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Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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I mille racconti
Scritto da Luigi Scorrano   
Mercoledì 23 Dicembre 2015 17:22

["Il Galatino" anno XLVIII n. 21 del 18 dicembre 2015, p. 6]

 

Si chiamava Luca. Da secoli il nome si tramandava in famiglia, così come si tramandava la professione medica. Doveva essere più che una tradizione. Si sarebbe detta una vocazione; accanto alla quale un’altra si era imposta: quella dello scrittore. Luca amava riscrivere antiche storie. Raccontare in modo nuovo quel che era noto gli dava il piacere sottile di scoprire ciò che ad altri era rimasto nascosto.

Si avvicinava il Natale e lui, a Natale, ogni anno scriveva una piccola storia da leggersi in famiglia: quasi per gioco ma, nel suo animo, con profonda serietà. Come ogni anno, quando fu giunto il momento di mettersi all’opera, sedette al suo tavolo da lavoro e cominciò a scrivere. Ma ciò che aveva immaginato sembrava non corrispondere esattamente ai suoi propositi. Lottava con la durezza delle parole; espressioni che gli erano estranee ora si affollavano nei fogli, sembrava volessero tracimare dai margini entro i quali erano costrette.

Chiuse gli occhi e lasciò la mente vagare in libertà: qualche buona idea, se c’era, si sarebbe imposta. Stando con gli occhi chiusi provava una specie di sonnolenza, un torpore benefico, un dolce senso di calore. Pensò che quello stato d’incertezza provenisse da una mancanza di riposo, ma scartò quell’ipotesi: la sua vita perfettamente regolata non poteva (ne era certo) produrre quello stato di rilassatezza un po’ malata.

Immaginò di avere davanti a sé una strada. Vi si incamminò preceduto da un asinello, sulla cui groppa era arrampicata una donna incinta, e da un giovane accompagnatore. Doveva essere il marito, arguì, dal modo preoccupato ma pieno di attenzioni del giovane uomo che procedeva a piedi accanto all’asino. Una strana simmetria dava lo stesso ritmo al passo dell’asino e del suo padrone e a  quello di Luca, la cui attenzione a poco a poco si andava concentrando sulla parallela andatura degli uomini e della bestia in cammino. Dove andavano? si chiese. Forse la sua era la loro stessa mèta: un paesino dell’entroterra nel quale pareva si fosse verificato, per molte sere di seguito, un fatto inconsueto: una grande stella aveva brillato nel limpido cielo dell’inverno. Una stella, secondo gli astronomi provetti e quelli dilettanti, eccezionale per grandezza e luminosità e mai prima d’allora registrata negli annali della ricerca astrologica. Affascinava col suo straordinario splendore, e la sera tutti camminavano col naso all’in su per non saper staccare lo sguardo da quella luce. La si vedeva solo nel cielo di quel paese: un mucchietto di case quasi insignificante. Luca si chiedeva la ragione di quella specie di privilegio.

La donna, quando Luca ebbe modo di osservarla senza apparire indiscretamente curioso, mostrava un viso dolcissimo e il suo profilo delicato spiccava nell’aria  tersa del giorno. Né lei né il suo giovane accompagnatore mostravano d’accorgersi dell’uomo che li seguiva e Luca li osservava, si sarebbe detto, con distaccata serenità. Giunsero ad un posto di ristoro collocato strategicamente sul percorso. Il giovane marito chiese se era possibile avere alloggio almeno per una notte viste le condizioni della giovane sposa. Ricevette un garbato rifiuto: non c’era proprio più posto per essi. Gesti e parole Luca li annotava scrupolosamente: ne avrebbe tratto profitto se avesse raccontato dell’attrazione che quei due viaggiatori avevano suscitato in lui.

La giovane sposa fece sentire la sua voce, affaticata forse da lunghe ore di viaggio: «Geppy, sono stanca». Quella voce suonò dolcissima benché velata dalla fatica, e dolcemente comprensiva giunse la risposta: «Resisti, Myriam, vedrai che qualcuno ci aiuterà». Era vero, poiché la moglie del padrone della locanda, conosciuta la condizione di Myriam, correva al soccorso spinta da uno spontaneo moto di femminile solidarietà. Non c’era da preoccuparsi, rassicurò: un buco, per una sistemazione provvisoria, lo si sarebbe trovato. E aggiunse, con un’occhiata di complicità e un mezzo cenno d’intesa per Myriam, che se il bimbo avesse deciso di presentarsi mentre erano lì, avrebbe portato una ventata di allegria. E la grande stella sarebbe diventata più luminosa. Era eccitata gioiosamente, come se stesse lei per partorire.

Myriam aveva cercato di non trascurare nulla di quanto poteva servire all’arrivo eventuale del suo bambino mentre erano in viaggio. Lei aveva un’aria di consapevolezza che sembrava difettare al marito. Geppy infatti si muoveva impacciato, e l’impaccio faceva un curioso contrasto con l’aria di risolutezza e di sicurezza che egli si  sforzava di ostentare.

La padrona della locanda aveva sistemato per loro uno stanzino un po’ angusto ma non soffocante; se n’era andata a letto augurando la buona notte. Fu svegliata da gemiti soffocati a mezzanotte. Geppy si era messo in un angolino e si era addormentato profondamente. Nulla sentì di quello che accadeva; la locandiera portava dell’acqua calda. Il bambino pianse, strillò per un momento, ma il pianto e lo strillo non riuscirono a perforare  il duro sonno di Geppy. Myriam pregò la locandiera di svegliarlo, ma la donna con un cenno fece capire che per il momento era meglio lasciarlo dormire. Myriam, distesa sul provvisorio lettuccio sistemato dalla locandiera, accarezzava e baciava il suo bambino, che si era addormentato con i piccoli pugni rosei stretti forse ad afferrare un sogno. La stella, nel cielo chiaro, era straordinariamente lucente. Myriam era preoccupata che non mancasse nulla di quanto poteva servire nel resto del viaggio. I pannolini per il bambino, le camiciole preparate con tanta cura e con tanto amore…

Geppy si svegliò. La locandiera disse: «Bentornato dal regno del sonno. È bene tempo che lei si metta a fare il papà!» Le donne risero divertite dall’aria di confusione di Geppy. Myriam lo pregò di guardare in una delle sacche da viaggio. Che cosa doveva cercare, chiese Geppy. Doveva cercare … I pampers, ricordò Geppy. Ma si rese conto di averli dimenticati. Pensò che a fare il papà aveva cominciato maldestramente. Avrebbe imparato, ne era sicuro. E avrebbe inventato per conto suo un modo di fare il papà.

Luca riaprì gli occhi. Ripensò alla grande stella. Gli parve di conoscere quella stella che attirava l’attenzione verso un luogo speciale. Si chiese: «Non avrò, per caso, sentito anche un canto di angeli?» Tutto era possibile: anche raccontare un storia già raccontata.


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