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C'è Musica e... Musica… 10. La Buona Novella di Fabrizio De André (parte seconda) PDF Stampa E-mail
Musica e Teatro
Scritto da Giuseppe Greco (musicologo)   
Mercoledì 23 Marzo 2016 07:59

La seconda parte dell'album di Fabrizio De André, La Buona Novella, del 1970, tratta il tema della passione e morte di Cristo. Sono cinque brani, dove i passaggi più drammatici della vicenda terrena di Gesù sono narrati con intensità e profonda partecipazione. Dal dolore di Maria, raggelata dalla notizia della costruzione della croce su cui verrà inchiodato il figlio (Maria nella bottega di un falegname), alla tormentata salita al Calvario tra la folla vociante e gli apostoli muti e paurosi (Via della Croce), dal dolore di Maria e delle madri dei due ladroni  che piangono sotto le croci dei figli (Tre madri), al Decalogo riscritto  dal ladrone Tito con feroce realismo contro la violenza del potere e l'ipocrisia farisaica (Il Testamento di Tito), fino al Laudate hominem che conclude l'album completando il processo di umanizzazione di Dio attraverso il figlio. Cinque brani densi e coinvolgenti che lasciano senza fiato e ci costringono a guardarci dentro.

Nel finale della prima parte abbiamo lasciato Maria che se ne va tra la gente, donna tra le altre donne e presto madre, accompagnata da una “siepe di sguardi che non fanno male/ nella stagione di essere madre”.  La ritroviamo, all'inizio della seconda parte, nella bottega di un falegname, spinta da un terribile presentimento di morte. Le sue domande:

"Falegname col martello
perché fai den den?
Con la pialla su quel legno
perché fai fren fren?
Costruisci le stampelle
per chi in guerra andò? “

trovano una risposta raggelante: quel legno non viene lavorato

“per foggiare gambe nuove
a chi le offrì in battaglia,


ma per fare

tre croci, due per chi
disertò per rubare,
la più grande per chi guerra
insegnò a disertare".

 

Qui insieme con la sottolineatura antimilitarista c'è già il preannuncio della crocifissione di Cristo, indicato come colpevole di invito alla diserzione. In termini allegorici abbiamo il passaggio dalla nascita della speranza alla crudele repressione perpetrata dal potere. Il dialogo tra Maria e il falegname è intervallato da un coro di “gente” che funge da commento e descrive l'agitazione rumorosa per le vie della città per l'imminente pubblica esecuzione:

 

"Alle tempie addormentate
di questa città
pulsa il cuore di un martello,
quando smetterà?
Falegname, su quel legno,
quanti colpi ormai,
quanto ancora con la pialla
lo assottiglierai?"

La notizia divampa ormai per tutta la regione tra il dolore di alcuni e la sinistra  volontà di altri che “aspettan di far bere/ a quelle seti aceto”.  Nella canzone sono già presenti i nomi dei due ladroni, Dimaco e Tito, che faranno compagnia a Gesù sul Golgota.

Il falegname:
"Questi ceppi che han portato
perché il mio sudore
li trasformi nell'immagine
di tre dolori,

vedran lacrime di Dimaco
e di Tito al ciglio
il più grande che tu guardi
abbraccerà tuo figlio".

Gesù, nonostante le perplessità di Pilato, viene condannato a furor di popolo e patisce i primi oltraggi, gli sputi, la corona di spine sul capo, la flagellazione, che Caravaggio, l'artista che rinnovò la pittura sacra con personaggi tratti dal popolo ed espressivi della vita quotidiana, rappresentò in un drammatico girotondo di tormenti con il caratteristico gioco delle ombre avvolgenti che sfiorano le figure immerse in un'atmosfera tragica.

