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Aniello Montano, Dell'amicizia PDF Stampa E-mail
Prosa
Martedì 05 Gennaio 2016 20:58

[in "Almanacco 2016" di Giovanni Invitto, Panico, Galatina, dicembre 2015, pp. 23-25]

 

 

Amicizia: bisogno, valore o finzione? È questo il tema su cui ci invita a discutere l’Almanacco di quest’anno. L’inserimento del termine valore tra il bisogno e la finzione non deve trarre in inganno. Non deve lasciar pensare, cioè, che, optando per la qualificazione dell’amicizia come valore, le si riconosca delle proprietà specifiche e intrinseche tali da farla considerare come qualche cosa di assoluto, di esistente in sé, come una realtà esterna alla psiche umana, caratterizzata in modo oggettivo e universale. Percepita come bisogno, come valore o come finzione, l’Amicizia è pur sempre espressione di un “punto di vista” soggettivo sulla realtà esterna, un modo di rapportarsi dell’individuo al mondo che lo circonda, agli altri soggetti in particolare. L’Amicizia, pertanto, è una forma dell’attività psichica del soggetto, utilizzando la quale, questi desidera perseguire un bene da godere o, che è lo stesso, salvarsi da un male che lo affligge. Attraverso l’amicizia, dunque, gli uomini cercano la salvezza.

Aristotele, il “maestro di color che sanno”, qualifica l’uomo come zoon politikon physei, come animale socievole per natura, come soggetto bisognevole della cura e dell’affetto di altri per poter vivere ed essere felice, per potersi salvare dal male, rappresentato dalla solitudine e dal conflitto permanente con gli altri, causa di deperimento, fino alla morte, dello spirito e del corpo. Tra le tante forme attraverso le quali gli uomini tentano questa salvezza – la religione, la politica, il diritto, la morale, la famiglia, ecc. – l’Amicizia è quella più a portata di mano dei singoli. Nel rapporto di amicizia tra i soggetti coinvolti si stabilisce un vincolo capace di legarli insieme e di porli su un piano di parità. Non c’è uno che salva e uno che è salvato, un benefattore e un beneficiato. Ci sono due o più soggetti uniti da un vincolo di con-fidenza, di fiducia reciproca, e tutti fruitori degli stessi benefici.

In alcuni passaggi della Vita pitagorica, scritta da Giamblico, ricorre con una ritmica regolarità l’invito a praticare “l’amicizia di tutti con tutti” (XVI), per rendere la comunità umana più unita e più forte. E tra le forme di amicizia da instaurare e da praticare si enumerano “l’amicizia tra gli uomini; l’amicizia reciproca tra i cittadini, tramite un sano sentimento della legalità; l’amicizia degli stranieri, tramite una retta conoscenza della natura” (XVI) e così via. Valendo come vincolo orizzontale, capace di unire soggetti ugualmente necessitati a sottrarsi al male della solitudine e dell’infelicità da essa derivante, per Pitagora – stante sempre alla testimonianza di Giamblico – “l’amicizia è uguaglianza, l’uguaglianza è amicizia” (XXIX). Dove c’è amicizia c’è uguaglianza e dove c’è uguaglianza c’è amicizia. È ancora Giamblico a informarci che “i Pitagorici, anche senza conoscersi tra loro, cercavano di rendere servigi di amicizia a persone mai prima conosciute” in modo da confermare “il detto che gli uomini onesti, anche abitando nei luoghi più remoti della terra, sono tra loro amici prima ancora di conoscersi e di rivolgersi la parola” (XXXIII). In questo contesto, l’Amicizia, in quanto concetto astratto e non in quanto relazione amicale tra soggetti determinati e concreti, è una forma, una tensione della psiche umana, che si attiva soprattutto tra i buoni e gli onesti per rispondere a un bisogno esistenziale di tipo primario: rendere la vita umana più ordinata, più sicura, più felice, meno esposta ai venti e ai marosi della condizione naturale in cui gli uomini si trovano all’atto della nascita. L’Amicizia è sì un valore, ma lo è in quanto è ciò che vale per soddisfare un bisogno e, pertanto, assorbe in sé sia l’area semantica del primo significato proposto dall’Almanacco che il secondo.

Il terzo significato, la finzione intesa come modello comportamentale non spontaneo e non interiormente sentito, utilizzato per un fine egoistico e immediato, è anch’esso da sempre presente nella riflessione filosofica. Esiodo, proprio pensando all’utilità spicciola ricavabile da un rapporto di amicizia, ammoniva a farsi amici quanti possono esserci utili nelle difficoltà. Suggeriva, infatti: “Invita al banchetto l’amico e lascia il nemico, e soprattutto invita colui che ti abita accanto: se a te accade qualcosa, i vicini corrono discinti, i parenti si allacciano prima la cintura” (Opere e giorni, 342-345). E così anche Senofonte. Nei Memorabili, facendo sua un’opinione riferita come ascoltata da Socrate, annota: “un buon amico è il migliore dei beni; ma vedo che la maggioranza si preoccupa di ogni cosa più che di acquistare gli amici” (Memorabili, 11, 4). L’acquisto di un buon amico è presentato come il bene più prezioso e più utile, da anteporre all’acquisto di ogni altro, come terreni, case, bestiame e altro. Pure in quanto finzione, l’impegno a costruire un rapporto di amicizia collaborativa con l’altro mira a soddisfare un bisogno utilizzando un valore, seppure non avvertito spontaneamente e disinteressatamente. La tensione verso l’altro rimane comunque, una spinta volta a salvarsi da una difficoltà.

