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Si ricomincia...
Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
La guerra totale PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Augusto Gughi Vegezzi   
Domenica 24 Gennaio 2016 08:58

[Pubblichiamo di seguito un estratto del romanzo di Augusto G. Vegezzi, Due giovani nella tragedia della guerra
civile, Il mio libro 2015.]

 

“La guerra in un primo momento è la speranza che a uno possa andar meglio, poi l'attesa che all'altro vada peggio, quindi la soddisfazione perché l'altro non sta per niente meglio e infine la sorpresa perché a tutti e due va peggio.” Karl Kraus



Ogni martedì mi recavo in città per seguire le lezioni al Liceo. L’alba era stupenda. Basso nel cielo di cristallo il sole, rosso fuoco, sfolgorava tra lunghe bave di nuvole rosa-viola. Gli alberi apparivano scintillanti, ridotti dal gelo a fantastiche statue di cristallo. Che gioia pedalare veloce, nonostante il velo di ghiaccio sulla strada, pregustando l’incontro con compagni e compagne. L’aria frizzante mi accarezzava il volto, dolce come un infinito bacio. Arrivai molto prima prima delle otto: il cancello era ancora chiuso. Gettai nel mastello all’ingresso il soc, il ceppo da ardere che ogni studente portava come contributo per riscaldare la classe. Incatenata la bici a un palo, decisi di fare un giro nel centro. Incontrai solo le ronde tedesche, che sorvegliavano le strade attorno al loro Comando. Giunto davanti allo splendido duomo romanico, la straziante lagna delle sirene suonò a lungo. Allarme. Aerei in avvicinamento. Capitava spesso che arrivassero e proseguissero per altre mete. L’ ululato si ripeté. Probabile bombardamento. La gente fuggiva dalle case per precipitarsi nei rifugi. Un prete uscì di corsa dal duomo, quasi rotolò dalla scalinata e scomparve nel vicino vescovado. 
Notai che la porta era rimasta socchiusa e m’inoltrai nelle tenebre del tempio. Un antro immenso, gelido, buio con qualche lume baluginante. Un oscuro terrore mi strinse la gola. Brividi mi correvano lungo la schiena. Ricordai le serate col Grande penitenziere. Mi girai per fuggire. Strinsi i denti e decisi di salire sul campanile, altissimo, una postazione eccezionale per osservare i tetti della città, la pianura fino alle Alpi e agli Appennini, il cielo e gli aerei. La porta di accesso alle scale era aperta. Entrai e cominciai a inerpicarmi. Oltre trecento scalini, dicevano. Nel buio pesto, il cigolio delle rampe di legno e i gelidi spifferi rinnovavano la paura, che mi afferrò alla gola con un crampo doloroso. Resistetti all’impulso di scendere e mi affacciai a una delle grandi quadrifore al culmine del campanile, nel trionfo del cielo azzurro e del sole abbagliante. Fui preso da un entusiasmo febbrile. Nessun aeroplano in vista. La città era tutta bianca di neve. Silenzio nel cielo, silenzio in terra. Alcuni falchi si libravano sicuri, planavano in arabeschi misteriosi. Nelle strade vuote nessuno, solo silenzio. La città si rivelava un’assiderata geometria, la piazza sotto di me un desolato De Chirico. Alla paura subentrò una serenità eccitante nell’aria cristallina.

