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Achille Starace, il caporale del Duce PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Augusto Benemeglio   
Sabato 09 Gennaio 2016 18:03

L’uomo che inventò lo stile fascista

 

In quella fredda primavera milanese del 1945 (l’inverno non sembrava mai finire e non c’erano più merli a fischiare sugli alberi), un uomo non più giovane (aveva cinquantasei anni), ma ancora integro, agile e affilato come un pugnale, era disciplinatamente in coda alla fila delle “mense di guerra”, i tavoli collettivi istituiti dal comune di Milano. La fila era, come sempre, molto lunga, ma lui aspettava il suo turno con infinita pazienza. Pensava che forse non era inutile tanta fatica, tanta umiliazione, tanta tristezza, tanta solitudine, tanto dolore. Qualcosa sarebbe pur accaduto, prima o poi. Ma in quella situazione gravissima di crisi alimentare, e di assoluta deficienza di viveri, solo con le rumorose mense di guerra, molta gente poteva in città evitare la fame. Tra questa folla di persone sconosciute, tra questa massa di gente affamata, c’era anche lui, che era stato l’uomo più potente d’Italia, dopo Mussolini: Achille Starace, il segretario del Partito Nazionale Fascista, l’ombra del duce, il “mastino” e insieme il “regista” del regime, “l’uomo che inventò lo stile fascista”, – scrive, nella sua biografia, Antonio Spinosa, ma anche l’uomo più odiato e criticato d’Italia, ribatte Renzo De Felice.

 

Tutto possono perdonare gli italiani tranne…

 

Odiato da tutti: ad iniziare dai fascisti, in particolare i gerarchi che passavano gran tempo a grattarsi nel tessuto autarchico dell’orbace, la lana grezza sarda, e dovevano far ginnastica obbligatoria, nonostante le pancette e i muscoli flaccidi. Ma anche afascisti e antifascisti, anziani e giovani, donne e bambini, lo odiavano per averli molestati e perseguitati per un decennio col saluto al duce e quello fascista, l’abolizione del lei e il sabato fascista, la premilitare, le evoluzioni ginniche e i salti nei cerchi di fuoco, le adunate e le cartoline-precetto, le divise d’orbace e i capi-fabbricati spioni. “Tutto possono perdonare gli italiani , -scriverà Galeazzo Ciano sul suo Diario, – tranne chi rompe loro i coglioni”.

 

Il bersagliere di Gallipoli

 

Caduto in disgrazia agli occhi del Duce, che l’aveva cacciato da palazzo Littorio privandolo di ogni carica e ogni onore, Starace veniva rappresentato come una sorta di capro espiatorio di tutte le ridicolaggini, le buffonerie, le cadute , i rovesci e le disfatte del partito, e dell’Italia intera. ”Prima ancora dei tedeschi, – scrisse Alessandro Lessona – la rovina del regime è da attribuirsi a Starace”. In realtà – dice Spinosa – fu una sorta di Pavlov del fascismo, e pensò che per organizzare militarmente il popolo e tenerlo legato alle regole di un automatismo burocratico, bisognasse sottoporlo, minuto per minuto, giorno per giorno, settimana per settimana, a una ferrea disciplina ripetitiva, che a lui non pesava affatto, essendo militare e ginnasiarca per “vocazione”. E comunque il “bersagliere di Gallipoli” fu solo un fedele e cieco strumento nelle mani di Mussolini, che l’aveva fatto salire alle stelle e poi gettato nelle stalle, nella polvere e nell’ignominia, dopo dieci anni di servizi e dedizione assoluta, in cui aveva sviluppato il proprio istinto narcisistico-teatrale, evidenziando i propri limiti in quanto a cultura e sensibilità estetica, nonché le proprie infantili vanità. Ma il tutto faceva parte dell’apparato fascista, rozzo, maschilista, becero, aggressivo, pragmatico. Eccolo allora in atteggiamenti trionfalistici, o comunque pieni di sé, nelle varie riunioni, o a bordo di navi, ai concorsi ippici, nelle gare di nuoto o di sci; alle mostre d’arte, alla Lega Navale, o stringere la mano del Fuhrer, sempre virilmente compiacente e compiaciuto di sé stesso, e di rappresentare il duce e il fascismo.