Nel Vangelo apocrifo di Pietro, databile attorno al 150, troviamo una descrizione abbastanza puntuale. Apocrifo in greco  -è stato già detto- significa nascosto e solitamente gli autori di questi vangeli (armeni, bizantini, greci, arabi) erano pseudoepigrafi,  cioè attribuivano i loro scritti a discepoli famosi del seguito di Gesù, per maggiore credibilità e garanzia di autenticità. Così scrive lo pseudo Pietro: [6] Preso il Signore, essi lo spingevano correndo, e dicevano: "Trasciniamo il figlio di Dio giacché abbiamo potere su di lui".

[7] Lo vestirono di porpora, lo fecero sedere sulla sedia curule, dicendo: "Giudica con giustizia, o re di Israele!". [8] Uno di loro portò una corona di spine e la pose sul capo del Signore. [9] Altri che stavano lì, gli sputavano sul volto; altri lo colpivano sulle guance; altri lo percuotevano con una canna; altri lo flagellavano, dicendo: "Questo è l'onore che rendiamo al figlio di Dio".

Ecco a confronto il riferimento del Vangelo canonico, accolto cioè come autentico dalla Chiesa, di Giovanni, uno dei quattro evangelisti insieme con Matteo, Marco e Luca. Dice Giovanni al cap. 19:

[1]Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. [2]E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: [3]«Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi. [4]Pilato intanto uscì di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa». [5]Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l'uomo!». [6]Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo, crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui nessuna colpa».

 

Gesù inizia così la salita al Calvario portando la sua croce. De André scrive un brano magistrale, Via della Croce,  dove le scene di massa si alternano all'indagine psicologica dei vari gruppi che intervengono nella scena, l'urlo si mescola alle lacrime, la pietà al calcolo politico. De André racconta il dolore di Cristo, rattristato soprattutto dal rancore di quei genitori, che gli addebitano la responsabilità della morte dei loro figli in seguito all'editto di Erode e che ora lo dileggiano con feroce voluttà:

Ben più della morte che oggi ti vuole,
t'uccide il veleno di queste parole:
le voci dei padri di quei neonati,
da Erode per te trucidati.

Nel lugubre scherno degli abiti nuovi
misurano a gocce il dolore che provi;
trent'anni hanno atteso col fegato in mano,
i rantoli d'un ciarlatano.

Essi sono al tempo stesso vittime e complici del potere che li ha resi schiavi. L'obiettivo si sposta poi sulle vedove, che qui stanno a rappresentare le donne in generale. Esse soffrono per chi ha mostrato di capire la loro condizione di schiave sottoposte all'antica legge giudaica e le ha considerate come persone, meritevoli in quanto tali di eguaglianza e liberazione. Per loro  Gesù non è un ciarlatano, per loro Gesù è un redentore.

Si muovono curve le vedove in testa,
per loro non è un pomeriggio di festa;
si serran le vesti sugli occhi e sul cuore
ma filtra dai veli il dolore:

fedeli umiliate da un credo inumano
che le volle schiave già prima di Abramo,
con riconoscenza ora soffron la pena
di chi perdonò a Maddalena,

di chi con un gesto soltanto fraterno
una nuova indulgenza insegnò al Padreterno,
e guardano in alto, trafitti dal sole,
gli spasimi d'un redentore.

Poi gli Apostoli. Essi sono terrorizzati. Si guardano bene dal farsi riconoscere come “cugini di Dio” e si confondono tra la folla, pensando che per ora può bastare il sangue del loro Maestro. Ci sarà tempo, domani, per diffondere la buona novella (compare qui il titolo dell'album); adesso è più forte il terrore.

Confusi alla folla ti seguono muti,
sgomenti al pensiero che tu li saluti:
"A redimere il mondo" gli serve pensare,
il tuo sangue può certo bastare.
La semineranno per mare e per terra
tra boschi e città la tua buona novella,
ma questo domani, con fede migliore,
stasera è più forte il terrore.
Nessuno di loro ti grida un addio
per esser scoperto cugino di Dio:
gli apostoli han chiuso le gole alla voce,
fratello che sanguini in croce.

