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Programma gennaio 2019
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Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Giovedì 10 Marzo 2011 11:06

L’uomo è un animale curioso

 

L’Italia spende poco in ricerca e quel poco è quasi tutto dedicato alla ricerca applicata. La ricerca di base viene messa in secondo piano e considerata inutile. Ma chi vive al di fuori del mondo della ricerca sa davvero cosa significa “ricerca di base”? In inglese viene anche etichettata come “ricerca per soddisfare la curiosità”. Noi sappiamo tante cose, ma tante altre non le sappiamo. La scienza è il modo con cui l’uomo cerca di diminuire l’ignoranza, anche se la filosofia ci insegna che più conosciamo e più ci rendiamo conto di sapere veramente poco. Se si riesce a rispondere a un quesito, si finisce per trovare che la risposta ha generato dieci altri quesiti, e ogni ulteriore risposta innesca altre domande, in una sequenza che non ha mai fine. La vera saggezza, ancora ce lo insegnano i filosofi, consiste nel sapere di non sapere e nell’essere umili di fronte al mondo. Umili e curiosi.

 

Da una parte l’uomo risponde a domande contingenti, risolve problemi pratici con la sua inventiva, generando invenzioni. Questa è la ricerca applicata. Le soluzioni sono utili immediatamente e sono cercate per rimuovere un problema, per rendere più efficiente una procedura. La ricerca di base, invece, è una sfida all’ignoranza, condotta per il gusto di conoscere, di scoprire. La nostra specie ha come marchio di fabbrica proprio la curiosità, la voglia di sapere e, essendo una specie sociale, ogni individuo ha ansia di veder riconosciuta la propria opera, e la mette a parte degli altri, insegnando, divulgando. Proprio come sto facendo io, ora. Se ci fossimo fermati alla soluzione dei problemi contingenti, probabilmente non avremmo fatto così tanta strada verso la comprensione del mondo, e di noi stessi. Alcune grandi scoperte sono avvenute, e tutt’ora avvengono, per caso, mentre si cercava tutt’altro. Poi, da quelle conoscenze apparentemente fini a se stesse, qualcuno intuisce una possibile applicazione, e alcuni risultati della ricerca di base trovano applicazione.

Si può prevedere l’innovazione? Ovviamente no. Le novità sono novità proprio perché sono inattese. Altrimenti sono rielaborazioni di cose che già si sanno, sono miglioramenti del noto. Per avere novità bisogna prima esplorare l’ignoto. La ricerca applicata porta a novità solo se si … basa sulla ricerca di base. Se un paese decide che la ricerca di base non serve e che basta la ricerca applicata, ovviamente resta indietro.

E quindi l’Italia ha due problemi. Il primo è che spendiamo poco in ricerca, e questo lo sappiamo bene, lo dicono tutti. Il secondo è che il poco che dedichiamo alla ricerca va quasi esclusivamente alla ricerca applicata, mentre la ricerca di base è soffocata, scoraggiata, disincentivata. Questa miopia ovviamente ci mette in retroguardia. Gli altri paesi profittano della propria ricerca di base e usano immediatamente quel che di possibilmente applicativo essa offre, bilanciando gli sforzi tra l’elaborazione del noto a scopi applicativi (ricerca applicata) e l’esplorazione dell’ignoto a scopi eminentemente conoscitivi (ricerca di base).

La ricerca di base può essere di tipo scientifico, ma anche le scienze umane, prima di tutto la filosofia, fanno parte della ricerca di base e, infatti, sono anch'esse fortemente mortificate. Sembra quasi che la conoscenza sia qualcosa che non desideriamo più. E' recente la riduzione della geografia nei programmi di alcuni percorsi didattici. Il risultato è che vedremo cose in televisione e non sapremo se sono vicine o lontane da noi. Andremo alle Maldive in viaggio di nozze, senza sapere se siamo andati nell’Oceano Pacifico o nell’Oceano Indiano. E saremo come George W. Bush, che dichiarò guerra all’Iraq ma non riuscì a trovare l’Iraq su una cartina. Non capire che la conoscenza fine a se stessa è la migliore ginnastica per il nostro cervello significa rinnegare le nostre caratteristiche di animali pensanti. Pensare di imbrigliare l’ansia di conoscere, per direzionarla esclusivamente verso mete “utili” significa non aver compreso il significato della parola “innovazione” (e la natura umana).