 

Il Duce era dio in terra

 

Mai pensò, neppure per un attimo, di poter un giorno diventare lui il Capo. Lui aveva bisogno del “Capo”, verso cui nutriva una vera e propria forma di idolatria. Tutto doveva ruotare intorno al DUCE, come in un sistema eliocentrico copernicano. Nella cosmogonia fascista, il sole era fascista – come disse Leo Longanesi – e il duce era il sole, il duce aveva sempre ragione, il duce era infallibile , il duce era Dio in terra. E Starace ne era convinto quando lo proclamava ai quarantadue milioni di italiani, costretti ad ascoltare i suoi discorsi enfatici, strampalati e pieni di sgrammaticature. Non si stancava mai di ripetere: “Italiani, siate orgogliosi di vivere nel tempo di Mussolini!”

 

Un cretino obbediente

 

Per dieci anni questo “caporale di scarsa intelligenza e cultura” era stato il suo “cretino obbediente”, come molti hanno scritto, e tuttavia chi gli successe nella guida del partito (Carlo Scorza) non è che abbia fatto meglio di lui, anzi, come evidenziò l’autorevole Mario Pannunzio sulle pagine de “Il Mondo”, proponendo anche la possibilità di una “cauta rivalutazione” della figura e dell’opera di Achille Storace nel quadro storico dell’Italia fascista, cosa che non è stata fatta neppure nella sua terra d’origine, il Salento. Anzi, se escludiamo un gruppo di oscuri fedelissimi volonterosi di Sannicola, probabilmente gli stessi che ne reclamarono le spoglie, nel 1957, per allestire, a proprie spese, nel piccolo cimitero di quel paese “fantasma” (Il libro sulla “Puglia” del Touring Club Italiano, ediz. 2005, Milano, non lo include neppure tra i paesi esistenti in quella regione) in cui Starace nacque, una modesta lapide con il nome, la data di nascita e morte, e una umile cappelletta, nessuno si ricorda più “don” Achille, come lo chiamavano a Gallipoli e dintorni.

 

Buttatelo giù per le scale di Palazzo Venezia

 

Ma torniamo nelle brume e nella nebbia di Milano, dove Starace era andato a vivere alla fine del 1944, reduce dal campo di concentramento di Lumezzane, dove l’aveva relegato il suo amato duce. A Milano c’era il figlio Luigi, debole e smidollato, che l’aveva rinnegato per timore dei facoltosi suoceri; lì c’era anche la moglie che da buona triestina lo aveva mandato a “scoa’ el mar “, ma con tutte le ragioni del caso avendola egli segregata a Gallipoli per tutta la sua folgorante e luminosa carriera. Starace è ormai un ingombro, uno zero assoluto, uno sbandato privato di tutto, di un ruolo, di un lavoro e di una dignità. Ma è rimasto fedele al regime e ad esso chiede disperatamente un appiglio, un nuovo approccio, una possibilità di riscatto, un ultimo appello, nonostante i mille silenzi e i brutali dinieghi del duce (“Se si presenta ancora qui buttatelo giù per le scale di Palazzo Venezia”, aveva ordinato Mussolini).

 

Nudo alla meta

 

Si trova in condizioni di estrema povertà, è affamato (ha trasformato il giardino di casa in cui vive in un orto e vi coltiva rape e cicoria), né riesce in alcun modo a risollevarsi. Col quel nome che si ritrova, nessuno gli dà un lavoro, neanche il più umile. Inizialmente aveva tentato di metter su una società d’affari immobiliari, la Glaxo, ma l’iniziativa era fallita perché il suo nome è inviso, tant’è che i suoi due nipoti, figli di Luigi, lo cambieranno in “Viola”, nome della madre. Si può ben dire che l’ex gerarca è giunto “ nudo alla meta”, proprio come il duce aveva ordinato agli italiani, ma da sconfitto e non da vincitore. E con tutto il suo lungo passato assoluta dedizione, soggezione e cieca obbedienza, nudo, a ben vedere, lo era sempre stato dinanzi al Duce. Del resto, – aveva scritto Montanelli – , “ quando Mussolini ti guarda, non puoi che essere nudo davanti a lui. Ma anche lui sta nudo davanti a noi. Lo amiamo? Non credo. Ma forse sarà meglio lasciare nell’ombra di una certa indeterminatezza questo complesso rapporto tra lui e noi o l’inquietudine continua in cui ci tiene. Amarlo. Ma non desiderare di essere le favorite dell’harem”.

