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Il discorso di ringraziamento di Luigi Scorrano PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Luigi Scorrano   
Mercoledì 16 Dicembre 2015 13:03

 

[Discorso letto alla presenza delle autorità, venerdì 23 ottobre 2015, presso il Liceo Scientifico "Giulio Cesare Vanini" di Casarano, in occasione del conferimento a Luigi Scorrano della cittadinanza onoraria di Casarano, già pubblicato in "Presenza taurisanese" anno XXXIII n. 278, novembre-dicembre 2015, pp. 10-11)]

 

 

Vorrei cominciare questo mio indirizzo di saluto dalla fine invece che dal’inizio, cavarmela con una parola sola carica di riconoscenza e di affetto: «Grazie». Voi, unanimi,  mi avete accolto come “cittadino, anzi concittadino, onorario” e io sento che questo mi attribuisce, per limitata che sia, una parte di responsabilità. Se si scorre una sorta di catalogo degli attestati di cittadini onorari attribuiti a tante persone che hanno cercato di dare il loro apporto al miglioramento della vita civile e culturale delle proprie comunità; se si leggono le motivazioni di scelta di quelle attribuzioni, si scorge in esse un motivo conduttore, che tutte le apparenta. Con quale animo gli insigniti del conferimento della cittadinanza onoraria rispondono lo si misura proprio dall’entusiasmo delle risposte ma anche dalla coscienza di quella assunzione di responsabilità alla quale ho accennato prima. Un grande intellettuale fiorentino del Medioevo, Brunetto Latini,  sottolineava lo stretto legame che univa l’uomo alla sua città: l’uomo, diceva, nasce prima ai suoi genitori «e poi al suo Comuno». Il legame parentale e quello civile  avevano la stessa forza. E il Latini affidava ad una suggestiva immagine la vita operosa e pacifica della città: una vita alla quale i cittadini cooperavano nel ben fare come una comunità intera che tira concordemente una fune: “di bene e di ben fare” specificava.

Per l’atteggiamento di chi è insignito della cittadinanza onoraria di una città farò solo un esempio, illustre: quello di un grande poeta che, a parte qualche fanfaronata d’occasione, resta pur sempre un grande poeta: Gabriele d’Annunzio. Al poeta fu attribuita la cittadinanza onoraria da parte del Comune di Chieti in occasione della prima rappresentazione di quello che è il capolavoro teatrale del pescarese:  La figlia di Iorio (1904). A una chiamata che riteneva degna e prestigiosa, il poeta rispondeva, con lo stesso animo,  in altra occasione e in consimile circostanza: «Eccomi. Sono venuto per donarmi intero. E non domando se non di ottenere il diritto di cittadinanza nella Città di Vita, il privilegio di cittadinanza, il beneficio solenne». Non fu l’unica occasione per lo scrittore famoso. Ad un altro poeta, Giuseppe Ungaretti, nel dicembre del 1958, fu la città di Cervia ad attribuire la cittadinanza onoraria.

Per me, senza avere la pretesa di collocarmi accanto a così illustri esempi, il conferimento della cittadinanza onoraria è venuto a coincidere con un’altra significativa e gratificante circostanza: quella che vede la realizzazione di un libro in mio onore, a cura del caro collega prof. Giuseppe Caramuscio e per decisione della Sezione di Lecce della Società di Storia Patria. Il libro, con un chiaro cenno al mio indirizzo di studi centrato sulla presenza di Dante nella nostra letteratura, raccoglie sia contributi che riguardano la mia attività di studioso sia saggi su varie discipline inquadrabili nel tema del volume il cui titolo, con memorabile binomio, virtute e canoscenza, ripropone le mète indicate all’umanità dall’Ulisse dantesco. Il libro accanto alle tonalità affettive degli interventi di amici accoglie un consistente manipolo di attenti e importanti saggi di studiosi di varia estrazione (mi basterà indicarne uno che è qui con noi, il prof. Fabio D’Astore molto attivo nel suo ruolo di Presidente della locale Sezione della Società Dante Alighieri): un drappello capeggiato dal Prof. Mario Spedicato al quale chiedo di presentare, idealmente, insieme a me i miei più vivi ringraziamenti a tutti coloro che in modi diversi hanno contribuito alla riuscita dell’opera.

Ma ora riprendo il filo delle mie semplici riflessioni. Se ho fatto qualche citazione letteraria perdonatemi: si tratta di un inveterato vizio, da vecchio professore: o, semplicemente, da professore.

