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Mario Marti e il Salento PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Marco Leone   
Domenica 28 Febbraio 2016 07:48

[in "Presenza taurisanese"  anno XXXIV n. 2 - febbraio 2016, p. 6.]

 

È già trascorso un anno, oramai, dalla scomparsa di Mario Marti, avvenuta il 4 febbraio del 2015. Immediatamente a ridosso della sua morte, e nel periodo successivo, non sono mancate occasioniper celebrarne la figura, l’opera, gli studi e anche ora, in vista del triste anniversario, sono in programmazione varie iniziative commemorative, a conferma che il ricordo di Marti è vivo e non accenna affatto a sbiadire. Quando Gigi Montonato mi ha chiestodi scrivere di Mario Marti per la sua rivista, ho accettato dunque con piacere, ma anche timoroso di ripetermi eben consapevole che il genere necrologico, già di per sé convenzionale ed enfatico, può diventarlo ancora di più, se applicato a un uomo e a uno studioso come Marti. E allora, poiché il pericolo di edulcorazioni agiografiche o repliche scontate è sempre dietro l’angolo, sarà meglio concentrarsi su dati oggettivi, certi, veridici, secondo un approccio cheforse non sarebbe dispiaciuto all’illustre defunto, per stilareuna sorta di bilancio in tre punti, assolutamente parziale eprovvisorio,dell’impatto che l’opera e l’attività di Marti hanno avuto sulla cultura, non solo accademica, d’area salentina.

1)  Va preliminarmente precisato che si è trattato di un impatto con ricadute forti e radicalmente innovative, anche se talvolta depotenziato da eventi e circostanze nonriconducibili alla diretta responsabilità dello studioso. Come è noto, Marti è stato il fondatore di un indirizzo di storiografia letteraria, teso alla riscoperta e alla valorizzazione di autori e opere (talora di primo piano) di Terra d’Otranto, elaborato in continuità con la scuola salentina erudita di secondo Ottocento, ma su presupposti metodologici profondamente diversi e totalmente aggiornati. La zona della letteratura regionale non è più, infatti, oggetto di rivendicazione municipalistica, ma campo di applicazione di consapevoli e robuste direttrici metodologiche di impianto filologico-storicistico, non disgiunte dall’esame dei dati formali e stilistici dei testi e miratea rivalutare la reale identità di questa letteratura, sullo sfondo di questioni cruciali sapientemente affrontate e risolte: il rapporto maggiore-minore e quello fra centro e periferia, fra regione e nazione, nel solco della riflessione, positivista prima e dionisottiana poi, riguardoal policentrismo della tradizione letteraria italiana. Sono problemi ben noti, sui quali è superfluo soffermarsi oltre, mentre è invece opportuno sottolineare che Marti avvia questa sua linea storiografica, per così dire, controcorrente, pur avendo alle spalle l’autorevole esempio di Dionisotti e le specifiche tendenze della critica letteraria coeva, in una stagione culturale in cui sul piano locale si guardava ancora con diffidenza a simili operazioni, avvertitecome retrograde e conservatrici. Anche se non mancano luoghi di codificazione teorica (soprattutto i libriCritica letteraria come filologia integrale eDalla regione per la nazione), i principi metodologici di questa linea storiografica scaturiscono soprattutto dall’analisi sulla concreta fenomenologia letteraria dei minori, quasi che questi studi (saggi ed edizioni), e non quelli sui grandi autori, abbiano costituito per Marti una specie di laboratorio ideale per l’individuazione diprecisi criteri di orientamento. Il frutto più significativo di questo filone di ricerca è rappresentato dai volumi della “Biblioteca salentina di cultura”, poi divenuta, con il cambio di editore, “Biblioteca di scrittori salentini”, un’impresa notevole nel panorama della storiografia letteraria di secondo Novecento, che non conta molte altre operazioni di analoga complessità in riferimento alle letterature d’ambito regionale: oltre venti volumi e decine di autori e di testi riportati alla luce secondo norme di rigorosa scientificità, dopo un vero e proprio scavo filologico.

Ora, se è innegabile il riflesso positivo di questa attività di Marti e dei suoi collaboratori nel dissodamento di terreni pressoché incolti e insondati e nel recupero di testimonianze letterarie di prim’ordine, non si può dire lo stesso per ciò che riguarda il riverbero “nazionale” di questa suaoperazione storiografica: le indagini sui minori, soprattutto d’estrazione meridionale, continuano purtroppo a essere guardate con perplessità in ambito accademico e concorsuale, come spia di interessi marginali e localistici, la loro ricezione nella manualistica scolastica e universitaria è stata finora minima, i canoni letterari sono rimastipressoché fissi e cristallizzatie ancora non si è fatta del tutto strada un’idea a cui Marti teneva molto: che cioè non è tanto importante l’oggetto della ricerca e il suo rango, quanto come questo oggetto venga affrontato e trattato. Chi opera dentro l’Università, sa bene cometutto ciò sia vero, al punto da disincentivareoramai indagini di questo tipo e da prediligerestrumentalmente, anche nella presentazione di progetti di ricerca,la scelta di altri temi e argomenti di respiro ‘nazionale’ e di più immediata riconoscibilità, rendendo tristemente subalterno il criterio scientifico a quello pratico e contingente. La responsabilità di questa situazione non è naturalmente dello studioso, ma rinvia a ragioni di sistema (ruolo dei centri universitari, orientamenti di mercato editoriale, assetti di politica culturale complessiva), anche se si assiste ormai a un incremento progressivo di sensibilità verso i temi a cui Marti, e altri insieme con lui, hanno dedicato tanto impegno e tanta fatica (il che dimostra pure che non si tratta affatto di un modello storiografico perdente e che negli ultimi anni qualche fertile seme è stato gettato). Di similirischi e conseguenze era peraltro lucidamente consapevole anchelo stesso Marti,chepaventavauna sorta di possibile effetto collaterale a questo stato di cose, identificabilein una chiusura autoreferenziale emeramente rivendicativa, volta astabilire, per reazione, equivalenze storiograficamente improprie e scriteriatefra il livello ‘nazionale’ e quello ‘locale’:una prospettiva inaccettabile per chi, come lui, era giunto agli autori salentini, passando per Dante e per Leopardi. Tutto il contrario, insomma, di quello che lo studioso si era proposto con il suo magistero fecondo,stimolatoredi un fervore di studi e di iniziativein grado di risvegliare un rinnovato e benefico clima culturale in tutto il territorio salentino.L’antidoto contro casi di ipervalutazione, dovuti più a slanci municipalistici che a effettive ragioni culturali, era già stato, del resto, previsto da Marti, per il quale la proiezione extra-regionale di questi minori rappresentava la garanzia più sicura contro siffatti abbordi, ritenuti asfittici e ristretti e da lui strenuamente avversati e denunciati, con tutta la schiettezza di cui era capace, anche quando ne erano protagonisti amici e colleghi.

