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C'è Musica e... Musica… 9. La Buona Novella di Fabrizio De André (parte prima) PDF Stampa E-mail
Musica e Teatro
Scritto da Giuseppe Greco (musicologo)   
Martedì 29 Dicembre 2015 08:58

Una mela! Tutto è cominciato da una mela. Il frutto proibito. Vietato toccare! Aveva inciso a chiare lettere Dio sull'albero del Bene e del Male piantato nell'Eden.  Ma Eva non se ne diede per inteso e lo colse (il frutto) offrendolo ad Adamo.

Adesso sarebbe da sciocchi dire: è tutta colpa di Eva!  In amore non ci sono colpe univoche. Semmai ci sono colpi... al cuore, colpi... di testa, qualche volta... di genio. L'offerta di Eva accettata da Adamo, sia pure dopo qualche titubanza, fu un atto d'amore.  Che costò, sì, il Paradiso terrestre, ma fu anche il meraviglioso inizio della storia dell'uomo.

Fatto salvo il libero arbitrio, son dell'idea che Dio l'abbia fatto apposta!  Doveva trovare un pretesto per dare avvio alle generazioni, a questa straordinaria, grandiosa avventura della Storia dell'umanità, che noi viviamo adesso, ma che tanti uomini hanno vissuto prima di noi e tanti altri vivranno ancora dopo di noi. E poi perché, ad un certo punto della Storia, si potesse rivelare agli uomini sotto forma di uomo.

Certo, la luce... lo splendore del Paradiso... l'ardore dello Spirito...  tutte belle cose, ma volete mettere l'umano?  Il prodigio di dare  Corpo allo Spirito, il piacere di crescere nel grembo di una Vergine, alla quale Egli stesso, sotto forma di Angelo, si era presentato e si era dichiarato dicendole:   Ave, Maria! Il Signore sia teco, benedetta sii tu fra le donne.(Lc., I, 28).  E poi venire al mondo, nascere come tutti si nasce, crescere, predicare e stupire tutti  con parole come: amore, fraternità, pietà, rispetto, uguaglianza. E, infine,  morire... messo in croce per salvarci dopo averci perdonati.

Una Rivoluzione! - Il più grande rivoluzionario di tutti i tempi - ha detto Fabrizio De André, il quale nel 1970 ha composto uno degli album più belli ed ispirati della sua indimenticabile produzione:  La Buona Novella.

Si tratta di una composizione di dieci brani musicali, comprensivi di due cori: uno iniziale, Laudate Dominum, e uno finale, Laudate Hominem. Gli altri otto sono incentrati sulle figure di Maria  e di  Giuseppe (la prima parte, il lato A del vecchio Lp) e sulla Passione di Cristo (la seconda parte).        I testi  a cui De André attinge non sono i Vangeli canonici, ma quelli Apocrifi. L'aggettivo apocrifo (in  greco  ἀπόκρυφος) vuol dire segreto, nascosto, ed è sinonimo di falso, non autentico, eretico, irregolare, non in linea con il canon (κανών), cioè la norma, la regola. Per questo gli Apocrifi, spesso pseudoepigrafi (cioè falsamente attribuiti)  di qualche apostolo o discepolo, furono esclusi  dal canone e quindi dalla pubblica lettura liturgica in quanto ritenuti portatori di tradizioni misteriose o esoteriche, in contraddizione con la versione cattolica del Nuovo Testamento, che si rifà esclusivamente  ai Vangeli canonici, cioè ai quattro evangelisti, Matteo, Marco, Luca e Giovanni.     Questo non vuol dire che i Vangeli apocrifi non abbiano una loro dimensione  significativa sia sul piano letterario come pure sul piano storico. Diciamo che danno maggiore spazio a certi aspetti della vita quotidiana, rendendo più umani i personaggi della storia cristiana, rappresentati in maniera più vivace e colorita. Ad es.: nei Vangeli canonici si parla poco della nascita e infanzia di Maria e si dice pochissimo dell'infanzia di Gesù. Al contrario negli Apocrifi si dà largo spazio a questi momenti, talora con affermazioni e particolari abbondantemente e gratuitamente miracolistici, il che spiega la decisione della Chiesa di escludere tutto quanto non rispondesse al suo impianto dogmatico e spirituale.         E tuttavia i Vangeli apocrifi, che sono stati scritti in diverse epoche a partire dal II fino al VI secolo, hanno il loro fascino proprio perchè ci consegnano una dimensione umana e sono una delle testimonianze più vive del cristianesimo primitivo. Qui i cristiani riversano tutto il loro ingenuo bisogno di conoscere del proprio Salvatore e Maestro più di quanto i quattro Vangeli canonici non dicano.  La letteratura popolare di ogni tempo ha ricavato da questi testi molte delle sue pagine migliori.  L'arte figurativa cristiana, l'agiografia, la novellistica medievale hanno largamente attinto a questi racconti, ripetendone i motivi e imitandone gli atteggiamenti.