Il potere, soddisfatto della sua opera di oppressione e  repressione, si concede anche una parvenza di umanità adesso che Gesù è “incapace di nuocere ancora”.

Han volti distesi, già inclini al perdono,
ormai che han veduto il tuo sangue di uomo
fregiarti le membra di rivoli viola,
incapace di nuocere ancora.
Il potere vestito d'umana sembianza,
ormai ti considera morto abbastanza
e già volge lo sguardo a spiar le intenzioni
degli umili, degli straccioni.

Sulla Via della Croce non sono presenti i poveri, proprio quelli che meglio incarnano l'immagine di Gesù. Non se la son sentita di assistere al triste spettacolo:

Ma gli occhi dei poveri piangono altrove,
non sono venuti a esibire un dolore
che alla via della croce ha proibito l'ingresso
a chi ti ama come se stesso.

E infine ci sono i ladroni, quanto di più lontano dalla persona di Cristo si possa pensare, e tuttavia hanno un posto d'onore proprio accanto a Lui:

Sono pallidi al volto, scavati al torace,
non hanno la faccia di chi si compiace
dei gesti che ormai ti propone il dolore,
eppure hanno un posto d'onore.
Non hanno negli occhi scintille di pena.
Non sono stupiti a vederti la schiena
piegata dal legno che a stento trascini,
eppure ti stanno vicini.
Perdonali se non ti lasciano solo,
se sanno morir sulla croce anche loro,
a piangerli sotto non han che le madri,
in fondo, son solo due ladri.




Le immagini della Via Crucis sono presenti -credo- nella memoria di molti. Le abbiamo viste nelle nostre chiese in varie espressioni artistiche, e non sempre pregevoli; le abbiamo viste al cinema (molto crude quelle girate a Matera nel film The Passion of the Christ di Mel Gibson); negli sceneggiati televisivi, addirittura nella commedia musicale Jesus Christ superstar, ma anche sfogliando le pagine di libri di storia dell'arte. Qui voglio riprorre quella del pittore Domenico Zampieri, detto il Domenichino. La sua Salita al Calvario, del 1610 (oggi al Paul Getty Museum di Los Angeles), è di una chiarezza compositiva e di un esemplare classicismo secentesco.

Gesù caduto sotto il peso della croce, pur subendo sulla schiena le frustate di un soldato, guarda con intensità verso di noi come ad instaurare un rapporto diretto con i fedeli. Viene anche richiamato il passaggio evangelico dell'intervento di Simone di Cirene, a cui un soldato impone di aiutare Gesù, evidentemente non più in grado di portare da solo la croce fino al luogo dell'esecuzione. Fa parte del gruppo anche un assistente che porta la scala da utilizzare durante l'esecuzione e poi per calare giù dalla croce il corpo di Cristo morto.

Il terzo brano della seconda parte de La Buona Novella è tutto al femminile. S'intitola Tre madri ed ha come protagoniste le madri di Tito e Dimaco, i due ladroni, e la madre di Gesù. E' una dolente e umanissima raffigurazione del dolore materno di fronte alla morte dei figli. Senza distinzioni sociali: Tito e Dimaco saranno anche due semplici ladroni, ma le le loro madri li piangono come Maria piange il figlio di Dio. Anzi, sapendo che Gesù sarebbe risorto, reclamano il diritto a “piangere un po' più forte/ chi non risorgerà dalla morte”.

TRE MADRI

Madre di Tito:
"Tito, non sei figlio di Dio,
ma c'è chi muore nel dirti addio".

Madre di Dimaco:
"Dimaco, ignori chi fu tuo padre,
ma più di te muore tua madre".

Le due madri:
"Con troppe lacrime piangi, Maria,
solo l'immagine d'un'agonia:
sai che alla vita, nel terzo giorno,
il figlio tuo farà ritorno:
lascia noi piangere, un po' più forte,
chi non risorgerà più dalla morte".