Perché l’Italia è andata avanti, nella seconda metà del secolo scorso? Perché i padri e le madri rinunciavano a tutto per dare un’istruzione ai propri figli. Perché persone semianalfabete avevano capito che il segreto sta nell’istruzione, nella conoscenza. Si dice che chi governa lo debba fare secondo la logica del buon padre di famiglia. Ma qui i padri che governano e hanno governato la famiglia Italia, se c’è bisogno di tagli al bilancio familiare, tagliano le spese dell'istruzione dei figli, prima di ogni altra cosa.

L’Italia è una famiglia che ha il televisore a colori, l’auto nuova, bei mobili in casa, telefonini, computer, ipod, e paga tutte le rate con i soldi che dovrebbero servire per mandare i figli a scuola. I figli, intanto, guardano la televisione, chattano col computer, si smessaggiano con i telefonini, si stordiscono con le play station e sognano di diventare calciatori (se maschi) o veline (se femmine). La soluzione dei problemi, persino suggerita a una precaria da un importantissimo uomo politico, potrebbe essere, in alternativa, di sposare qualcuno con molti soldi. Chi ha voglia di studiare ci riesce ancora e, per fortuna, ci sono tantissimi giovani con questa ansia. Ma per loro non abbiamo posto, non sappiamo che farcene di loro, non servono. I pochi che ci teniamo devono immediatamente produrre cose utili (ricerca applicata) e sono mal tollerati. La ricerca di base non serve a nulla. La curiosità è un lusso che non ci possiamo permettere: stiamo rinnegando la nostra natura di animali curiosi e abbiamo imboccato un percorso evolutivo che ci sta lanciando verso un traguardo: passare da curiosi a imbecilli. In questo, siamo un faro per l'umanità, come lo siamo stati nel Rinascimento per tutt'altro obiettivo. Ma pare che il resto dell'umanità non abbia intenzione di seguirci. Ultima considerazione: gli imbecilli, proprio perché imbecilli, non hanno la capacità di riconoscere la propria imbecillità, e pensano che siano gli altri ad essere imbecilli. Sarà molto dura uscire da questo cammino. Molto dura.

 

Ambiente e Terrorismo

Bin Laden è l’uomo più ricercato del mondo. È lui l’ispiratore dell’attentato dell’11 settembre ed è lui il capo di Al Qaeda, la più terribile organizzazione terroristica del mondo. Una banda di spietati assassini, fanatici religiosi, oppressori delle donne e dei popoli.

La parola terrorismo ci fa venire in mente quel tipo che si divertiva a decapitare ostaggi e metteva i filmati su youtube. O il martire suicida che si fa saltare in aria in un centro commerciale, o in una discoteca, uccidendo decine di persone, pensando poi di andare in paradiso e di trovare un certo numero di vergini ad attenderlo, pronte a farlo divertire per l’eternità (una succursale di Villa Certosa).

Bin Laden ha detto che gli stati che inquinano l’atmosfera e causano il cambiamento globale sono terroristi, nemici dell’umanità. Viene da sorridere, è il bue che dice cornuto all’asino. Però, qualche settimana fa, Benedetto XVI ha detto esattamente la stessa cosa: l’abuso del pianeta è come il terrorismo.  Le stesse parole, gli stessi giudizi, sulle stesse cose.

Bin Laden non mi è per nulla simpatico. Non mi sono mai piaciuti i capi che parlano in nome di Dio, e anche Benedetto XVI di mestiere fa il rappresentante di Dio in terra. Che poi i due si riferiscano a divinità differenti poco importa. Un ateo li definirebbe entrambi dei fanatici religiosi, ricordando di quando i predecessori di Benedetto XVI facevano o ispiravano crociate contro gli infedeli, e processi con tanto di rogo finale.

Ma se una cosa è giusta, lo è anche se viene detta da una persona sbagliata.