De André si era già accostato al tema religioso e alla figura di Gesù in particolare aveva dedicato, nel 1967, una canzone, Si chiamava Gesù, in cui lasciava chiaramente trasparire  la sua attenzione alla figura dell'uomo, storicamente esistito, che opera tra gli uomini più che al figlio di Dio in missione salvifica:

(…) Alcuni lo dissero santo

per altri ebbe meno virtù

Si faceva chiamare Gesù.

Non intendo cantare la gloria

né invocare la grazia e il perdono

di chi penso non fu altri che un uomo

come Dio passato alla storia

(...)

E morì come tutti si muore

Come tutti cambiando colore

non si può dire non sia servito a molto

perché il male dalla terra non fu tolto.

Ebbe forse un po' troppe virtù,

ebbe un volto ed un nome: Gesù.

Di Maria dicono fosse il figlio

sulla croce sbiancò come un giglio.

 

L'umanità di Gesù viene particolarmente sottolineata nell'ultima strofa  con una serie di caratteristiche tipicamente umane: un corpo debole e morente, fatto di carne e di sangue (“... morì come tutti cambiando colore”); un'identità personale e un modo per riconoscerlo (“un volto ed un nome); una madre e quindi anche rapporti famigliari e una provenienza sociale (“... di Maria … il figlio”).  La canzone, nonostante il tenace rifiuto della Rai che la giudicava blasfema, venne a lungo programmata sulla  radio vaticana. L'espressione “non si può dire sia servito a molto/ perché il male dalla terra non fu tolto” si riferisce al sacrificio di Gesù, non per banalizzarlo, ma per  rifletterci  sopra, per capire che la conquista della libertà e della salvezza passa attraverso continui sacrifici. Va notato che “il libertarismo di Fabrizio, in quel tempo, risuonava all'unisono -naturalmente da sponde diverse- con il desiderio di rinnovamento che stava investendo la Chiesa a partire dal dopoguerra e, in modo particolare, dal pontificato di Giovanni XXIII” (Romano Giuffrida, De André: Gli occhi della memoria, pag. 47). Si tratta dello stesso desiderio che porterà il Papa a convocare il Concilio Vaticano II, durante il quale si discuterà anche della Chiesa dei poveri, oggi tanto riproposta da Papa Francesco, e dal quale Concilio nascerà la scuola teologica nota come “teologia della liberazione”.  “Da sponde diverse” però. Questo rinnovato libertarismo cattolico proviene principalmente da una riflessione teologica e religiosa, mentre l'interesse di De André per i motivi cristiani proviene da una riflessione anarchica e libertaria. I risultati, tuttavia, sono molto simili.

Questa riflessione culmina nell'album La Buona Novella, elaborato nel 1969 e pubblicato l'anno seguente con gli interventi di Roberto Dané e gli arrangiamenti di Giampiero Reverberi. A chi lo attaccava perché, nel bel mezzo della rivolta studentesca, si metteva a scrivere su qualcosa di così anacronistico, se non addirittura reazionario, come lo era, per alcuni, la storia di Gesù Cristo, Fabrizio De André rispondeva che

[...]La buona novella […] era un'allegoria che si precisava nel paragone fra le istanze migliori e più sensate della rivolta del Sessantotto e istanze, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate, ma da un punto di vista etico-sociale, direi, molto simili, che un signore 1969 anni prima aveva fatto contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell'autorità, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universali. Si chiamava Gesù di Nazareth e, secondo me, è stato e rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi.