Sentii dei passi; qualcuno arrancava sulle ultime rampe. Mi acquattai dietro a un muretto. La paura mi strinse di nuovo la gola. Mi avevano visto e venivano a prendermi? Una snella figura si stagliò contro l’azzurro del cielo. Il sole mi abbagliava ma riconobbi Lili, la Somala, una profuga del perduto impero africano, una mulatta bruna, selvaggia, grandi occhi verdi, che frequentava la quinta allo Scientifico. La sua voce rauca squarciò il silenzio: «Ecco il pensatore bizzarro. René ti chiami, vero?»
«Ecco la famosa Somala, il genio matematico».
«Grazie. Sembra che abbiamo inclinazioni antitetiche. Magnifico punto di osservazione per studiare un bombardamento. Vediamo se hai fegato o se scappi ai primi boati».
«Grazie mille, ma so chi scapperà per prima».
«In Africa ho avuto tante esperienze di bombardamenti, battaglie, prigionia e peggio. Nemmeno t’immagini cosa deve affrontare una ragazza in guerra. Per poi trovare rifugio in questo culo del mondo. Oh, che meraviglia. Da qui l’infelice dis-Piacenza è magnifica. E così la campagna. La pianura innevata, un’infinita coltre bianca, incorniciata dalle candida chiostra delle Alpi e degli Appennini. Fantastico. Dio, se esiste, gioisce contemplando questo paesaggio e così evita di vedere i serpenti a sua immagine e somiglianza che strisciano a terra».
«Lucida, mordace e sarcastica. Capisco perché ti chiamano la Pantera nera. Ti voglio stupire. Sono d’accordo con te. Quasi. Piacenza, bellissima, amo et odi, la amo e la odio».
«Lucido e cortese. Micro Feuerbach, sono fiera del mio nom d’art. Stiamo a vedere cosa accadrà».
Un lontano ronzio interruppe il non proprio cordiale duetto e in pochi minuti un cupo rombo riempì il cielo e dissolse ogni illusione. Le sagome argentee di decine di aerei si profilarono in fitte formazioni, trascinandosi candide scie che descrivevano nell'azzurro infinito larghissime curve sfumantesi nell'orizzonte. Disordinate cortine di fiocchi nero-biancastri velarono il cielo, simultanee al crepitio di esplosioni: il fuoco di sbarramento della Flack. Uno spettacolo fantastico e inutile. 
Indifferenti, intatti, implacabili, i cacciabombardieri P47 americani si avventarono a ondate, in picchiata fino a sfiorare i campanili e le altane, seminando l’orrore. Poi comparvero le fortezze volanti, mostruosi avvoltoi della distruzione, alte e indifferenti ai fiocchetti di fumo della contraerea, e sganciarono serie di puntolini neri, ciascuno una bomba da quattro quintali. Poi irruppero di nuovo i P47, ora a volo radente, a bombardare e mitragliare. 

