Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Anticipo orario conferenza di venerdì 23 marzo
Come anticipato a voce ieri, in occasione della emozionante performance poetica organizzata dal nostro Laboratorio di poesia, la conferenza di venerdì 23 marzo della prof.sa Alberta Giani... Leggi tutto...
Per ricordare meglio la nostra visita a Cavallino
Uno dei momenti più emozionanti della nostra gita culturale a Cavallino, domenica scorsa, è stata la lettura  di un breve estratto dalle memorie del duca Sigismondo Castromediano (Carceri e... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
Home
Nel giardino dell'Eden 4 PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Sabato 19 Marzo 2011 11:55

Conciate per la festa

 

L’otto marzo si inscena un rituale che, ogni anno, associo alla settimana della cultura scientifica. E di settimana della cultura scientifica voglio parlare, non di giorno della donna.

Anche se la parola è molto impegnativa, e mi vergogno ad attribuirmela, di mestiere faccio lo “scienziato”. E’ un ruolo che, in Italia, non gode di molto rispetto. Tanto che i più bravi sono costretti a fuggire. Io sono rimasto... appunto. E' stata coniata la parola scientismo per connotare in modo negativo la fiducia nella scienza. Questa parola viene usata da fini umanisti che, ovviamente, morirebbero alla prima malattia se gli scienziati non avessero sviluppato conoscenza sul corpo e tecnologia farmaceutica. Ma lasciamoli alle loro miserie e continuiamo il ragionamento. Per far fronte alla scarsa considerazione per la scienza e per chi la pratica, il Ministero che si cura dell’educazione e della ricerca (ha cambiato nome così tante volte che ho rinunciato ad imparare la dicitura corrente) ha istituito la Settimana della Cultura scientifica. In quella settimana ferve un ardore scientifico in tutte le scuole, i fanciulli (e le fanciulle) si impegnano in arditi progetti e celebrano le gesta di grandi scienziati. Finita la settimana, celebrati i fasti della scienza, si torna alle cose serie: poesie a memoria, e dimostrazione di teoremi. Insomma, si torna alla vera Cultura. Quella con la c maiuscola. Se si celebra la Settimana della Cultura Scientifica, significa che le altre 51 settimane dell’anno sono dedicate (senza bisogno di dedica) alla Cultura che non necessita di alcun aggettivo: la cultura umanistica. Io mi ribello a questa visione che mette l’uomo fuori dalla natura. La cultura è una sola. Si divide in molte branche e tutte hanno la stessa dignità. Ma perché la chimica, per essere apprezzata, deve essere ridotta in versi? La chimica si fa in un certo modo. Non deve diventare poesia, lo è già di per se stessa, senza bisogno di scimmiottare  la poesia-poesia.

Trovo che questa celebrazione sia un insulto alla scienza. Trovo che sia un insulto alla scienza pensare che una persona si formi se impara rosa rosae rosae rosam…, mentre fa lo stesso se non sa come si forma la pipì. Scommetto che non lo sapete neppure voi. Se bevete un litro d’acqua e poi andate a fare pipì, che strada ha fatto l’acqua? Non lo sa quasi nessuno, forse neppure l’ex miss Italia che si vanta di essere bella perché ne fa tanta. Non sapere come funziona il proprio corpo non è visto come una carenza culturale.

Propongo di abolire la Settimana della Cultura Scientifica e di riformare invece la scuola in modo che la formazione dei nostri giovani virgulti avvenga senza questa dicotomia tra scienza e cultura. Abolendo i compartimenti stagni che dividono le discipline. Non fummo fatti a apprendere per materie distinte, ma per acquisire virtute e conoscenza in modo fluido e continuo, senza paratìe.

Bene, ora siamo pronti per il Giorno della Donna. Non mi piace! Mi pare una fregatura per le donne. Significa che ci sono poi, impliciti, 364 giorni dell’uomo. Tutti i giorni sono il giorno della donna (e dell’uomo, e del bambino/a), e si devono celebrare abolendo le differenze ingiuste, dando però rilievo alle differenze che, per fortuna, ci sono tra i due generi principali (no, non dimentico gli omosessuali e i transessuali). Mi fanno arrabbiare i negozi di giocattoli. Le femmine hanno a disposizione ferri da stiro, bambole a cui cambiare il pannolino o da far diventare veline, e batterie di pentole, forni a microonde. I maschi hanno missili per andare su altri pianeti, sottomarini per esplorare gli abissi, mostri componibili per assemblare i loro incubi, laboratori da scienziato pazzo, fucili intergalattici per uccidere gli alieni. Le femmine in cucina, a cambiare i bambini, oppure ad agghindarsi per attirare i maschi. I maschi nel cosmo! Però, l’otto marzo, le femmine, anzi, le donne, possono andare fuori da sole, e guardare lo spogliarello maschile. Una volta tanto, tocca a loro! Ma come, questo è il modello? Gli uomini perdono la loro dignità pur di avere la possibilità di accoppiarsi con una donna, e altri uomini riducono in schiavitù le donne per questo, e le donne, per reazione, vogliono fare uguale?