Viceversa Maria rivendica proprio il suo diritto di madre: piange il figlio che ha generato lei, non il Figlio-Dio. Sa che una volta morto, Gesù non le apparterrà più. Egli risorgerà nel terzo giorno, ma per appartenere all'umanità. E De André la fa  concludere amaramente: ”Non fossi stato figlio di Dio/ t'avrei ancora per figlio mio”, ricollocandola ancora una volta tra gli esseri umani. Come in Ave Maria erano tutti eguali nell'amore (“femmine un giorno per un nuovo amore/ povero o ricco, umile o Messia”), così qui sono tutti eguali nella morte. Lì c'è la nascita, qui c'è la morte; lì c'è la gioia, qui c'è il dolore. Nel comune sentimento dell'amore sono tutti elementi essenziali della vita umana.

Madre di Gesù:
"Piango di lui ciò che mi è tolto,
le braccia magre, la fronte, il volto,
ogni sua vita che vive ancora,
che vedo spegnersi ora per ora.

Figlio nel sangue, figlio nel cuore,
e chi ti chiama - Nostro Signore -,

nella fatica del tuo sorriso
cerca un ritaglio di Paradiso.

Per me sei figlio, vita morente,
ti portò cieco questo mio ventre,
come nel grembo, e adesso in croce,
ti chiama amore questa mia voce.

Non fossi stato figlio di Dio
t'avrei ancora per figlio mio".

La figura di Maria, madre dolente, riporta alla memoria l'immagine di una lauda di Jacopone da Todi, Donna de Paradiso, che De André ha ripreso nello schema compositivo  (lo farà anche in seguito, in Ottocento, una canzone del 1990 inserita nell'album Le Nuvole, con il tipico modulo anaforico: figlio, figlio...).  E' una lauda sacra, tra le più famose di questo poeta e mistico del Duecento, sul cui schema sono state fatte nel Quattrocento le prime rappresentazioni drammatiche del Teatro sacro. In Donna de Paradiso Maria soffre sotto la croce in quanto madre del figlio che ha generato, non Cristo-Dio ma Gesù suo figlio. La Crocifissione è uno dei temi base della pittura di Antonello da Messina (1430-1479), che derivò da Piero della Francesca l'esattezza prospettica.  In una Crocifissione giovanile del 1460, detta di Sibiu e conservata nel museo di Bucarest, il pittore sperimenta soluzioni formali di particolare efficacia, come nelle sagome inarcate degli alberi che fungono da croci per i due ladroni.

Nel piano inferiore troviamo tra le madri dei due ladroni le tre Marie (la Madre di Gesù, Maria di Cleofa e Maria di Magdala) con gli sguardi che si incrociano in un movimento triangolare. I teschi (Golgota significa “luogo del Cranio”) alla base delle croci simboleggiano la morte, mentre sullo sfondo Antonello ha riprodotto una veduta di Messina con la marina, il porto e, sulla destra, il monastero di san Salvatore.

La morte di Gesù in Croce viene raccontata così dal Vangelo apocrifo di Pietro:

[19] Ed il Signore gridò, dicendo: "Forza mia, forza mia, mi hai abbandonato!". E mentre così diceva, fu

assunto.  (20) Nella stessa ora il velo del tempio di Gerusalemme si squarciò in due.

[6, 21] Estrassero allora i chiodi dalle mani del Signore e lo posero a terra. Si scosse tutta la terra e vi fu un timore grande.

[22] Allora risplendette il sole e ci si accorse che era l'ora nona.

[23] Gli Ebrei si rallegrarono e diedero il suo corpo a Giuseppe , affinché lo seppellisse: egli, infatti, aveva visto tutto il bene che aveva fatto.  [24] Preso il Signore, lo lavò, lo avvolse in un lenzuolo e lo portò nel suo proprio sepolcro, detto giardino di Giuseppe (Si tratta di Giuseppe d'Arimatea, membro del Consiglio degli anziani, che aveva ottenuto da Pilato il permesso di rimuovere il corpo di Gesù).