Il disco è il primo concept-album dell'autore, con partitura e testo composto per dar voce a molti personaggi: Maria, Giuseppe, Tito, uno dei due ladroni crocifisso con Gesù, il coro delle madri, un falegname, il popolo.  Dai Vangeli apocrifi De André trasse quel che gli serviva con grande libertà e fantasia nel creare situazioni ed atmosfere.  “Scelsi i Vangeli scritti da autori armeni, bizantini, greci perché -dice Fabrizio- erano una versione laica della storia di quell'eroe rivoluzionario che era Cristo, che predicava la fratellanza universale. Solo che Marco e gli altri erano un po' l'ufficio stampa, gli Apocrifi invece vanno a ruota libera.  I Sinottici risentono dell'influenza del Vecchio Testamento. Negli altri c'è più umanità”.  E infatti il coro Laudate Dominum, ripetuto tre volte, in stile quasi gregoriano con  intonazione solenne e cupa, che dà avvio alla prima parte dell'album, sembra ricordare il potere, la fredda autorità del Dio Supremo, assai distante dal più accorato e appassionato Laudate Hominen, che chiude l'intero disco. Dopo la solennità del Coro introduttivo una musica incantata come in un'atmosfera fiabesca introduce L'infanzia di Maria, che  ad appena tre anni i genitori, Gioacchino ed Anna, portano al tempio  per adempiere al voto fatto da Anna se fosse diventata feconda e avesse partorito. La fonte utilizzata da De André è il Protovangelo di Giacomo scritto, secondo alcuni, nel 150. Giacomo viene considerato fratello di Gesù, figlio di Giuseppe avuto dal precedente matrimonio.  Nella tradizione ortodossa si parla di fratellastri di Gesù, mentre la chiesa cattolica opta per l'interpretazione dei fratelli di Gesù come cugini di primo grado. Le parole del Protovangelo sono inserite nel testo dell'album, ma non sono incise sul disco:

L'infanzia di Maria

 

... E Gioacchino disse: ' ecco che ha compiuto i tre anni!
Portiamola perciò al tempio del Signore
perchè dobbiamo adempiere alla promessa'...


Forse fu all'ora terza forse alla nona
cucito qualche giglio sul vestitino alla buona
forse fu per bisogno o peggio per buon esempio
presero i tuoi tre anni e li portarono al tempio
presero i tuoi tre anni e li portarono al tempio.

Non fu più il seno di Anna fra le mura discrete
a consolare il pianto a calmarti la sete
dicono fosse un angelo a raccontarti le ore
a misurarti il tempo fra cibo e Signore
a misurarti il tempo fra cibo e Signore.

... Così Maria bambina visse nel tempio del Signore
E la mano di un angelo le offriva il cibo...


Scioglie la neve al sole ritorna l'acqua al mare
il vento e la stagione ritornano a giocare
ma non per te bambina che nel tempio resti china
ma non per te bambina che nel tempio resti china.

 

 

Maria cresce nel Tempio ma a dodici anni, al momento del primo ciclo mestruale, ne viene espulsa:

... E quando raggiunse l'età dei dodici anni
i sacerdoti si riunirono in consiglio e dissero:
'Cosa faremo di lei perché non contamini il tempio del Signore?'.

E quando i sacerdoti ti rifiutarono alloggio
avevi dodici anni e nessuna colpa addosso
ma per i sacerdoti fu colpa il tuo maggio
la tua verginità che si tingeva di rosso
la tua verginità che si tingeva di rosso.

 

La crescita di Maria nel Tempio, tra i tre e i dodici anni, implica un'usanza che non trova conferma in nessuna fonte storica ed appare inverosimile. Il particolare, volto a sottolineare la santità di Maria dalla nascita, è accolto dalla tradizione ortodossa e può essere visto come il corrispettivo del dogma cattolico della Immacolata Concezione.

L'unica “colpa” che Maria aveva era quella di essere femmina in un mondo esclusivamente maschile, quello del Tempio. “In evidente età da marito -dice De André- viene fatta sposare secondo il rituale dell'epoca, chiamando cioè a raccolta tutto il popolo dei senza moglie, vale a dire non soltanto gli scapoli ma anche i vedovi e, attraverso una sorta di lotteria, viene assegnata in moglie ad un anziano falegname di nome Giuseppe”.