2)   Il rapporto di Marti con il Salentonon si esaurisce di certo in questa azione di recupero e di riscoperta di valori identitario-letterari, ma comprende molto di più. Dopo il suo trasferimento a Lecce, seguìto agli anni di formazione pisani e al lungo periodo romano, la sua operosità, in questo senso è stata incessante: egli è stato fra i fondatori della più importante istituzione culturale del territorio, l’Università, punto di riferimento imprescindibile dell’italianistica nazionale a Lecce, esponente dinamico di sodalizi culturali locali,guida illuminata e autorevole per intere generazioni di studenti, allievi e colleghi, prestigiosa autorità accademica, riverito e talora temuto, ma sempre rispettato, docente universitario, fattivo condirettore e terminale salentino della più rinomata rivista nazionale di italianistica, il “Giornale Storico della Letteratura Italiana”, stimatissimo interlocutore di enti pubblici e privati, animatore di centri studi legati al territorio. In tutti questi campi Marti ha dato sempre il meglio di sé, fra ‘regione’ e ‘nazione’, senza mai risparmiarsi, sempre animato dalla passione per la sua terra d’origine, che ha riversato in una incessanteopera di promozione culturale, sociale e letteraria, anche a costo di sacrifici personali e di importanti rinunce professionali e in opposizione a chi riteneva questo suo impegnosuperfluo e male indirizzato.

3)   C’è ancora dell’altro. Al Salento, alla sua dimensione socio-antropologica, rievocata con squarci memorialistici e quasi lirici, Marti dedica anche un gruppo di scritti dalla forte connotazione autobiografica, raccolti soprattutto in alcuni libri (Occasioni salentine, Storie e memorie del mio Salento, Soleto in griko e altra salentineria, Salento quarto tempo), che affiancano all’interesse letterario uno sguardo più aperto e libero su molti elementi della cultura locale. Ne vien fuori uno spaccato inconsueto rispetto alla normale prosa saggistica, caratterizzato da uno stile di scrittura cordiale e avvolgente, che ribadisce ancora una volta la rilevanza della piccola patria.

Il legame di Marti con il Salento è un aspetto dunque fondamentale della sua vita di uomo e di studioso, sebbene i riconoscimenti per questa sua profusione di energie a favore del suo luogo d’originesiano stati forse, alla fine, inferiori o, comunque, tardivi rispetto ai meriti reali. Se è vero che per Marti l’approfondimento sui grandi autori della letteratura italiana e sui minori d’area salentina fu sempre qualcosa di inscindibile, secondo una calcolata visione unitaria di tipo storico-culturale delle vicende letterarie, allora non va sottaciuto neppure, infatti, che la sua scelta coraggiosa di tornare nel Salento e di farne l’epicentro della sua attività ha avuto conseguenze anche nel suo operato di studioso di scrittori e testi maggiori. Siamo così persuasi che, se Marti avesse ricoperto la cattedra di una sede universitaria non periferica e più ambita(occasione che pure gli si era presentata più volte nel corso della sua carriera e che egli rifiutò sempre per convinta scelta ideologica ed esistenziale), alcune sue proposte, come l’idea di una lettura “tridimensionale” dei canti della Commedia o il suggerimento di una diversa classificazione onomastica degli idilli leopardiani, avrebbero avuto la medesima risonanza e non una più amplificata? Non lo si può dire con sicurezza, né è possibile affidarsi a ricostruzioni controfattuali (che fra l’altro non incontrerebbero il gradimento di uno studioso radicalmente storicista come Marti), ma certamente si può affermare che, per amore del Salento, Mario Marti ha pagato prezzi non indifferenti e che la coerenza del suo sentimento, se lo ha forse penalizzato in qualche passaggio biografico e professionale, lo ha resotuttavia un benemerito di questo territorio, così come il suo lavoro di ricerca lo ha collocato tra i più importanti interpreti della criticaletteraria contemporanea nazionale e internazionale, nonostante la sua opzione di restare in extremo angulo Italiae. Speriamo che non se ne dimentichino mai le istituzioni locali e i salentini tutti, così da saldare quel debito di gratitudine che a Marti spetta per il contributo da lui dato alla crescita dei suoi luoghi natali, nel suo sforzo di riscattarli, sul piano culturale e civile, da una condizione di isolamento e di marginalità.


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