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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 167 - (6 marzo 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Mercoledì 09 Marzo 2016 22:37

Effetti della diseguaglianza


[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 6 marzo 2016]


Le diseguaglianze distributive, in tutti i Paesi industrializzati, assumono ormai dimensioni allarmanti. Lo certifica l’ultimo Rapporto OCSE, lo aveva registrato dal 2014 Thomas Piketty nella sua ricerca sul Capitale nel XXI secolo. Il caso italiano è sotto molti aspetti paradigmatico delle tendenze del capitalismo contemporaneo, ‘globalizzato’ e ‘finanziarizzato’. L’Italia è, fra i Paesi OCSE, quello che ha registrato la maggiore crescita delle diseguaglianze e il maggior grado di immobilità sociale. L’indice di Gini, l’indicatore comunemente utilizzato per misurare le diseguaglianze, è quasi raddoppiato nel corso degli ultimi trenta anni: il che significa che l’1% della popolazione si è progressivamente arricchito, in termini monetari e reali, e la restante parte della popolazione si è sempre più impoverita. L’Italia ha sperimentato questa dinamica in modo molto accelerato, anche in considerazione del fatto che le diseguaglianze distributive, nel nostro Paese, non sono solo diseguaglianze fra gruppi sociali, ma anche diseguaglianze (crescenti) fra aree geografiche. E, non a caso, negli ultimi decenni la forbice fra Nord e Sud del Paese si è costantemente allargata.
La relazione esistente fra diseguaglianze distributive e crescita economica è probabilmente uno dei temi più dibattuti in ambito economico e, ciò nonostante, una ricostruzione ragionata di quanto è accaduto associata a considerazioni teoriche non ideologicamente viziate può aiutare a capire se le diseguaglianze hanno effetti positivi o negativi sul tasso di crescita.
A partire dall’inizio degli anni Novanta, con le manovre fiscali restrittive dei Governi Amato e Ciampi, si  avviato in Italia un lungo percorso di austerità, significativamente accentuato negli ultimi anni. La riduzione della spesa pubblica (prevalentemente per servizi di Welfare) e soprattutto l’aumento della pressione fiscale (prevalentemente gravante sui percettori di redditi bassi) hanno ridotto la domanda interna e il tasso di crescita. Ne è seguito l’aumento del rapporto debito pubblico/Pil e, per ripagare il debito, i Governi che si sono succeduti nel corso degli ultimi venti anni hanno fatto quasi esclusivamente e quasi sempre ricorso a incrementi di tassazione sui redditi più bassi, peraltro rendendo il sistema tributario sempre meno progressivo. Si è determinato un processo di redistribuzione dal basso verso l’alto: la tassazione sui redditi bassi serviva a rimborsare il debito. Dunque, un gigantesco trasferimento di risorse dal lavoro alla rendita finanziaria. Che non è soltanto una redistribuzione di risorse ma anche una redistribuzione di potere. Le diseguaglianze sono aumentate e, contestualmente, si è ridotto il tasso di crescita.
L’aumento delle diseguaglianze è un potente fattore di freno alla crescita per numerose ragioni, fra le quali:
1. la riduzione della domanda interna conseguente alla caduta della quota dei salari sul Pil. Il fenomeno è accentuato dal fatto che i percettori di redditi bassi hanno, di norma, una propensione al consumo più alta dei percettori di redditi elevati, così che la compressione dei salari riduce i consumi più di quanto li riduca l’eventuale riduzione dei profitti o delle rendite.

2. la riduzione del tasso di crescita della produttività del lavoro conseguente alla riduzione della domanda aggregata. Questo meccanismo si verifica a ragione del fatto che la riduzione della domanda disincentiva gli investimenti e la riduzione degli investimenti (e il mancato ammodernamento degli impianti) ha ovviamente effetti di segno negativo sulla produttività del lavoro.
Se si riducono domanda interna e produttività è evidente che si riduce, per conseguenza, il tasso di crescita.
A fronte di questi effetti, già in atto, sembra poi di poter affermare che la ristrutturazione in atto del capitalismo italiano nella crisi non può che peggiorare lo scenario fin qui descritto. Con la massima schematizzazione, si può affermare che il nostro tessuto produttivo ha le seguenti caratteristiche: è composto in larga parte da imprese di piccole dimensioni con scarsa propensione all’innovazione, collocate in settori produttivi “maturi” – agroalimentare e Made in Italy, con un comparto dei macchinari che tende a diventare sempre più marginale. Si tratta della configurazione che il capitalismo italiano ha assunto almeno dal dopoguerra ma, al tempo stesso, è una configurazione che si è profondamente trasformata negli ultimi anni. Il fenomeno più rilevante è il processo di deindustrializzazione che ha riguardato l’intera economia italiana e ancor più il Mezzogiorno e che si è manifestato con la perdita di circa il 25% della produzione industriale. E’ opportuno osservare che i processi di deindustrializzazione sono in corso nella gran parte dei Paesi OCSE e che in quei Paesi sono fondamentalmente associati a processi di finanziarizzazione. L’Italia è, fra questi (e ancor più nel confronto con i Paesi anglosassoni), il Paese nel quale questi ultimi si sono manifestati con la minore intensità.
La deindustrializzazione accentua le diseguaglianze distributive innanzitutto perché riduce la domanda di lavoro altamente qualificato e, per questa via, contribuisce a ridurre i salari. In più, essendo le imprese italiane sempre più dipendenti dalle importazioni di materie prime e macchinari (in quest’ultimo caso proprio per effetto della caduta degli investimenti), esse accentuano una modalità di competizione basata sulla compressione dei salari e, dunque, domandano – e ottengono – politiche che le agevolano nel perseguimento di questo obiettivo: precarizzazione crescente del lavoro, moderazione salariale, redistribuzione del carico fiscale sul lavoro dipendente per detassare i profitti.

 

 

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