 

La mia fede non ha mai vacillato

 

E invece lui quello aveva sempre desiderato di essere, la favorita dell’harem di Mussolini, fin da quel lontano giorno in cui lo conobbe, a Milano, nella sede del Popolo d’Italia, a pochi passi dal Duomo. Lui, il giovane capitano dei bersaglieri, eroe della prima guerra mondiale, con tanto di medaglie d’argento e di bronzo appuntate sul petto, e la fronte imperlata di sudore per l’emozione di stare al fianco dell’indiscusso capo del fascismo, Benito Mussolini, che aveva fatto la guerra pure lui, ma da oscuro caporale e senza compiere alcuna impresa memorabile. Mussolini lo squadra, poi lo guarda negli occhi, Siete coraggioso – gli dice – Meritate di fare il segretario del Fascio a Trento. Partite subito”. Quell’uomo fatale per tutti gli italiani (“chi si riconosce genio e faro delle genti, non sospetta d’essere un moccolo moribondo, o un quadrupede ciuco”) sarebbe stato, fino alla fine della sua vita, il suo Capo, il suo Dio, il suo Tutto. Continuava a venerarlo anche ora, nonostante l’avesse messo al bando, umiliato e scacciato come un cane rognoso, messo in prigione, relegato in un campo di concentramento. Continuava a scrivergli lettere appassionate: “Non sono mai venuto meno al mio dovere La mia fedeltà è stata, è e sarà quella che voi conoscete. La mia fede in voi mai ha vacillato, e mai vacillerà, anche se foste abbandonato da tutti.” Ma proprio cieco e stupido, Starace non doveva essere se ad uno dei rari amici che gli erano rimasti aveva detto: “Sono stato soltanto il funzionario imperiale che provvedeva alle plebi i giochi del circo, ma ora è finita, finita per sempre”. E che era finito tutto, il fascismo e la guerra, se ne era accorto molto prima, in Albania, nel 1941, ma aveva avuto il torto di dirlo al re, a quattrocchi, e ciò gli costò il posto. A Mussolini non avrebbe mai osato dirglielo.

 

Dove vai, Starace?

 

Ma ora è proprio tutto finito, per i fascisti, in quel rigido fine Aprile del 1945 (“Aprile è il mese più crudele”), che fuggono da tutte le parti e cercano una difficile, impossibile, via di scampo, ed è proprio lui, paradossalmente , che non è smontato di cavallo , non sembra accorgersi di quello che sta accadendo intorno a lui, a due passi da lui. A Piazzale Loreto. Non fa nulla per occultarsi, per squagliarsela in Puglia, nel suo Salento, né aveva voluto farlo prima, quando forse era ancora possibile, ma sapeva bene che anche nella sua regione, in quell’estremo tacco del sud, non era amato. A parte i baresi e i foggiani che avevano il loro ras in don Peppino Caradonna, i leccesi non lo volevano affatto come loro ras, anzi i leccesi non volevano alcun ras, e lui lo avevano più volte contestato e sfottuto. A Lecce ancora oggi qualcuno ricorda la memorabile pernacchia che gli aveva fatto Carmelo Greco, un vero artista nel suo genere, capace di intonare colle sue terribili pernacchie “Giovinezza” e la marcia reale. E i gallipolini? Beh, praticamente lo hanno sempre ignorato, com’è loro abitudine per tutti coloro che non vivono sullo “Scoglio-universo-mondo. Hanno fatto così anche con i padri della patria. Ma a dirla proprio tutta, i gallipolini se ne vergognano un po’. Infatti nessuno protesta quando si dice che è nativo di Sannicola, paese fantasma, com’è nella realtà dei fatti, ma allora era solo “Villa San Nicola”, una delle tante frazioni di Gallipoli, coi suoi bei “casini”, che si possono ammirare tuttora, veri e propri gioiellini architettonici, villini dove i nobili e i ricchi borghesi gallipolini passavano l’estate, e in uno di questi splendidi casini nacque don Achille, anno di grazia 1889, il 19 agosto, segno del Leone. Intanto i partigiani , i giustizieri “rossi” sono a caccia di gerarchi fascisti, assetati di vendetta. E hanno dipinte sui volti le insegne di guerra, volti pieni di odio e di una ferocia totale, occhio per occhio, dente per dente; sono in cerca di scalpi, ed ecco scorgono il suo mentre fa jogging per le vie di Milano. Questa mania della ginnastica, che sconfinava nel delirio psichico, lo accompagnò sempre, e forse lo aveva salvato dalla pazzia, quando Mussolini lo aveva fatto rinchiudere nelle prigioni degli Scalzi di Verona, per oltre sei mesi, e poi lo aveva mandato nel campo di concentramento di Lumezzane, dove era stato altri tre mesi. I partigiani sono sorpresi, increduli nel vedere un gerarca così famoso come lui andarsene di corsa per le vie della città, come un cittadino qualsiasi, ignaro degli accadimenti delle ultime ore. Dove vai, Starace, gli grida un giovane partigiano dalla camionetta. Vado a pendere un caffè!, risponde lui. Ma le battute scherzose si fermano qui.