La straziante scena della disperazione intorno al corpo esanime di Gesù, che nei Vangeli, tanto  canonici quanto apocrifi, non viene diffusamente narrata, è stata interpretata dagli artisti di ogni epoca, con un'intensità emozionale rara.  Di straordinaria originalità è il Compianto su Cristo morto, del 1500 circa, di Andrea Mantegna, che sceglie l'effetto prospettico mettendo in primo piano i piedi di Cristo con le ferite ormai asciutte e ripulite. Il corpo è deposto su un tavolo di marmo, definito

 

 

dalla devozione quattrocentesca “pietra dell'unzione”. Sulla destra all'estremità del tavolo si nota il vasetto degli unguenti per l'imbalsamazione, mentre a sinistra affiorano in parte i volti di Maria, di Giovanni e della Maddalena, solcati dalle rughe e con i lineamenti segnati quasi come le maschere tragiche dell'antichità.

 

Ma torniamo a De Andrè e a quella straordinaria canzone che è Il Testamento di Tito, i Comandamenti rivisitati nell'ottica dell'esperienza di vita di Tito, il “buon ladrone”, che denuncia tutta l'ipocrisia del potere ammantato di belle formule e della professione di fede tradita dai comportamenti. Così a proposito del comandamento “non rubare” dice che lui - il ladrone- forse l'ha rispettato, perché ha preso dalle tasche di chi aveva rubato in nome di Dio!

Il quinto dice non devi rubare
e forse io l'ho rispettato
vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie
di quelli che avevan rubato:
ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri nel nome di Dio.
Ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri nel nome di Dio.

I comandamenti non seguono l'ordine in cui li abbiamo imparati al catechismo, ma seguono il flusso tematico della canzone, una delle più decisamente anarchiche e, allo stesso tempo, la più cristiana di Fabrizio De André. La violenta ipocrisia del potere è messa  a nudo a proposito del comandamento “non uccidere”. Gesù, che ha sempre predicato l'amore e la non violenza, viene ucciso e proprio da quel potere che dovrebbe salvaguardare la stessa legge del “non ammazzare”. Invece il potere, sentendosi minacciato da Cristo, lo uccide, allo stesso modo dei due ladroni. E ancora oggi, quando più di mezzo mondo è presumibilmente cristiano, non si smette di crocifiggere e uccidere gli uomini, specialmente i cristiani. Siamo tutti  messi di fronte, se non direttamente, attraverso i media , a scene orribili di violenze, di guerre, di sopraffazione, di torture, di morte...

Il settimo dice non ammazzare
se del cielo vuoi essere degno.
Guardatela oggi, questa legge di Dio,
tre volte inchiodata nel legno:
guardate la fine di quel nazzareno
e un ladro non muore di meno.
Guardate la fine di quel nazzareno
e un ladro non muore di meno.

In conclusione Tito confessa di provare dolore quando vede uccidere un innocente. E Gesù lo è. Guardandolo  in croce accanto a sé sente che “nella pietà che non cede al rancore” egli ha  “imparato l'amore”.  E si converte!

Ma adesso che viene la sera ed il buio
mi toglie il dolore dagli occhi
e scivola il sole al di là delle dune
a violentare altre notti:
io nel vedere quest'uomo che muore,
madre, io provo dolore.
Nella pietà che non cede al rancore,
madre, ho imparato l'amore.