Durante il servizio militare mi sono sempre sorpreso del nonnismo. Le reclute più deboli subiscono atroci trattamenti da parte dei militari più anziani (i nonni) ma, una volta diventati anziani, i vessati si tolgono la soddisfazione di fare altrettanto. Invece di dire no, e di rompere la catena del nonnismo, la perpetuano. A volte lo fanno persino i popoli. Il nonnismo delle donne nei confronti degli uomini dura un giorno. Mi direte che sono un maschilista insensibile, ma a me il giorno della donna pare una fregatura per le donne, proprio come la settimana della cultura scientifica è una fregatura per gli scienziati.

 

 

Università allo sbando.. come tutto il resto

 

I lettori del Quotidiano si saranno allarmati, forse, nel leggere quel che il Magnifico Rettore dell'Università del Salento ha dichiarato in questi giorni: siamo sull'orlo della impossibilità di far funzionare la nostra Università per mancanza di fondi. C'è persino la possibilità, orrore orrore, che si aumentino le tasse. Leggendo quelle parole mi sono ricordato di quel che ho fatto quando ero studente universitario. Un amico bene informato mi disse: ma lo sai che se fai stato di famiglia autonomo risulti nullatenente e non paghi le tasse? Ah, bene, grazie, corro subito a farlo. E lo feci, sentendomi la coscienza perfettamente pulita. Mio padre era un portuale del porto di Genova e, per il fisco, il suo solo stipendio lo faceva risultare ricchissimo: le mie tasse erano al massimo. Poi vedevo miei ex compagni di liceo, figli di costruttori, che prendevano il presalario ed erano esenti da tasse, perché i loro redditi erano così bassi, poverini! E quindi, parandomi dietro le ingiustizie palesi di chi avrebbe dovuto pagare le tasse e non le pagava, mi sono avvalso anche io della possibilità di non pagarle. Pare che il mio trucchetto sia noto alla stragrande maggioranza degli studenti anche oggi. L'altro giorno la Corte dei Conti ha dichiarato che il settanta per cento delle tasse è pagato dal trenta per cento dei cittadini e ho scoperto, con grande sorpresa, di essere ricchissimo e che siamo noi lavoratori dipendenti di fascia medio-alta a sostenere la maggior parte delle necessità fiscali del nostro paese. Siamo quel trenta per cento che paga il settanta per cento delle tasse. E il resto? Il settanta per cento dei contribuenti è composto evidentemente da poveracci. Col mio stipendio e con quello di mia moglie abbiamo potuto comprare una casa (di cui stiamo ancora pagando il mutuo) e abbiamo un'auto di livello medio. Abbiamo una sola figlia. Non abbiamo SUV, non abbiamo seconde case, non abbiamo barche, semplicemente perché non ce lo possiamo permettere. E, per il fisco, siamo tra i più ricchi. Ma allora tutti i SUV che vedo sfrecciare, le barche, le ville al mare, di chi sono? Ma è chiaro! Di nullatenenti. E quindi, potendo, è ovvio che si dica: ma l'unico scemo devo essere io? Se posso trovare un modo per non pagare, con qualche cavilletto che, in Italia, si trova sempre, perché non adoperarlo? Faccio un outing, come i gay: sono scemo, e pago tutto quel che devo. Il mio commercialista, che non è privo di clienti, mi dice che sono tra quelli che pagano più tasse. Dato che tutti, ma proprio tutti, i politici promettono di diminuire le tasse, mentre tutto sta crollando per mancanza di danaro pubblico, io, pervicace, continuo a pensare che lo stato esiste se ci sono le tasse. Confesso di averle eluse, da studente. E ancora mi vergogno di averlo fatto, anche se era legale farlo. Un luogo comune è: se tutti pagassero le tasse che devono, le si potrebbe abbassare! Te lo dicono soprattutto quelli che le evadono. Oppure: quelli che rubano le mele sono in galera, ma i grandi ladri non li tocca nessuno! Ma poi si chiede a gran voce che si colpiscano gli zingari, mentre i grandi ladri vanno in prescrizione o hanno solidi scudi che li difendono dal fango.