Io e Lili, fianco a fianco, terrorizzati ed emozionati, vedevamo le bombe cadere scintillanti ed esplodere in fitte sequenze, arando il centro con devastanti lingue di fuoco. Sull’imponente scenario dei tetti innevati dei palazzi e delle chiese grappoli di lampi gialli, violacei e rossastri si rincorrevano e si sovrapponevano in una fantasmagoria oltre ogni immaginazione. In diversi punti della città le case esplodevano una dopo l’altra, disegnando scie di catastrofi. I tetti volavano verso l’alto, come fogli di carta, frantumandosi in sciami di coriandoli variopinti. Le altane s’innalzavano e sparivano nel vuoto. Intere facciate venivano travolte e si sgretolavano già a mezza altezza. Nuvole bianche, nere e rossastre, balzavano vorticose verso il cielo, si contrapponevano e mescolavano, rutilanti, illuminate dai violenti bagliori di nuove esplosioni. Ovunque cortine di fuoco e fiamme, o nuvole di polvere e fumo. 
Prima vedevamo le esplosioni e dopo alcuni attimi venivamo investiti insieme da folate d’aria e da frastuoni in tutte le variazioni possibili: tuoni, sibili, strepiti, rombi, schianti, crepitii, boati, sgretolii, tonfi. Infine le esplosioni si diradarono e l’urlo dei motori si smorzò e svanì a sud. Gli avvoltoi tornavano ai loro covi. 
Durante il bombardamento restammo affacciati alla grande quadrifora, come in trance, incuranti del pericolo. Voilà, la guerra. Queste catastrofi. Queste distruzioni. Questo putiferio di suoni, rumori, colori, bagliori. La guerra totale, una catastrofe assurda preparata e prodotta con razionalissime tecnologie.
Storditi e sbalorditi, in un silenzio irreale, io e la Somala ci riprendemmo dal panico e dall’orrore; e ci rendemmo conto che, inconsciamente, c’eravamo stretti l’uno all’altra. L’orizzonte di distruzione non lasciava scampo. La città bi-millenaria, la città amata-odiata, triste, mortificante, la città dal clima terribile, esagerata nel freddo come nel caldo, avvolta da nebbie fitte per sei mesi, coperta da un cielo caliginoso per gli altri sei, con la sua gente introversa, diffidente, invidiosa. La città chiamata Piacenza mezza distrutta appariva orrenda. 
Guardai la ragazza e vidi lacrime sulle sue gote. Ecco. Anche lei, amore e odio. L’africana forse condivideva i miei ambigui sentimenti di piacentino di nascita e apolide per scelta. Quando si parla di affinità elettive. Sentii che condividevamo analoghi giudizi, identiche ambivalenze. Poi scorsi nel suo sguardo una luce selvaggia. Lili mi attrasse a sé e mi baciò ferocemente. Mi succhiò le labbra, la lingua, il respiro. Poi, come in un delirio, prese a strapparmi i vestiti, sempre baciandomi. Ero stupito e travolto. Anch’io, baciandola, la spogliavo e infine le sollevai la gonna e le strappai le mutandine. Il sole era abbagliante ma faceva freddo. Mezzo nudi e dimentichi di tutto, sulle pietre secolari, sotto le grandi bifore dominate dall’angelo di bronzo, perse inibizioni, razionalità, coscienza, facemmo freneticamente l’amore, finché scordammo il dolore degli uomini e ci inabissammo nel fondo più fondo dell’umano, dove la voluttà cancella barriere, tabù, idoli, dove si naufraga nell'ebbrezza della vita. Poi giacemmo nell'abbrivo dell’incanto che dissolve l’io, la realtà, il mondo. Lili ora mi abbracciava teneramente e la sua bocca sulla mia gota, sussurrava: «Dolce, dolcissimo, dolce amore». 
La guardai. Perduta, beata, aveva occhi trasognati e raggianti. Anche in me si diffuse un’esultanza sconosciuta, una pienezza serena, una gioia sognante. Ci sentivamo uniti, quasi che i nostri animi e corpi si fossero fusi in una profonda, dolce intimità. Mentre ci rialzavamo mi guardò con un'espressione buffa e scoppiò in una risata argentina che mi contagiò. Con le mani intrecciate ridevamo a perdifiato, felici e complici, nell'abbrivo dell'incanto e della forza della vita che sgomina la morte.
Il rombo dei P47 annunciò il ritorno dei predoni. Ci precipitammo giù dalle scale e raggiungemmo un vicino rifugio. Quel giorno con brevi intermezzi si ripeterono ventotto raid aerei. Verso sera, senza cessato allarme, la gente esasperata cominciò a uscire dai rifugi nella città devastata, tra il turbinio di fiamme, polvere e fumo, lo scroscio di muri frananti e il coro di lamenti e grida umane.
Anch’io e Lili ci trovavamo nella folla che si trascinava qua e là come impazzita. Uno scenario spettrale. Molte facciate si ergevano ancora, interamente svuotate dell’interno, emblemi spettrali della tragedia. Altre case invece stavano ancora ritte, ma scortecciate della facciata, mostrando ad occhi estranei i segreti celati da sempre: pareti colorate, piastrellati di bagni e cucine, rampe di scale che iniziavano e si perdevano nel nulla, alcove complici nascosti amori o delitti, magazzini di miserie occultate. Scheletri di case in deshabillé, arlecchineschi, osceni. Una farsa nella tragedia. 