 

Non disse neppure una parola

 

Un attimo dopo scendono dal Camion tre partigiani, gli spianano contro i mitra, e sotto una gragnuola di calci pugni sputi e improperi d’ogni sorta, lo sospingono in un’aula del Politecnico, dove viene sottoposto ad un processo sommario, che si conclude rapidamente con la condanna a morte. Avrebbe potuto dire a quella sorta di Santa Inquisizione Rossa che era un poveraccio, uno che faceva la fila alla mensa di guerra, uno che non contava nulla ormai da tempo, un fantasma. Anzi avrebbe potuto dir loro che il primo ad averlo punito per colpe mai commesse era stato proprio il fascismo e che Mussolini in persona lo aveva fatto imprigionare e mandato in un campo di concentramento. Ma non disse nulla, neppure una parola.

 

Mussolini è morto!

 

Nell’interrogatorio, dinanzi a quel tribunale ridicolo fatto di un paio di vecchie volpi della politica e uno stuolo di ragazzini imberbi, egli proclama, a voce alta, e con orgoglio, che è “fascista”. E fascista sarò all’infinito. Poi si siede sui banchi, a braccia conserte, quasi pacificato e sereno, con un sorriso che già guarda lontano, guarda “oltre”. E di nuovo un coro di insulti, grida e pernacchie s’abbatte su di lui di fronte ad un fotografo coi suoi flashes frettolosi e irrelati, e alle spalle un partigiano con la pistola spianata alla sua testa, come se avesse qualche possibilità di smaterializzarsi e tentare una fuga. Sui banchi di quella scuola-tribunale passa la notte, attorniato dai ragazzini, minacciosi con i loro mitra spianati, poi vengono altri e uomini e donne di partigiani, che gli gridano in faccia tutti gli insulti e le maledizioni possibili. Il mattino dopo si sente svuotato, privo di ogni energia. E’ duramente provato, spaurito, stanco, ma non domo. E’ il 29 aprile 1945. I partigiani hanno già ucciso Mussolini , e ora lo stanno portando a Milano, in Piazzale Loreto, per esporlo al pubblico ludibrio, e seviziarne le spoglie, come hanno fatto con gli altri cadaveri. “Mussolini è morto! Lo abbiamo giustiziato!”, grida trionfante un partigiano dai capelli rossi.

 

Il suo volto è una maschera nera

 

Starace non ci crede, non ci vuole credere. Nella sua ingenuità, ad un certo punto della sua vita, aveva realmente creduto che il duce fosse immortale. Ma l’esplosione di gioia dei giovanissimi partigiani, e le grida trionfali della folla e delle donne , (“che avevano smesso di preparar Balilli a la patria”) che si riversa per le strade è così grande, straripante, che non gli lascia più dubbi. Il duce è morto, è il tragico epilogo d’una lunga, e dolorosa avventura che aveva avuto anche lui, il cretino obbediente, l’ombra del duce, il mastino, il caporale ottuso, il ragioniere fesso, il cavalcatore e il saltatore folle, il rompicoglioni, tra i protagonisti della storia di nero vestita. “I fascisti avevano lastricato dei più verbosi buoni propositi la via dell’inferno. Tutto aveva cospirato d’impeto in quella tromba d’aria e di polvere che levò se stessa fino a baciare il culo delle nuvole, struggitrice d’ogni separazione dei poteri e del vivente essere che si suol chiamare la patria”. Lo trascinano fuori dall’aula, lo caricano sul un autocarro scoperto , gli fanno fare il giro della città, come usava un tempo, alla gogna. La popolazione milanese lo insulta, gli sputa, lo irride, gli lancia sassi, escrementi e manciate di terriccio molle. Il suo volto diviene rapidamente una maschera nera, di sangue e melma.