Torniamo all'Università del Salento. Ha le tasse più basse d'Italia. E ha tantissimi studenti. Se tutti pagassero quei quattro soldi di tasse, non avremmo problemi, forse potremmo andare avanti quasi da soli. Ma pagare le tasse non è nella nostra cultura, non abbiamo il gene nel nostro DNA. Ora, come tutti gli Italiani, faccio l'allenatore della nazionale di calcio: io toglierei tutte le esenzioni, di qualunque tipo, e farei pagare le tasse a tutti gli studenti, indistintamente. Poi, a quelli che, alla fine del primo anno, hanno sostenuto tutti gli esami in tempo, con votazioni dal 27 in su, rimborserei quel che han pagato, e l'esenzione per merito la estenderei fino a quando continuano a essere in regola con gli esami e ad avere una buona media. Quanto più alta è la media, tanto maggiore è il titolo ad avere un posto alla casa dello studente. Se, per assurdo, Lapo Elkan si iscrivesse e ottenesse questi risultati (ho detto per assurdo...): niente tasse neppure per lui! Ai fuoricorso raddoppierei le tasse. Le esenzioni vanno fatte per merito, e non per reddito.

C'è un problema, però. Sapete come veniamo valutati noi docenti? Se tutti i nostri studenti superano immediatamente gli esami siamo bravi, se invece li bocciamo non siamo dei buoni docenti, e lo stato ci penalizza, togliendo risorse all'Università. E quindi ... tutti promossi!  Vi fareste operare da un medico che ha ottenuto la laurea con questi criteri? Bene, questi sono quelli attualmente in vigore. Il che significa che poi, magari, le tasse non le pagherebbe nessuno perché, per decreto, i ciucci improvvisamente diventano geni (altrimenti ci tagliano i pochi fondi che ancora abbiamo).

La Grecia sta fallendo per l'applicazione di filosofie di questo tipo. Nessuno paga le tasse, e trionfa la furbizia.

Un amico, un giorno, mi ha spiegato un paradosso della democrazia: se siamo in cinque a condividere un appartamento e, ogni sera, votiamo per chi deve lavare i piatti, può succedere che ci mettiamo d'accordo in quattro e votiamo che li devi lavare sempre tu. In democrazia la maggioranza vince, ma non è detto che abbia ragione. Quel settanta per cento che non paga le tasse e lascia che sia il trenta per cento di fessi a pagare per tutti può anche organizzarsi, fondare un partito, e vincere le elezioni con una valanga di consensi. La democrazia vuole che la maggioranza vinca. Ma se si continua in questo senso si finisce come la Grecia. E saremo un paese fallito, pieno di SUV e di seconde case.

Ora sta toccando all'Università, poi ci sarà la Sanità, alla Scuola è già toccato, di Trasporti è meglio non parlarne, le fabbriche si chiudono (e si riaprono dove non si pagano tasse), i segni ci sono tutti che sia necessario cambiare radicalmente la nostra visione di come debba funzionare questo paese. Ma pare che nessuno si preoccupi davvero. Siamo il paese del "qualche Santo ci penserà". Se qualcuno, alle prossime elezioni, vi promette di ridurre le tasse e di darvi tantissimi servizi, quel qualcuno vi sta prendendo in giro. Il bello è che le elezioni le vincono sempre quelli che fanno queste promesse e, quindi, tutti le fanno. Poi, magari, per risanare i bilanci ci si affida alle banche, come ha fatto il Comune di Taranto. Bilancio risanato per un anno: città fallita l'anno successivo. Qualche Santo ci penserà.

Quando i Salentini erano principalmente dei poverissimi contadini, quasi servi della gleba, ci fu un movimento quasi spontaneo per promuovere l'istituzione di un'Università a Lecce. Furono i non-leccesi a volerla, fortemente. Non potevano permettersi di studiare "fuori" e volevano avere più possibilità per i loro figli, per metterli alla pari con quelli dei ricchi. Fecero sacrifici, si tassarono, i Salentini, per avere la loro Università. Ma forse quei tempi sono finiti, quella mentalità non c'è più. Una cosa è certa: l'Università è un investimento per il futuro, e rappresenta un costo nel presente. Non sognatevi che sia un guadagno in termini monetari. Un'Università costa. Il ricavo è che la qualità dei nostri giovani aumenta. Se nessuno vuole pagare quel prezzo, la qualità dei nostri giovani diminuirà. Chi ha i soldi per mandarli "fuori" li salverà, gli altri torneranno a fare i servi della gleba. Ma riuscite, oggi, a concepire questa città senza la sua Università? E allora chiedetelo a chi si candida alle elezioni: come pensi di risolvere il problema della nostra Università? Se vi dirà: abolendo le tasse... vi starà prendendo in giro.

 

 

I pini di Lecce

 

I pini di Lecce sono stati tagliati quasi tutti. Ricordate quando si è tentato di tagliare i primi, sul Viale degli Studenti? C'è stata gente che si è incatenata ai poveri alberi, condannati a morte. Poi, dopo un po', uno è caduto su una ragazza che passava di lì, rovinandole la vita.  A Roma  un motociclista è stato ucciso da un pino, caduto all'improvviso, e incidenti simili si stanno verificando un po' in tutta Italia.  Tutt'a un tratto, i pini han cominciato a cadere. E dopo le prime vittime sono stati eliminati.