C’è una differenza sottile tra uccidere e far morire. Il terrorista “classico” uccide le sue vittime e, spesso, muore anche lui. Il terrorista ambientale (prendo a prestito le parole di Bin Laden e di Ratzinger) fa morire le sue vittime, in quantità di molto superiori rispetto al terrorista classico, e lo fa con lo scopo di arricchirsi o, comunque, di fare una bella vita: il nostro modo di vivere. Le vittime muoiono piano piano, avvelenate dai fumi inquinanti (vi viene in mente Taranto?), oppure dalle fibre micidiali dell’amianto, o dalla diossina, l’elenco è lunghissimo. Questi che ho nominato sono i casi di morte nelle vicinanze degli impianti inquinanti. Poi ci sono gli inquinanti che viaggiano e hanno impatto globale, cambiando il clima, provocando così inondazioni, sconvolgimenti che distruggono intere città. C’è il saccheggio del territorio, che causa frane e inondazioni, crolli, erosione, morte e distruzione. Proprio come le bombe dei terroristi. Ma i colpevoli sono più subdoli. I terroristi classici dicono: sì, siamo stati noi, vi abbiamo colpito perché la pensiamo diversamente da voi e vogliamo imporre il nostro pensiero sul vostro. Perché noi crediamo nel vero Dio e voi credete in quello falso: ecco la nostra vendetta. I terroristi ambientali, invece, negano. Hanno schiere di pagatissimi avvocati che, con sottili cavilli, tentano di smontare le tesi dell’accusa, e spesso ci riescono. Hanno soldi per pagare “esperti” che dichiareranno che non è colpa loro, contraddicendo gli esperti (e questa volta non metto virgolette) che dicono il contrario. In modo che l’opinione pubblica possa dire: vedi? Uno dice una cosa e l’altro dice il contrario. Non riescono neppure a mettersi d’accordo tra loro. Hanno soldi per pagare le campagne elettorali dei politici che, in caso di vittoria, li sosterranno nelle loro imprese.

Non vorrei dare l’impressione di avere simpatia per i terroristi “classici”.  Li trovo disgustosi. E non sto mettendo Papa Ratzinger sullo stesso piano di Osama Bin Laden, sono consapevole della profondissima differenza, non dovrei neppure dirlo, ma non si sa mai. Gli ideali dei terroristi classici sono per me ripugnanti, ma i terroristi ambientali vogliono solo arricchirsi e, di solito, la fanno franca. Tutt’al più pagano un po’ di danni alle vittime o ai loro parenti, e tornano puliti, pronti a ricominciare. A noi fanno paura i terroristi classici che potrebbero ucciderci e non ci accorgiamo che i terroristi ambientali ci stanno facendo morire, stanno rubando il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti. Personalmente, credo che le mie probabilità di essere ucciso da un terrorista classico siano veramente poche, mentre è molto probabile che morirò prima di quanto la mia fibra mi permetterebbe di vivere, a causa dell’aria che ho respirato e delle porcherie che ho mangiato. Sono sicuro che i terroristi ambientali mi faranno morire prima del tempo, e sono quasi sicuro che i terroristi classici non mi uccideranno. Chi sono i miei peggiori nemici? E i vostri?

 

Il mare riprende...

 

I vecchi abitanti del Salento sapevano bene come rapportarsi col loro mare. Sulle rocce costruirono Roca Vecchia, e poi Otranto e Gallipoli, sempre sugli scogli. Le spiagge, invece, restarono deserte, anche perché c’erano le paludi e gli stagni costieri. I salentini sono molto distaccati dal loro mare, e hanno costruito la maggior parte delle loro città nell’interno. Ma poi ci sono state le bonifiche delle paludi, seguite dalla frenesia della casa al mare, negli anni sessanta e settanta, che ha portato alla costruzione di decine di migliaia di case subito a ridosso della riva, sulla spiaggia. Molte, se non tutte, queste case sono abusive. Non si può costruire sul territorio demaniale, e non si può costruire troppo vicino alla costa. I motivi sono amministrativi, ma prima di tutto sono legati ad antica sapienza nell’uso del territorio, una sapienza che si è evidentemente perduta. L’illusione che col cemento si possano risolvere tutti i problemi sta pian piano rivelando la sua natura: di illusione, appunto. La natura si riprende quel che le è stato tolto. Abbiamo costruito nelle paludi interrate, nei greti cementificati dei torrenti, e a ridosso della costa e ora paghiamo il prezzo della nostra arroganza con il dissesto del territorio. Dalle Alpi (con i disastri della Valtellina e del Vajont) al nord e al centro (le alluvioni di Firenze e di Genova, la tragedia del Polesine) per non parlare del sud, con i recentissimi disastri siciliani e calabresi. E abbiamo anche costruito male, come testimonia la reazione dei nostri edifici a terremoti che, in Giappone, con la stessa intensità, fanno solo cadere qualche calcinaccio.