Più a cuore mi sta il riferimento alla assunzione di responsabilità; a quell’atteggiamento, in fondo, che non solo dovrebbe essere la costante di ogni persona, ma che si disegna con straordinaria evidenza nella professione educativa. Tutte le persone che lavorano nel campo della educazione, la scuola nel mio ambito specifico, sentono, in modo più accentuato o più lieve, ma sentono, d’essere chiamate a un impegno di responsabilità. E spesso lo abbracciano totalmente, più di quanto non farebbe supporre uno sguardo dal di fuori, se così posso esprimermi. Per questo il riconoscimento che voi mi attribuite io lo condivido idealmente, onestamente e  sinceramente, con tanti valorosi colleghi che hanno insegnato e insegnano nelle nostre scuole. Quel nostre non lo dico a caso, perché chi ha creduto nel valore della nostra professione sa come sia difficile e pesante talvolta affrontarla, per la sua delicatezza, per la cura che richiede la formazione intellettuale e l’educazione dei sentimenti dei nostri ragazzi. Una professione, la nostra, che ci chiede di essere straordinariamente generosi, di non dare per scontato che un nostro allievo sia distratto perché quasi fatalmente destinato a non capire. Ho sempre creduto che tutti gli allievi frequentanti le nostre scuole ci sfidassero, in un silenzioso confronto, a scoprire le qualità che essi avevano e che reclamavano da noi l’intelligenza di saperle  indovinare, o intuire. Per la mia esperienza, è su questo che in tanti abbiamo lavorato. Abbiamo avuto fiducia nella scuola; la scuola ha avuto fiducia in noi. In questo abbiamo avuto anche l’aiuto di tanti genitori attenti e disposti ad un costruttivo dialogo, con la necessaria umiltà richiesta alle due parti. Ci siamo resi conto che il rapporto con la famiglia può essere veramente funzionale e produttivo quando è una pacata conversazione a due voci. L’importanza di questo incontro non sarà mai pienamente avvertita se non c’è un’autentica volontà di comunicazione. Una comunicazione da perfezionare o, talvolta, ancora e sempre da inventare. Difficile immaginare una comunicazione senza contrasti, ma quando il contrasto si compone nella ragionevolezza si fa produttivo. Non si troveranno oltranzistiche difese dei figli da parte dei genitori, non si troverà l’arroganza di alunni che vedono la scuola come la palestra di certe loro poco encomiabili imprese. Un campanello d’allarme viene dalla registrazione sempre più frequente dell’aumento della delinquenza giovanile. Facciamo in modo, studiandoci le giuste strategie, di comunicare ai nostri ragazzi l’orgoglio di attuare nella scuola e nel rapporto con la famiglia quella maturazione che aiuta a crescere e a realizzare nel tempo obiettivi ambiziosi e giusti. Si tratta, forse, di scoprire quella che potremmo definire la poesia della scuola.

 

Si cercasse oggi qualcosa che potremmo definire con la formula poesia della scuola si andrebbe quasi sicuramente a sbattere contro una muraglia di irrisione. La poesia della scuola! Ma via!... Eppure …

Non parlo naturalmente delle poesie in termini di quei testi che un tempo si facevano mandare a memoria e che costituivano, nonostante l’aridità dell’esercizio, un sicuro acquisto su vari fronti (proprietà di linguaggio, buon uso delle regole, scoperta dell’espressività, e quanto d’altro vi si possa indicare). Parlo di quella poesia della umanità che maturava nelle strutture nucleari della classe, del corso, dell’insieme della scuola. Ma c’è qualcosa di più, che sta al di là di queste modeste indicazioni. Perché la poesia della scuola, o la poesia tout-court, è quella che consente di scoprire lo spirito del tempo in cui si vive, di capirne l’essenza; aver ridotto la poesia a un esercizio mnemonico e ingoiato a forza ha compromesso la funzione alta, conoscitiva ed educativa, che la poesia ha esercitato in ogni tempo. Ed è con qualche riferimento in questa direzione che vorrei chiudere il mio breve intervento. Un poeta del Sud, Salvatore Quasimodo, guardando indietro verso i pochi anni interposti tra la resurrezione della nazione e le conseguenze ancora pesanti della guerra, riteneva che compito della poesia fosse di rifare l’uomo, di ridisegnarne la necessaria misura di umanità. Un altro grande poeta, Giuseppe Ungaretti, ha offerto alla nostra attenzione uno stimolante motivo di ripensamento. Si augura, in una suggestiva riflessione, che nella “ricerca del vero che è il sacro” (sua l’espressione), “la memoria s’abolisca nel sogno e dal sogno rifluisca agli oggetti” […] “… ci siamo accorti, dal cumulo di sciagure che ci è stato inflitto, di provare che la natura domina la ragione, che l’uomo è molto meno guidato dalla sua opera ch’egli non sia, per opera della sua  stessa progredente scienza, alla mercé sempre più dell’elemento: ci siamo accorti d’una necessaria umiltà alla quale l’uomo ha da rieducarsi, se non vuole finire col distruggere ogni umanità nel suo cuore. // Ci siamo accorti che solo la poesia recupera l’uomo”.

Sogni di poeti? Molto di più: necessità di riumanizzare l’umanità. Per questo è necessario quel senso di responsabilità di cui dicevo all’inizio di queste parole che vi consegno con la speranza che esse costituiscano una specie di programma minimo dell’acquisto di un nuovo concittadino. Saluto ancora e ringrazio tutti coloro che hanno voluto esprimermi la loro simpatia in questa occasione particolare. Mi piacerebbe sapere che fra di essi ci sono pure i miei alunni di un tempo alcuni almeno. Infine: adesso posso, come mi proponevo all’inizio di questo mio intervento, usare una parola sola, quella che doveva essere finale ed è diventata iniziale; e che qui, in fine di discorso, assolve alle due funzioni: di apertura e di chiusura: Grazie, grazie!


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