E si vuol dar marito a chi non lo voleva
si batte la campagna si fruga la via
popolo senza moglie uomini d'ogni leva
del corpo d'una vergine si fa lotteria
del corpo d'una vergine si fa lotteria.

... Allora gli araldi andarono per tutta la Giudea
e risuonò la tromba e il popolo accorse...

Sciogli i capelli e guarda già vengono...
Guardala guardala scioglie i capelli
sono più lunghi dei nostri mantelli
guarda la pelle viene la nebbia
risplende il sole come la neve
guarda le mani guardale il viso
sembra venuta dal paradiso
guarda le forme la proporzione
sembra venuta per tentazione.

Guardala guardala scioglie i capelli
sono più lunghi dei nostri mantelli
guarda le mani guardale il viso
sembra venuta dal paradiso
guardale gli occhi guarda i capelli
guarda le mani guardale il collo
guarda la carne guarda il suo viso
guarda i capelli del paradiso
guarda la carne guardale il collo
sembra venuta dal suo sorriso
guardale gli occhi guarda la neve

guarda la carne del Paradiso.

 

Balza evidente l'insistita anafora dell'imperativo del verbo guardare, con cui Maria viene sottoposta agli sguardi carichi di libidine di chi osserva le varie parti del corpo senza che ella  abbia alcuna possibilità di coprirsi o di nascondersi. Una completa perdita di privacy, un'usurpazione della personalità. Il “vincitore” è Giuseppe, rappresentato come una vittima dell'indegna lotteria, l'unico forse a non sperare di vedersi assegnata “la vergine del Signore”.

... E Zaccaria il Gran Sacerdote disse a Giuseppe:
'La sorte ti ha affidato la vergine del Signore, abbine cura e custodiscila'


E fosti tu Giuseppe un reduce del passato
falegname per forza padre per professione
a vederti assegnata da un destino sgarbato
una figlia di più senza alcuna ragione
una bimba su cui non avevi intenzione.

E mentre te ne vai stanco d'essere stanco
la bambina per mano la tristezza di fianco
pensi "Quei sacerdoti la diedero in sposa
a dita troppo secche per chiudersi su una rosa
a un cuore troppo vecchio che ormai si riposa".

Secondo l'ordine ricevuto Giuseppe portò la bambina nella propria casa e subito se ne partì per dei lavori che lo attendevano fuori dalla Giudea. Rimase lontano quattro anni.

Giuseppe, un vecchio falegname, consapevole della propria età, già padre di altri figli, prese con sé Maria e, subito dopo un matrimonio senza voglie e senza intenzione, se ne partì per andare a lavorare altrove, come precisa l'ultima strofa, in realtà un breve passo in prosa, letta da De André come epilogo all'intera canzone.  Le citazioni dal Protovangelo di Giacomo servono a fare da contesto alle diverse strofe, che senza di esse potrebbero sembrare un po' ermetiche, dal momento che il protovangelo di Giacomo e i fatti ivi narrati non sono noti a un pubblico vasto.

 

Il ritorno di Giuseppe

Giuseppe tornò dal suo viaggio di lavoro con un regalo di nozze abbastanza singolare, una bambola che egli stesso aveva intagliato nel legno perché la sua sposa potesse tornare “a quei giochi/ lasciati quando i tuoi anni/ erano così pochi”.

Stelle già dal tramonto
si contendono il cielo a frotte
luci meticolose
nel'insegnarti la notte,
Un asino dai passi uguali
compagno del tuo ritorno
scandisce la distanza
lungo il morire del giorno.

Ai tuoi occhi il deserto
una distesa di segatura
minuscoli frammenti
della fatica della natura.
Gli uomini della sabbia
hanno profili da assassini
rinchiusi nei silenzi
d'una prigione senza confini.

Odore di Gerusalemme                                                      
la tua mano accarezza il disegno
d'una bambola magra
intagliata nel legno.
"La vestirai Maria
ritornerai a quei giochi
lasciati quando i tuoi anni
erano così pochi" .

Il deserto assimilato a una distesa di segatura richiama il  duro lavoro e il mestiere di Giuseppe.  Migrante in cerca di pane, anche Giuseppe diventa un uomo della sabbia ...rinchiuso nei silenzi d'una prigione senza confini. Il deserto come prigione senza confini può essere letto come una metafora della società dominata dall'ingiustizia, che Gesù ha voluto contrastare con tutte le conseguenze che sappiamo. E tuttavia il motivo del viaggio indica il perseverare della speranza.