L’ho detto e scritto così tante volte: nella nostra Costituzione non c’è la parola Natura. Viviamo come se non esistesse e siamo concentrati solo sui nostri bisogni e sui nostri desideri. Ho vissuto per tre anni in una di queste case (abusive) costruite a ridosso della spiaggia. Un posto bellissimo in cui tutti vogliono vivere. E questa voglia si soddisfa con la casetta nelle dune. I tre anni nella mia casetta (in affitto) nelle dune sono stati tre anni solitari. A parte la bolgia d’agosto, quando scappavo, il resto dell’anno ero in perfetta solitudine. Nessuno veniva a vedere la sua casa e, dopo l’abbandono alla fine di agosto, le prime visite erano verso Pasqua, per dare aria alle stanze, ma il possesso si riprendeva a metà luglio. Un mese in tutto, forse un mese e mezzo per i più entusiasti. Ma le case restano, anche se dimenticate, e il mare, mareggiata dopo mareggiata, cerca di riprendersi quel che gli è stato tolto. C’è una disciplina che studia l’impatto del mare sulla costa, si chiama dinamica dei litorali. Dinamica, non statica: il litorale è dinamico, si muove, perché le forze della natura lo modificano continuamente. Ma la Natura è assente dalla nostra cultura e dalla Costituzione, anche se è ben presente nei Vangeli. In questi casi ricordo sempre che il Vangelo ci dice che il saggio costruì la sua casa sulla roccia, mentre lo stolto costruì la sua casa sulla sabbia. Venne la tempesta e spazzò via la casa sulla sabbia, mentre quella sulla roccia restò al suo posto. Non c’è bisogno di altri commenti. Un candidato a governatore della Sardegna mise nel suo programma elettorale un serio e congruo limite alle costruzioni sulla costa. Perse le elezioni, abbandonato anche dal suo partito.

Sento di progetti di difesa del litorale, con costruzione di barriere difensive. Sono state fatte lungo tutta la costa adriatica, dal Molise fino al Delta del Po: la lunga muraglia adriatica. Non ci sono più spiagge, solo un muro di quasi cinquecento chilometri. E’ questo quello che vogliamo anche per il nostro Salento?

La soluzione consiste nell’assecondare la natura, rimuovendo le costruzioni e le infrastrutture sulla linea di costa (la litoranea da Porto Cesareo a Taranto a volte corre sulla spiaggia), riacquisendo l’antico rispetto per il mare che, comunque, prima o poi riprende quello che abbiamo cercato di togliergli.

 

2010, anno della biodiversità: il Salento è pronto?

 

Nel 1992, a Rio de Janeiro, i grandi della terra stipularono la Convenzione sulla Biodiversità, e stabilirono che, per garantire la sopravvivenza della nostra specie, è imperativo conservare e salvaguardare la diversità biologica. L’umanità non può vivere da sola. Il resto dei viventi, la biodiversità, le fornisce beni e servizi essenziali. I beni sono quel che mangiamo, e i materiali che usiamo. I servizi sono la produzione di ossigeno e il consumo di anidride carbonica da parte dei vegetali, a rendere le condizioni ambientali compatibili con la nostra sopravvivenza. O l’impollinazione delle piante da parte degli insetti. Per non parlare della bellezza della natura. La biodiversità, in altre parole, fa funzionare gli ecosistemi sui quali si basa la nostra stessa vita e ne è parte essenziale.

Sono passati diciotto anni, e le Nazioni Unite dichiarano il 2010 l’Anno della Biodiversità. E' l’anno in cui avremmo dovuto raggiungere certi obiettivi di gestione oculata della biodiversità. Nessuno stato li ha raggiunti. Celebriamo la biodiversità, ma ancora abbiamo fatto poco per diminuire la nostra pressione su di essa.

