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Per Gino Pisanò PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Marco Leone   
Lunedì 21 Marzo 2016 07:07

[Intervento letto il 18 marzo 2016 a Casarano, in occasione del terzo anniversario della scomparsa di Gino Pisanò e dell’intestazione a suo nome dell’auditorium comunale.]


Ci sono due modalità di conoscere gli uomini, l’una avviene attraverso diretti rapporti interpersonali, l’altra per vie mediate. A questa seconda modalità risale la mia prima conoscenza di Gino Pisanò, il cui nome incontrai per la prima volta alla fine degli anni Novanta, quando ero ancora dottorando di ricerca, grazie alla lettura del suo libro forse più importante, Seicento letterario in Terra d’Otranto, pubblicato dall’Editore Congedo di Galatina qualche anno prima, nel 1993. In quel tempo non conoscevo ancora Gino Pisanò di persona e stavo preparando la mia tesi dottorale su tematiche barocche, legate per molti aspetti alla zona geoculturale del Salento. Il libro ‘barocco’ di Pisanò mi fornì un utilissimo spaccato su autori e testi, con i quali ero entrato in contatto lavorando alla mia tesi. Si tratta di un libro di cui apprezzai da subito la solida erudizione, mai tuttavia asfittica o pedantesca, la ricchezza di notizie anche minuziose, la capacità di inquadrare micro-fenomeni letterari in prospettive culturali più larghe, le ricerche di prima mano su fonti archivistiche e documentali riguardo a un ambito che solo il compianto Gino Rizzo, prima di Pisanò, aveva cominciato a esplorare. Fu, dunque, una esperienza di lettura interessante e proficua, che anticipò la conoscenza personale dello studioso, avvenuta quando incominciai a interessarmi, nella scia delle mie indagini per la tesi dottorale, di un poeta barocco in latino d’area salentina, Girolamo Cicala. Era stato proprio Pisanò, infatti, a dedicare il primo studio moderno e sistematico al Cicala, autore di Carmina ispirati a una singolare forma di marinismo latinizzato, fra tradizione classicistica e rielaborazione modernista. Questo suo studio, compreso in Seicento letterario in Terra d’Otranto, ha costituito poi la base imprescindibile e fondamentale per la mia edizione dei Carmina cicaliani. Fu proprio durante la preparazione di questa edizione e soprattutto dopo la sua pubblicazione, che i miei rapporti con Pisanò divennero, da virtuali, concreti, anche perché nel corso degli anni successivi ebbi modo di incontrare Pisanò in occasione di numerosi convegni e seminari: il suo vasto sapere enciclopedico, generalista e interdisciplinare (mai disordinato, ma sempre rigoroso), svariante dalla grecità sino alla letteratura contemporanea oltre ogni ristretto e rigido steccato disciplinare, gli consentiva, infatti, di presenziare a incontri di vario genere e di diversa natura, nel corso dei quali egli era sempre in grado di fornire e il suo contributo puntuale e prezioso.

Dal punto di vista metodologico, la sua visuale delle vicende culturali era di lunga durata e dentro questa visuale entrava a pieno titolo anche la sua attenzione per la cultura barocca, peculiarmente esaminata, come nel caso del Cicala, dal versante ‘moderato’ più che da quello innovatore e ritenuta in qualche modo, per questo, un prolungamento, sia pure manipolativo e rivisitato, della tradizione letteraria. Una simile concezione del barocco discendeva a Pisanò dalla sua formazione classicistica, quella stessa formazione che aveva stimolato l’interesse per un poeta in latino periferico e, sino al suo studio, quasi fantasmatico, ma molto significativo, perché con la sua poesia testimoniava la persistenza di una feconda stagione di letteratura italiana in latino, più tarda rispetto all’epoca umanistico-rinascimentale, e una diversa e originale declinazione del modello mariniano.

In ciascuno di questi incontri Gino Pisanò non mancava di chiedermi informazioni sullo stato e sui progressi del mio impegno editoriale, ansioso com’era di vedere risultati concreti su uno scrittore del quale aveva aperto pioneristicamente e meritoriamente la via della conoscenza.  Ogni incontro si tramutava così anche in una paterna esortazione o in un sincero incoraggiamento a proseguire in un lavoro certamente non semplice, perché Pisanò era perfettamente consapevole della complessità di quell’autore e di quei testi. L’edizione del Cicala è apparsa poi quando Gino Pisanò si era purtroppo già ammalato. Assecondando una sua esplicita richiesta, ero stato ovviamente ben contento di fargliene recapitare una copia, per il tramite del comune amico Fabio D’Astore, e Gino Pisanò rispose al mio dono questa volta con una lettera, benevola e generosa, che conservo gelosamente e dalla quale traspare, oltre alla soddisfazione per l’obiettivo finalmente raggiunto, soprattutto una schietta e cordiale affabilità, una sua precipua nota caratteriale che si è sempre più acuita e accresciuta nello scorcio finale della sua esistenza. Nonostante che la malattia avanzasse inesorabilmente, Pisanò si propose di presentare, con mio grande compiacimento, l’edizione del Cicala: stava lavorando a questo appuntamento, già calendarizzato, con l’abituale dedizione, però poi il peggioramento delle sue condizioni di salute gli impedì di portare a termine il suo proposito. Mi telefonò per comunicarmi il suo rammarico, che era anche il mio: lo fece con la signorilità e con la eleganza che lo contraddistinguevano di consueto. Fu l’ultima volta che ebbi la possibilità di parlargli, anche perché la presentazione dell’altro suo più recente volume, Studi di italianistica fra Salento e Italia secc. XV-XX, a cui pure avrei dovuto partecipare come relatore, fu purtroppo annullata, a pochi giorni dalla data fissata, a causa della sopraggiunta morte. Si può dire così che il mio rapporto con Gino Pisano si sia concluso così come era iniziato, nel nome di un ignoto poeta latino di età barocca e nel segno di una condivisione di interessi letterari che alla fine si è trasformata col tempo, per mia fortuna, anche in una corrispondenza umana e amicale.


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