E ricorda biblicamente anche l'esodo d'Israele e tutto il tormento per ritornare alla terra promessa, cioè alla liberazione. Ed è in questo contesto che De André ha voluto introdurre la notizia del concepimento di Gesù, il rivoluzionario che porta nel mondo, e in particolare, in quel mondo di violenza e di sopraffazione, la sua parola di amore, di fratellanza e di convivenza pacifica di cui abbiamo tanto bisogno ancora oggi. Soprattutto oggi. Ed è sempre questa parola “Buona Novella”   (in greco: εὐαγγέλιον =  evangelio, da qui Vangelo) che dà forza e attualità al messaggio cristiano contro l'oscurantismo fanatico e violento.

Giuseppe, al contrario dei Vangeli canonici che di lui ci dicono poco, negli Apocrifi viene alla ribalta con sconcertante rilievo.  Qui “i cronisti- scrive Geno Pampaloni nella prefazione a I Vangeli Apocrifi, ed. Einaudi- scavano senza pietà nella sua umanità scontrosa e umile...talvolta con una irriverenza che sembra maliziosa. Giuseppe qui diviene un personaggio sostanzialmente imbarazzato del proprio ruolo; che sta nella storia sacra, si direbbe, di contraggenio, con il muso lungo, quasi avesse coscienza del rischio che corre di apparirvi come una macchietta. Vorrebbe sottrarsi al matrimonio con Maria, e sino a che la colomba non si posa sul suo bastone cerca di non dare neppure nell'occhio. Affidatagli Maria, è tutto un susseguirsi di sane incredulità, di sospetti e di onesti pentimenti; la dimensione sua propria è quella laica, si trova a disagio tra i miracoli. (…) la sua natura è quella di un uomo tranquillo... antiesibizionista; … Ma il tocco più dissacratore … lo offre il Vangelo arabo siriaco, quando ce lo descrive mentre lavora, con Gesù … accanto a far miracoli, per rimediare con il tocco fatato delle sue mani alle misure sbagliate 'perché Giuseppe non era molto bravo nel mestiere di falegname '. Come un potente getto di scolorina, un inciso innocente stinge secoli di agiografia”.

Tornato a casa, Giuseppe trova Maria incinta, che gli corre incontro a implorare comprensione e affetto:

E lei volò fra le tue braccia
come una rondine
e le sue dita come lacrime
dal tuo ciglio alla gola
suggerivano al viso
una volta ignorato
la tenerezza d'un sorriso
un affetto quasi implorato.

E lo stupore nei tuoi occhi
salì dalle tue mani
che vuote intorno alle sue spalle
si colmarono ai fianchi
della forma precisa
d'una vita recente
di quel segreto che si svela
quando lievita il ventre.

E a te che cercavi il motivo
d'un inganno inespresso dal volto
lei propose l'inquieto ricordo
fra i resti d'un sogno raccolto.

Giuseppe, stupito, cerca una spiegazione, ma Maria non ha altro da dire che raccontare il sogno dopo il quale era rimasta incinta. Finisce qui Il ritorno di Giuseppe e comincia, senza soluzione di continuità,  quasi a formare insieme un'unità episodica, Il sogno di Maria.

"Nel Grembo umido, scuro del tempio,
l'ombra era fredda, gonfia d'incenso;
l'angelo scese, come ogni sera,
ad insegnarmi una nuova preghiera:
poi, d'improvviso, mi sciolse le mani
e le mie braccia divennero ali,
quando mi chiese - Conosci l'estate -
io, per un giorno, per un momento,
corsi a vedere il colore del vento.

Volammo davvero sopra le case,
oltre i cancelli, gli orti, le strade,
poi scivolammo tra valli fiorite
dove all'ulivo si abbraccia la vite.

Scendemmo là, dove il giorno si perde
a cercarsi da solo nascosto tra il verde,
e lui parlò come quando si prega,
ed alla fine d'ogni preghiera
contava una vertebra della mia schiena.

(... e l' angelo disse: "Non
temere, Maria, infatti hai
trovato grazia presso il
Signore e per opera Sua
concepirai un figlio...)