 

Pronto a morire come un cane fedele


Arrivano a Piazzale Loreto, al cospetto del cadavere di Mussolini che pende a testa in giù dalla tettoia di un distributore di benzina. Starace vede solo lui, non distingue, non riconosce i cadaveri degli altri giustiziati che, in uno scenario macabro, orrendo, da film dell’orrore, egualmente pendono a testa in giù. Non ravvisa nemmeno le fattezze dell’amante del duce, Claretta Petacci. Lui non ha occhi che per Mussolini, contempla il suo corpo inanimato e rivede per un attimo quelle giornate così splendidamente romane, con le parate, il duce avanti, e lui due passi dietro, la sua ombra nera al sole dorato di Roma che batte sul travertino e su ogni facciata delle chiese, attimi di pura gioia, di grandezza, di felicità, e poi quel suo modo sprezzante, crudele di offendere. Voi siete stato sempre un cretino, prima eravate un cretino obbediente, ora cretino e basta. Il caporale Starace vede le spoglie dell’uomo che ha dominato tutta la sua esistenza, che lo aveva glorificato e umiliato, che lo aveva portato troppo in alto , senza averne il merito, e spinto troppo in basso , senza averne colpa. Era stato la sua ombra, il suo bulldog, in vita, e ora si trovava lì pronto a morire proprio come un cane fedele.

 

La marcia su Gondar

 

E’ diabolicamente attratto da quel corpo esanime, così come ne aveva subito il fascino irresistibile negli anni memorabili del trionfo. Capisce che tutta la sua vita è stata un trionfo effimero, capisce che è giusto ora pagarne il prezzo. Mussolini era già morto da tempo, è stato vivo solo attraverso me, pensò, con me egli era onnipresente, anche se astratto, irreale. Ero io che portavo con me il duce alle cerimonie, ero io che facevo i suoi discorsi. Ero io il Vattel francese, il più grande organizzatore di spettacoli e parate del XX secolo. Nessuno potrà dimenticare le parate in via dell’Impero e resta memorabile, indimenticabile quella per la visita del Fuhrer, che spinse Trilussa a dire “Roma de travertino, rifatta de cartone, saluta l’imbianchino, suo prossimo padrone”. Che splendide erano state quelle giornate romane, quando il sole dorato baciava il travertino di ogni facciata della chiesa, e lui, a due passi dal duce, passava in rassegna la milizia! C’era qualcosa, un non so che somigliava alla felicità…Sì, in fondo aveva avuto anche momenti di autentica gioia, in quelle inalazioni d’ambrosia col naso e poi giù giù, nei polmoni, stando vicino all’uomo più potente della nazione, novello Cesare, tradito, pugnalato, come Cesare, appunto…

 

In un flash back tutta la sua vita

 

