellino, come usava in città; ma forse un po’ gracile e un po’ vecchia per avere figli, disse qualche maligno. Ma i figli li dà il Signore e poi non doveva mica lavorare in campagna! Di lì a un mese sarebbero ripartiti per Milano.

Quella fu l’ultima estate di Beppina. Morì di parto nel marzo seguente, in una soffitta della Galleria di Milano, dove i due sposi avevano trovato un alloggio comunale. Che poteva fare Pietro a Milano, da solo, senza lavoro e con un bambino da accudire? Portò il piccolo Peppino a balia e poi dai parenti di Galatina, che producevano il vino e lo vendevano in una bottega di Cantù. Mio padre mi diceva che fu portato al Sud perché il dottore aveva consigliato luoghi caldi per un bambino che a nove mesi aveva avuto la poliomielite. I mali, mi ripeteva, non vengono mai da soli. E allora l’accordo tra Pietro e i suoi parenti fu che loro avrebbero tenuto il bambino a Galatina, mandandolo a scuola, crescendolo e curandolo come un figlio, e Pietro avrebbe venduto il vino nella bottega di Cantù. Vi rimase trentacinque anni a riempire fiaschi e damigiane. Fu lì che sentì per la seconda volta il freddo nelle ossa. Ma poi fece l’abitudine al pensiero che non poteva tornare e che doveva adattarsi alle nebbie della Brianza. A Cantù si risposò con una donna di nome Elvira, di cui non ho saputo mai niente. Mio padre non me ne parlò mai.

Neppure so perché si siano lasciati. Alla fine degli anni cinquanta, ormai anziano, Pietro tornò a Galatina e andò a vivere insieme al figlio Peppino. Aveva una magra pensione di guerra e, dopo una vita di lavoro, nient’altro. Quando faceva bel tempo, portava la nipotina in carrozzina e poi, più grandicella, presa per mano, tra i pini della villa comunale dove c’era aria buona e poteva godere finalmente del sole meridionale. Mia sorella dice che gli piacevano le cozze nere: se le faceva aprire sul momento dal venditore del mercato coperto e le gustava con un po’ di succo di limone, mentre lei lo stava a guardare. Ma questa nuova vita durò poco per via d’un cancro al colon che lo prese quando meno se l’aspettava. Lo assisté sul letto di morte la nuora, che mi aveva da undici mesi.

Conservo di lui un orologio da polso, cui ogni tanto do la carica, e dura una giornata.


Torna su