Nel sogno Maria è in compagnia dell'angelo e, come in un sogno, ci viene proposta una serie di  immagini surreali, aeree, volanti, come in un quadro di Chagall. Poi l'angelo, in una sorta di annunciazione del concepimento, si esprime con le parole della citazione del Protovangelo di Giacomo che, come ne L'infanzia di Maria, non viene cantata nella canzone, ma solo trascritta sulla copertina dell'album.  E' pure interessante osservare una sostanziale identità di espressione, a proposito del concepimento, tra il Vangelo canonico di Luca, I, 34- 35:

34 Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?».35Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio.

e il Protovangelo di Giacomo, XI, 2-3:

2 ... "Dovrò io concepire per opera del Signore Iddio vivente, e partorire poi come ogni donna partorisce?". 3 L'angelo del Signore, disse: "Non così, Maria! Ti coprirà, infatti, con la sua ombra, la potenza del Signore. Perciò l'essere santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio dell'Altissimo.

Considerato come terminus ad quem, cioè la datazione più tarda possibile del Vangelo di Luca, il II sec., se si accoglie la collocazione del Protovangelo tra il 140-170, potrebbe essere stato Luca a rifarsi a Giacomo. E' chiaro che, se il Protovangelo è di epoca posteriore (V-VI sec.), la priorità spetta  a Luca.  Comunque, al di là di ogni questione cronologica, risulta chiaramente evidente come nella rappresentazione di De André i personaggi del Vangelo siano osservati da una prospettiva molto terrena e quindi perdano “un poco di sacralità -per usare le stesse parole dell'Autore- ma... a tutto vantaggio di una loro maggiore umanizzazione”.

Nell'iconografia il soggetto dell'Annunciazione è stato declinato in diverse maniere a seconda della sensibilità stilistica dei pittori e del tempo in cui l'opera è stata prodotta. Ad esempio, nel quadro forse più famoso del genere, quello del Beato  Angelico (1435, Madrid-Prado), il classico raggio di luce, emanazione divina dello spirito santo sotto forma di colomba, attraversa diagonalmente il dipinto sfiorando dall'alto le  grandi ali dell'angelo e dirigendosi verso Maria, che è seduta con sulle ginocchia il piccolo libro che sta leggendo.

Viceversa, nell'Annunciazione di Cortona, del 1430 ca., sempre dello stesso autore,  uno dei primi esempi di “pala quadrata”, il dialogo tra l'arcangelo Gabriele con le stupende ali variopinte e la Vergine viene iscritto sulla tavola (Gabriele: Spiritus Sanctus superveniet in te. - Maria: Ecce ancilla Domini, fiat mihi secundun verbum tuum -con lettere rovesciate da destra a sinistra - Gabriele: Virtus Altissimi obumbrabit tibi – con caratteri da sinistra a destra).

In Jan Van Eyck (1435, Washington-National Gallery), pittore fiammingo di formazione tardo gotica, l'Annunciazione viene ambientata all'interno di una grande Chiesa con il raggio luminoso dello Spirito Santo che entra da sinistra sopra l'angelo verso Maria in atteggiamento di devozione.

Contestualmente viene riportato il dialogo in corso tra i due protagonisti espresso tramite lettere dorate che escono dalla loro bocca (Angelo: Ave Gratia Plena – Maria: Ecce Ancilla Domini, con caratteri  all'inverso per seguire la direzione della voce).

Le figure di Maria e dell'Angelo sono dipinte con estrema ricchezza cromatica, imponenti e maestose nei loro panneggi voluminosi e pesanti.

Assolutamente singolare è, invece, l' Annunciazione di Lorenzo Lotto (1527, Recanati- Pinacoteca comunale), dallo stile antiaulico e fortemente espressivo, un'autentica alternativa al classicismo cinquecentesco.   Lotto sostituisce il tradizionale raggio di luce, con cui gli artisti indicavano la fecondazione di Maria da parte dello Spirito Santo, con l'immagine di Dio che si allunga con le mani verso Maria, colta in un moto di turbamento provocato dall'arrivo impetuoso dell'angelo che ha i capelli ancora mossi. Il realismo del quadro, abbastanza vicino all'espressività degli Apocrifi, si completa nel gatto che scappa con la schiena inarcata, cosa che potrebbe anche                                                                          allegoricamente significare il male che fugge davanti alla rivelazione della potenza divina: nel Medioevo e nel Rinascimento il gatto, infatti, è un animale caricato di valori simbolici negativi  e                                                                               associato alle streghe e al demoni.