Sulla sagrato del duomo una bambina seminuda, in stato di shock, gli occhi sbarrati nel vuoto, caracollava e saltellava, emettendo un guaito continuo e agghiacciante, quasi l’ululato di un lupo. Cercammo di soccorrerla, mi tolsi il cappotto per coprirla ma sgusciò dalle nostre mani e corse via, sempre ululando la sua disperazione. A un tratto un gendarme tedesco, enorme, con un grugno feroce, la afferrò saldamente e la strinse tra le braccia.
“Che fa quel mostro? La vuole rapire?». Corremmo per soccorrerla. Avvicinandoci sentimmo che con un voce di basso il guerriero le cantava Heilige nacht, stille nacht. La piccola pian piano si acquietò, forse per il calore di un essere umano, forse per il ritmo del canto. Perfino quell'assassino di mestiere aveva un cuore.
Schiere di fantasmi stralunati camminavano barcollando tra le rovine. Molti morti, uomini donne e bambini, giacevano bruciacchiati o travolti dalle macerie. Molti vivi gesticolavano come marionette o si accasciavano a terra, il viso schermato tra le mani tremanti o camminavano ciondolando fuori di senno. Il cielo, oltre le colonne di fumo, indifferente si abbuiava. 
In breve la piazza fu brulicante di pompieri, ambulanze, medici, crocerossine, preti, becchini, autorità in un caos di ordini, contrordini, sfuriate, scontri verbali, impotenza, disperazione. 
Poi lentamente cominciarono a funzionare i soccorsi. Arrivarono altri cittadini per aiutare e confortare i superstiti, fornire le prime cure, ricuperare feriti o sepolti. Ai margini pattuglie tedesche e fasciste in armi sorvegliavano, spettrali e indifferenti. 
Ci unimmo a un gruppo di pompieri, trasportammo tubi e scale, spostammo con le mani macerie, confortammo feriti. Nel fervore dei soccorsi non trovammo il tempo per lasciarci travolgere da compassione e orrore. Bisognava fare, aiutare, lenire. Nell’urgenza dei soccorsi ci perdemmo di vista. A metà pomeriggio per pochi minuti c’incontrammo presso un grande secchio d’acqua e bevemmo dallo stesso mestolo. Stravolti, disfatti, i vestiti chiazzati di sudiciume, di sangue, ci abbracciammo. Dissi, disperato: «E noi siamo ancora vivi».
«Già. Verrebbe voglia di non esserci più. Troppi feriti e morti. Troppo dolore».
«E’ la guerra totale, l’orrore che distrugge tutto e tutti, senza senso».
«E’ vero. Nessuna giustificazione, nessun senso».
Così la tragedia della guerra marchiò per sempre il nostro animo, un incancellabile incubo. Per chi suona la campana? Anche per te.

Improvvisamente le bordate della Flack tambureggiarono scomposte, mentre il crescente rombo di motori annunciava il ritorno dei predatori. Fu un fuggi fuggi frenetico e disperato. Grappoli di boati non lontani annunciarono che il bombardamento era ripreso. Durò pochi minuti. Una squadriglia in ritardo, dispersa, pigra? Forse. Ma non mancò di infierire ancora sulla città martirizzata. Dopo una decina di minuti, un cupo silenzio segnalò la fine del pericolo. Pian piano ripresero febbrili i soccorsi.
Al crepuscolo, stralunato e a pezzi, cercai invano Lili, poi ripresi la bicicletta e mi avviai verso casa. Mentre arrancavo sulla lieve salita, mi resi conto di quanto mi era capitato e di quanto ero cambiato, quasi un quadruplo salto mortale in un giorno lungo come anni. E spontaneamente canticchiai i versi di Nello, il poeta dionisiaco: Tam tam la vita/ tam tam la morte/ tam tam l’amore. “Forse è così che nel 1945 si diventa uomo a diciassette anni” pensai con angoscia e fierezza. In un giorno era successo l’inconcepibile. Ero lucido, avevo visto, vissuto e capito tutto; ricordavo tutto. Mi sentivo uomo e umano. Soprattutto nel profondo del mio corpo e animo rimanevano incandescenti l’incanto e la beatitudine con Lili. Di più, l’abbraccio, la fusione, l’amore... ReLili. Sì. L’Amore.
Giunto stremato alla villa, trovai Lea e Max in disperata attesa. Di colpo esultanti, non finivano di abbracciarmi e baciarmi. Poi raccontai loro quello che era avvenuto in città, tralasciando Lili.
Lea commentò, la voce rotta nel pianto: «Non è possibile. Centinaia di morti. Anche i bambini. Che angoscia. Poverino. Il mio René. Il mio bambino».
Mio padre, che appariva sconvolto come mai lo avevo visto, aggiunse: «Molti palazzi del centro distrutti! E tanti altri lesionati. E le vittime! Ma è una catastrofe. La nostra bellissima città devastata come mai prima. Che disastro». 
La notte trascorse in un sonno pesante, turbato da sogni e incubi. All’alba, sorridendo, ritrovai in me l’incanto e la beatitudine del mio amore.

 

 


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