Non sappiamo neppure quante specie ci sono sul pianeta, e dedichiamo pochissime risorse alla loro conoscenza. Ne dedichiamo di più a contare le stelle in cielo, anche se esse non contribuiscono in alcun modo al nostro benessere. Le stelle saranno ancora al loro posto tra cento anni, ma quante specie avremo ucciso nel frattempo? E senza neppure sapere della loro esistenza? Misteri delle scelte delle priorità su cui investire. Le porzioni di ambiente sottoposte a protezione sono ancora irrisorie. La nostra pressione sull’ambiente è ancora altissima, insostenibile, e la perdita di biodiversità è un sintomo di degenerazione degli ecosistemi.

Il governatore della Puglia, Nichi Vendola, ha fondato un nuovo partito. Si chiama Sinistra Ecologia Libertà. La biodiversità è uno dei temi di cui si occupa l’ecologia, assieme al funzionamento degli ecosistemi. E’ magnifico che una personalità di primissimo piano si renda conto dell’importanza di questi problemi. Ma questo porterà a identificare l'ecologia con una parte politica. Se essere di sinistra significa curarsi dell’ambiente e della biodiversità, allora chi è di destra deve negare che esistono problemi ambientali? E chi è di centro, ovviamente, ammetterà che c’è un problema ma che non è gravissimo? Pare proprio che sia così. Ed è un errore madornale. Anche il Vaticano mette la cura dell’ambiente, e quindi l’ecologia e la biodiversità, al primo posto. Il Vaticano è di sinistra?

In Salento, in questi ultimi anni, le porzioni di territorio dove la biodiversità viene protetta sono aumentate significativamente, e altre sono in procinto di essere protette. L’opposizione a queste iniziative da parte della popolazione sta diminuendo e la percezione che sia importante prendersi cura di quel che Benedetto XVI chiama il Creato è sempre più diffusa. L’Università del Salento ha una posizione di rilievo internazionale per quel che riguarda l’ecologia. Fa parte del Network Europeo di Eccellenza che studia la Biodiversità Marina e il Funzionamento degli Ecosistemi. A Lecce ha sede il Centro Euromediterraneo per i Cambiamenti Climatici, e sempre a Lecce sono di punta le ricerche sui sistemi acquatici di transizione. E’ di Lecce l’unico rappresentante dell’ecologia italiana nella prestigiosa Faculty of 1000, fondata da Jane Lubchenco, l’attuale consigliere di Obama per i problemi ambientali. Quest’anno si terranno a Lecce i congressi mondiali sulle meduse e sui vermi marini, porzioni importantissime della biodiversità. A Novembre, ricerche sulla biodiversità marina svolte a Lecce erano sulla copertina di Time Magazine e sul New York Times. L’Università ha grande sensibilità anche nel campo dell’educazione ambientale, con quattro strutture museali. Quest’anno partirà una laurea specialistica su Biologia ed Ecologia Marina e Costiera, completamente in inglese. Il primo dottorato di ricerca con sede a Lecce è stato quello di Ecologia Fondamentale, ed è su temi ecologici che è nato il primo spin-off accademico della nostra Università. Non esiste altra Università italiana con una così grande concentrazione di approcci allo studio della biodiversità e con così grandi potenzialità. Se ci fosse una capitale italiana della biodiversità, in campo sia scientifico sia didattico, Lecce sarebbe un’ottima candidata. Perché queste potenzialità trovino sbocco è necessario che, finalmente, la società civile si renda conto dell’importanza di problemi che tutti, dalle Nazioni Unite al Vaticano, ritengono di assoluta priorità. Dalle parole è ora necessario passare ai fatti. I tagli finanziari al sistema universitario non lasciano ben sperare. Tutte le amministrazioni, di destra e di sinistra, quando c’è stato da tirare la cinghia, hanno penalizzato ambiente e ricerca. L’ambiente non è né di destra né di sinistra ma, nei fatti, è l’indifferenza nei suoi confronti che non è né di destra né di sinistra. E non saranno certo le celebrazioni a cambiare questa aberrazione culturale.


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