Ma ritorniamo al testo di De André. Il sogno, a questo punto, comincia pian piano a svanire.  Ormai “ridata al presente”, in Maria risuona il ricordo delle parole dell'angelo: “Lo chiameranno figlio di Dio”, indelebilmente “impresse nel ventre”.


Le ombre lunghe dei sacerdoti
costrinsero il sogno in un cerchio di voci.
Con le ali di prima pensai di scappare
ma il braccio era nudo e non seppe volare:
poi vidi l'angelo mutarsi in cometa
e i volti severi divennero pietra,
le loro braccia profili di rami,
nei gesti immobili d'un altra vita,
foglie le mani, spine le dita.

Voci di strada, rumori di gente,
mi rubarono al sogno per ridarmi al presente.
Sbiadì l'immagine, stinse il colore,
ma l'eco lontana di brevi parole
ripeteva d'un angelo la strana preghiera
dove forse era sogno ma sonno non era

- Lo chiameranno figlio di Dio -
Parole confuse nella mia mente,
svanite in un sogno, ma impresse nel ventre."

Le ultime due strofe sono costruite sullo schema  di quelle de Il ritorno di Giuseppe, di cui si riprende anche la musica. Le ultime parole del racconto di Maria si sciolgono nel pianto. Ha paura. Allora come oggi, è difficile portare avanti una gravidanza illegittima in un contesto patriarcale. E rimane “in attesa/ d'uno sguardo indulgente”.  La comprensione e l'accettazione di Giuseppe si manifestano con un tenerissimo gesto di affetto, come di padre a figlia: le posa delicatamente le dita sull'orlo della fronte perché “i vecchi quando accarezzano/ hanno il timore di far troppo forte”.

E la parola ormai sfinita
si sciolse in pianto,
ma la paura dalle labbra
si raccolse negli occhi
semichiusi nel gesto
d'una quiete apparente
che si consuma nell'attesa
d'uno sguardo indulgente.

E tu, piano, posati le dita
all'orlo della sua fronte:
i vecchi quando accarezzano
hanno il timore di far troppo forte

Certo, un padre ci vuole. Un padre d'anagrafe, per permettere al figlio di Dio di essere registrato come uomo. Ma è duro mandare giù questa trovata dello Spirito Santo!

E tuttavia la decisione di Giuseppe di tenere con sé Maria è immediata.  Esprime fiducia piena e connota di autonomia decisionale il personaggio. Viceversa, nel Vangelo di Matteo (I, 20-24), Giuseppe si limita a  eseguire la volontà divina espressa da un angelo  apparsogli in sogno:

20 Ma dopo che ebbe riflettuto su queste cose, ecco, l’angelo di Geova gli apparve in sogno, dicendo: “Giuseppe, figlio di Davide, non aver timore di condurre a casa tua moglie Maria, poiché ciò che è stato generato in lei è dallo spirito santo.21Essa partorirà un figlio, e tu gli dovrai mettere nome Gesù, poiché egli salverà il suo popolo dai loro peccati”.22Tutto questo realmente avvenne affinché si adempisse ciò che era stato dichiarato da Geova per mezzo del suo profeta, dicendo:23 “Ecco, la vergine sarà incinta e partorirà un figlio, e gli metteranno nome Emmanuele”, che tradotto significa: “Con noi è Dio”.24 Quindi Giuseppe si svegliò dal sonno e fece come l’angelo di Geova gli aveva prescritto, conducendo a casa sua moglie.

 

Un pittore francese, George de La Tour, esponente del barocco e fortemente inflenzato dal Caravaggio, si è ispirato a questo passo di Matteo dipingendo L'Angelo appare a S. Giuseppe (1645, Nantes, Musée des Beaux-Arts).

La caratteristica luce fioca di una onnipresente candela, con cui il pittore crea una luminosità preziosa e toni soffusi, individua il volto affaticato dell'anziano ed esalta i tratti minuti dell'angelo, che si rivela attraverso la grazia dei gesti.

La prima parte de La Buona Novella si chiude con un inno alle madri, l'Ave Maria:

 

E te ne vai, Maria, fra l'altra gente
che si raccoglie intorno al tuo passare,
siepe di sguardi che non fanno male
nella stagione di essere madre.