Senza nascondere la carica utilitaristica, ma elevandola dal particolarismo individualistico al bene comune, Democrito ricorda che “generoso non è chi mira al contraccambio, ma chi si propone di operare bene” (DK 68 B 96), vale a dire nell’interesse generale. L’Amicizia, intesa come convergenza di sentimenti e di volontà, diventa però un valore non sempre facile da individuare e da riconoscere immediatamente. “Molti che sembrano essere amici non lo sono – annota Democrito -, e molti che non lo sembrano lo sono” (DK 68 B 97). Le amicizie inoltre, vanno selezionate: “L’amicizia di uno solo assennato è migliore di tutti i dissennati” (DK 68 B 98), laddove migliore (krésson) sta chiaramente a indicare più utile, di maggior giovamento. Tutto questo lascia impregiudicata la naturale e imprescindibile tensione umana a stabilire rapporti di amicizia, senza i quali la vita non è degna di essere vissuta: “Non è degno di vivere chiunque non abbia neppure un solo valido amico” (DK 68 B 99). Anzi, va aggiunto che: “È uomo di cattivo carattere colui al quale gli amici provati non durano molto” (DK 68 B 100). Quasi a fare da opposto dialettico, ci sono amici della fortuna e non della persona. Sono quanti si avvicinano nella buona sorte e si allontanano nella cattiva: “Facile nella fortuna trovare un amico, mentre nella sfortuna è la cosa più difficile di tutte” (DK 68 B 106).

Quando Aristotele nel libro VII dell’Etica a Eudemo discute in maniera sistematica dell’Amicizia, lo fa recuperando tutte e tre queste forme: “Di amicizia – afferma – si può parlare in tre sensi: l’una è definita in base alla virtù, l’altra in base all’utilità, l’altra in base al piacevole. Di tali amicizie la più frequente è quella che sorge in base all’utilità. Infatti gli uomini sogliono amarsi perché e finché sono reciprocamente utili […]. L’amicizia che sorge per il piacere è quella dei giovani, poiché essi ne hanno la sensibilità. Per questo l’amicizia dei giovani è mutevole; mutando infatti i costumi col mutar dell’età, muta anche ciò che è piacevole. L’amicizia che sorge per la virtù è quella degli uomini migliori. Perciò è evidente che il primo tipo di amicizia è la corresponsione di amicizia tra uomini buoni e la loro è reciproca scelta” (1236 a 31- 1236 b 3).

Mentre degli altri due tipi partecipano anche gli animali, di questo tipo di amicizia sono capaci soltanto gli uomini e tra questi soltanto gli uomini buoni. I cattivi, infatti, sono amici perché spinti dal piacere o dall’utilità. I buoni, invece, soltanto perché sono buoni. E quella che si instaura tra loro è soprattutto (málista) la vera amicizia, l’amicizia in senso assoluto, essendo le altre forme di amicizia solo accidentali (katà symbebekós). Amando l’amico disinteressatamente, però, precisa Aristotele, “si ama il proprio bene; infatti la persona buona, quando diventa amica, diventa un bene per colui al quale è amica. Ciascuno dei due quindi ama il proprio bene e rende un ricambio equo (tò íson) nella buona volontà e nel piacere; infatti si dice che l’amicizia è uguaglianza (philótes isótes). E ciò accade soprattutto nell’amicizia dei buoni” (Etica a Nicomaco, 1157 b 25 – 1158 a 1). Per Aristotele, come per Pitagora, l’amicizia vera si fonda sull’uguaglianza. È amicizia di tipo orizzontale e non verticale. Ma la sola uguaglianza non basta: “Sono l’uguaglianza e la similitudine che determinano l’amicizia, e soprattutto la somiglianza nella virtù, infatti le persone virtuose sono costanti in se stesse e tra di loro” (Etica a Nicomaco, 1159 b 1). Per Aristotele, dunque, l’amicizia vera, pur essendo possibile soltanto tra uomini simili per virtù, include in sé anche l’amore per il proprio bene e per il proprio piacere. Ma questi non ne rappresentano né la causa prima né il fine ultimo. “L’amicizia motivata dall’utilità, infatti, è propria della gente di piazza (agoraíon)” (Etica a Nicomaco,1158 a 21).

Un caso di amicizia tutto e soltanto sotto il segno della spiritualità e della naturale attrazione tra anime tanto simili da fondersi in un’inestricabile unità, è presentato da Michel de Montaigne nel capitolo XXVIII degli Essais, intitolato, appunto Dell’amicizia. “Nell’amicizia – annota Montaigne – è un calore generale e totale, del resto temperato e uguale, un calore costante e calmo, tutto dolcezza e nitore, che non ha nulla di aspro e pungente”. L’amicizia, infatti, consiste “nell’accordo delle volontà”. In questo tipo di amicizia, le anime “si mescolano e si confondono l’una nell’altra con un connubio così totale da cancellare e non ritrovar più la connessura che le ha unite”. E, a proposito della sua amicizia con Étienne de la Boétie, annota: “Se mi si chiede di dire perché l’amavo, sento che questo non si può esprimere che rispondendo: ‘perché era lui; perché ero io’”.


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