“Fate presto, invece di picchiare e di insultare un uomo che state per fucilare”, dice con orgoglio al giovane partigiano che gli sta a fianco e lo spintona col calcio del suo fucile. Lo portano davanti al muro dove sarà fucilato, anzi mitragliato. “Una scarica di mitra è realtà, mi va bene, certo. Ma io chiedo che dietro questi due ettogrammi di piombo ci sia una tensione tragica, una consecuzione operante, un mistero, forse le ragioni, o le irragioni del fatto ... Il fatto in sé non è che il morto corpo della realtà, il residuo fecale della storia”. E forse rivide in quegli ultimi attimi, in un rapido flash-back, tutta la sua esistenza. Ripensò se stesso tra le corti e i vicoli di Gallipoli, o seduto sui gradini della cattedrale di Sant’Agata, insieme ad un gruppo di “vagnoni” di cui diventa subito il capo: è il più veloce, il più agile, il più forte, nessuno può stargli pari, anche in mare, quando vanno a pescare alla Purità. Ma nella scuola non eccelle, e presto si stufa della vita nel piccolo borgo natio e a sedici anni se ne va a Venezia dove completa gli studi di ragioneria. Poi un matrimonio, a soli vent’anni, con la bella Ines Massari, che parcheggerà per tutta la vita a Gallipoli, e la carriera militare, ufficiale dei bersaglieri, la Grande Guerra che vede il suo coraggio premiato, i figli, Fanny e Luigino, lei tutto il padre, lui tutto la madre. E infine l’uom fatale che gli affida i primi incarichi di manganellatore nel Trentino la marcia su Roma, l’organizzazione della Milizia, l’elezione a deputato, vice segretario, luogotenente della Milizia, membro del Gran Consiglio, Segretario del partito. E poi la guerra in Etiopia, la lunga marcia alla conquista della città Santa, Gondar, dalla cui esperienze nasce il famoso, quanto bruttissimo, libro “La marcia su Gondar”, – che non piacerà affatto al duce – ed anche il Lungomare Gondar, a Gallipoli, che sarà cancellato solo nel 1980, sostituito da Galileo Galilei, dal Sindaco comunista Mario Foscarini. Flashes di memoria con il piccolo Gioacchino , prediletto dal nonno, per il quale ferma il treno alla stazione Termini (gli regalò un cockerino), quel Gioacchino Stajano che prenderà parte a “La dolce vita” di Fellini e diventerà poi “Gioacchina”, donna , di rara sensibilità estetica e artistica.

 

Viva il Duce!

 

Poi la decadenza, la guerra in Albania, le ferite, il triste ritorno con la lettera del duce sulla scrivania. “Ritengo concluso il vostro ciclo. L’opera da voi svolta in questi ultimi tempi non mi ha soddisfatto”. La solitudine sconfinata, venata di ingiustizia. “Ho trascorso il Natale solo come un cane”, scrive a Fanny, che gli manda la scapece e lu mieru, e gli dice Papà, torna a casa. Ma lui si ostina a rimanere nella sua villa di Ostia, in attesa di tempi migliori: “Le giornate, tutte le giornate, sono molto tristi per me, ma devo aspettare qui la mia resurrezione”. E poi il carcere degli Scalzi, a Verona, dove erano i traditori Ciano, Gorini, Tarabini e De Bono, a supplicare e a piangere. Tutti fucilati, anche Ciano nonostante Frau Beetz e la stessa Edda Mussolini. Ora toccava a lui. “Eccomi, sono pronto. Fate presto”. Il capitano Marino, nome di battaglia di Angelo Galbiati, fa disporre il plotone che deve eseguire la condanna mediante fucilazione alla schiena. Ma il plotone non è ancora pronto. Starace è stato portato sul luogo di esecuzione e volge la faccia al muro: “Fate presto!”, dice ancora una volta. E vede una barca sul mare, un cavallo bianco nella città santa di Gondar, un ghiacciolo nella luna. Fate presto. Il capitano Marino ordina il fuoco, i mitra crepitano e Starace cade, gridando “Viva il duce!”, nell’attimo stesso tenta di alzare la mano per un ultimo saluto fascista, ma il gesto rimane a mezzaria, incompiuto, e si tramuta in uno sberleffo grottesco. Gli uomini no stanno ovunque, tra i nazisti, i fascisti, ma anche fra i partigiani, aveva detto Giuseppe Inzeo.

 

Una vita discussa ma non inutile

 

La sera, i cadaveri di Piazzale Loreto, staccati dai ganci del distributore di benzina, vengono trasportati all’obitorio di via Ponzio in misere casse di legno grezzo. La salma di Mussolini subirà trafugamenti e penose vicissitudini, mentre il riposo di Storace non verrà scosso da altri eventi fino al 1957, quando un Comitato di Sannicola, paese fantasma, ne chiede e ottiene le spoglie, tumulate nel camposanto del suo luogo natio. Romano Mussolini, il più piccolo dei figli del duce e il meno contaminato dalla retorica fascista, disse che “l’allontanamento di Starace coincise con la decadenza del partito fascista. E’ vero che la guerra cominciò ad andare male, ma proprio per questo motivo Starace sarebbe stato meglio al suo posto, meglio di qualsiasi altro, certamente non avrebbe agito come Carlo Scorza che non mosse un dito per difendere mio padre la notte del 25 luglio 1943. D’altronde la stessa morte da valoroso di Starace ha chiuso una vita discussa ma non inutile”.


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