Sai che fra un'ora forse piangerai
poi la tua mano nasconderà un sorriso:
gioia e dolore hanno il confine incerto
nella stagione che illumina il viso.

Ave Maria, adesso che sei donna,
ave alle donne come te, Maria,
femmine un giorno per un nuovo amore
povero o ricco, umile o Messia.

Femmine un giorno e poi madri per sempre
nella stagione che stagioni non sente.

Una preghiera che è una poesia per tutte le donne  e per tutte le madri, accomunate nell'esaltazione a Maria, e portatrici, per il solo fatto di essere madri, di un significato immenso.     De André ricolloca Maria fra gli esseri umani, novella Beatrice (Tanto gentile...) fatta oggetto di sguardi devoti dovunque ella passi,  il viso illuminato nella stagione di essere madre, la stagione che stagioni non sente.

Viene in mente una ben più famosa preghiera, quella che San Bernardo innalza a Maria nell'ultimo canto del Paradiso dantesco, dove, in un significativo ossimoro, la parola Madre viene  associata a Vergine. Certamente qui ci muoviamo in una prospettiva diversa: tra i cori angelici e i beati della candida rosa, nell'empireo ciel lo sguardo di Dante è orientato verso l'alto in una progressione sublime, da Beatrice a Maria fino alla visio divinae essentiae, cioè la visione di Dio, l'amor che move il sole e l'altre stelle. In De Andrè invece, la prospettiva è assolutamente orizzontale, umana, tutta terrena: Maria è donna tra le donne,   Ave Maria, adesso che sei donna,/ Ave alle donne come te, Maria,/ ... Femmine un giorno e poi madri per sempre. Tuttavia anche Dante esalta di Maria  l'essere donna ( Donna se'  tanto grande e tanto vali), per quanto  nel sommo poeta si senta l'ascendenza latina del termine Donna da Domina = signora, padrona.  Ma Maria è soprattutto madre,soccorritrice di tutti gli uomini ( La tua benignità non pur soccorre/ a chi domanda, ma molte fiate/ liberamente al dimandar precorre), consapevole del suo ruolo salvifico  in quanto, concependo nel suo ventre Cristo (Nel ventre tuo si raccese l'amore), ha reso possibile la riconciliazione fra Dio e l'umanità dopo il peccato originale.

Maria dunque è strettamente connessa con la nascita del sacro Bambino, e quindi col Natale che, oltre ad essere una festività religiosa e civile, riconosciuta dallo Stato italiano, è parte integrante della cultura cattolica compresa la sua bella tradizione del presepe. E, in tema di Vangeli apocrifi,  è abbastanza significativo che la descrizione del luogo di nascita di Gesù  in una grotta compaia per la prima volta (capp.18-19) proprio nel Protovangelo di Giacomo.

[18, 1] Trovò quivi una grotta: …..(19,1)... nella grotta apparve una gran luce che gli occhi non potevano sopportare. Poco dopo quella luce andò dileguandosi fino a che apparve il bambino: venne e prese la poppa di Maria, sua madre.

Questo particolare, non  presente nei Vangeli canonici, godette in seguito di ampia diffusione nelle raffigurazioni artistiche della natività, fino a molti degli attuali presepi. Tale particolare non deve essere necessariamente visto come in antitesi con la diffusa tradizione popolare, che vuole la nascita di Gesù in una stalla : la conformazione orografica della Palestina è caratterizzata da numerose piccole grotte che venivano spesso usate come dispense o piccole stalle, in molti casi incorporate in costruzioni in muratura. C'è da dire, in conclusione e in riferimento  alle cronache  e alle polemiche, da diversi anni ormai ricorrenti in questo periodo, circa l'opportunità o meno di fare il presepe ed eseguire i canti natalizi nelle scuole o in altri luoghi pubblici,  che il presepe, in quanto simbolo di pace e di fratellanza,     non  dovrebbe offendere la sensibilità di nessuno, sia di chi si professa ateo sia di chi professa qualsivoglia altra fede religiosa. E certamente noi cristiani non dovremmo mortificare la nostra di sensibilità, col pretesto -molte volte è un pretesto, figlio di un timoroso quieto vivere- di rispettare quella altrui!


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