Molti di quei pini sono stati piantati durante il ventennio mussoliniano. Tutti assieme, in tutto il paese. I pini hanno una vita media: passato un certo numero di anni tendono a cadere, naturalmente. Quegli anni di vita media sono passati, e i vecchi pini muoiono. I pini, inoltre, non sono alberi da città. Le loro radici sono superficiali, e alzano l'asfalto, rovinano le pavimentazioni. Non vanno bene, e poi non sono alberi che naturalmente vivono qui. Qui un tempo c'era la lecceta, e il leccio ha dato il nome e il simbolo alla nostra città. Piantiamo lecci, come abbiamo fatto in Piazza Mazzini. Le palme se ne stanno andando per il punteruolo rosso, un insetto venuto dai loro luoghi di origine. Le palme sono importate e, a volte, assieme a loro importiamo i loro predatori. Mettiamo vegetazione nostrana, nelle nostre città.

Quando i pini sono stati tolti, quindi, ho visto con grandissimo favore la scelta di mettere i lecci al loro posto. A Lecce ci devono essere i lecci. Ma ricordate che si era parlato di tagliare i lecci sul viale che separa la Villa Comunale dal Palazzo della Provincia? Il motivo era che i rami stavano rovinando il palazzo storico. Poi, per fortuna, c'è stato un ripensamento e una bella potatura è stata sufficiente.

Quei lecci distano circa cinque metri dal palazzo, eppure rappresentavano una grave minaccia alla sua integrità e, anche, alla sua visibilità. Sono begli alberi maestosi, i lecci.

Ora, in Viale Imperatore Adriano ci sono dei giovani lecci piantati a un metro di distanza da un palazzo. Ce n'è una fila bella lunga. Gli alberi sono quelli giusti. Ma il posto è sbagliato. Quell'albero crescerà, e andrà a sbattere contro quel balcone, cercherà di sfuggire e si piegherà verso la strada, crescendo sghembo. Ma è troppo vicino e renderà comunque la vita difficile agli abitanti dei primi piani di quella casa, oltre a rendere difficile l'agibilità del marciapiede. Non si può piantare un leccio a un metro da un palazzo. E' una follia. Eppure eccola lì.  Ci sono strade in cui gli alberi ormai coprono la segnaletica, e il codice viene rispettato "a memoria". Ma se viene qualcuno da fuori, che non sa, come la mettiamo?

Quando si pianta un albero, bisogna considerare lo spazio necessario per la pianta adulta. Sembra una cosa talmente logica, no? Se si costruisce un edificio pubblico, bisognerebbe pensare anche che poi necessiterà di manutenzione. Il tempo passa e, se gli alberi crescono, gli edifici invecchiano. Ma i soldi ci sono sempre per costruirne di nuovi, mai per fare manutenzione ai vecchi. Bisogna aspettare che crollino, come sta succedendo allo Sperimentale Tabacchi.

E' vero, noi siamo il paese in cui si affrontano oggi i problemi di ieri, e non si ha il tempo di pensare a quelli di domani. Ma non ci vuole gran che a piantare quell'albero un pochino più lontano, lo spazio c'è. Si sarebbe fatta la stessa fatica. Chi sarà il responsabile di questa scelta? Come la giustificherà? Basta guardare i lecci più grandi per capire come diventerà quel piccolo leccio. Non ci vuole un esperto di botanica per capirlo, lo capisco persino io. Ma ora forse ho capito cosa ha spinto a questa scelta apparentemente dissennata. Quando quell'albero sarà cresciuto sarà un problema, che renderà necessario l'investimento di nuove risorse per essere risolto. Verranno i giardinieri, scale, camion per portare via i rami tagliati. Forse lo si dovrà espiantare e se ne pianterà uno nuovo. L'economia si muoverà e il PIL aumenterà. Mentre, se si fosse messo nel posto giusto, non avrebbe richiesto altri interventi, e l'economia sarebbe rimasta stagnante.

Ora finalmente ho capito la logica di quel giardiniere. Potrei spiegare che i soldi necessari per fare quelle operazioni derivano da fondi pubblici, sottratti ad altri bisogni dei cittadini, ma questo ai misuratori del PIL non interessa. Se l'albero dà fastidio e necessita di manutenzione, il PIL aumenta. E quindi quel giardiniere non è un incompetente, è un benefattore dell'economia che non pensa solo all'oggi, garantendo anche un prospero domani. Ha una sua logica tutto questo, non lo nego. Ma non la condivido affatto.


Torna su