Pietà ed Amore sono le parole con cui si chiude questa canzone e sono due sentimenti fondamentali dell'etica cristiana, che visivamente possiamo vedere e sentire in un capolavoro dell'arte scultorea: la Pietà di Michelangelo, opera del 1499, che incontriamo appena si entra nella Basilica di San Pietro.  Un'immagine famosissima non solo per la sua immediata riconoscibilità, ma perché rappresenta il senso stesso dell'essere cristiani. La pietà non è soltanto compassione per chi soffre, ma anche rispetto, devozione, amore, assoluta sensibilità ai problemi degli altri, empatia.              La Madonna, che tiene in braccio suo figlio come fosse un bambino, è di una tenerezza davvero commovente.Michelangelo ha saputo inquadrare la sua opera nelle forme di un classicismo perfetto.

Siamo nella stagione più splendida della nostra fioritura artistica. Il nostro Rinascimento è qualcosa di eccezionale, di unico nella storia e nell'Arte. Noi Italiani abbiamo rappresentato in quei secoli il massimo dell'espressività artistica. Michelangelo ha riproposto, per così dire, tutto il mondo classico con il suo equilibrio e la compostezza delle forme scolpite nel marmo, che pure è materia fredda di per sé, ma qui è viva, palpitante, suscitatrice di sentimenti, moti dell'animo, passioni. Maria tiene in braccio Gesù formando un perfetto triangolo compositivo. La Madonna ha un volto giovanile. E' possibile che Michelangelo, attento lettore di Dante, abbia voluto in qualche modo illustrare il verso che apre l'ultimo Canto della Divina Commedia: “Vergine  madre, figlia del tuo figlio...”.  Sulla fascia che le attraversa il petto Michelangelo ha inciso  il proprio nome: la Pietà è l'unica scultura firmata dal Maestro. Sulla base sono scolpite le rocce del Golgota,  il Calvario dove “il figlio dell'uomo” è stato immolato.

De Andrè chiude il suo album con un Laudate Hominem, che insieme al brano iniziale, Laudate Dominum, funge da cornice al tutto.  Il testo ci fa riflettere sul fatto che il potere uccise un uomo in nome di  un dio, e poi chiamò dio quell'uomo, per uccidere poi altra gente nel suo nome. Ma questo “nuovo” dio non volle il male, non lo volle almeno fino a quando restò uomo.  Purtroppo, ancora oggi c'è chi uccide e massacra “nel nome di un dio” (ovviamente non di quello cristiano).

LAUDATE HOMINEM

Laudate dominum
Laudate dominum
Gli umili, gli straccioni:
"Il potere che cercava
il nostro umore
mentre uccideva
nel nome d'un dio,
nel nome d'un dio
uccideva un uomo:
nel nome di quel dio
si assolse.
(...)
poi chiamò dio quell'uomo
e nel suo nome
altri uomini,
uccise ".
Non voglio pensarti figlio di Dio
ma figlio dell'uomo*, fratello anche mio.
Laudate dominum
Laudate dominum
Non posso pensarti figlio di Dio
ma figlio dell'uomo*, fratello anche mio.
(...)
un dio va temuto e lodato...
Laudate hominem
No, non devo pensarti figlio di Dio
ma figlio dell'uomo*, fratello anche mio. 
Laudate hominem.

*L'espressione “figlio dell'uomo è presente sia nel Vangelo di Giovanni che nei Sinottici (Matteo, Marco, Luca).

A più riprese il coro del Laudate Dominum cerca di prevalere, ma non ce la fa, fino a che non esplode in un maestoso Laudate hominem, lodate l'uomo, che si è immolato per noi, l'uomo che è nostro fratello. Alla somma dei fatti, noi cristiani abbiamo questo grande privilegio: di riconoscerci in qualcuno che è storicamente vissuto, storicamente ha patito ed è stato messo in croce. E' questo il senso forte della religione cristiana, la Rivelazione che Dio ci ha dato attraverso Cristo,  che è la speranza della nostra salvezza,  cioè che la nostra vita non si concluda con la morte, ma che ci sarà un dopo nella Luce e nell'Amore di Dio.

Con il Laudate hominem si conclude La Buona Novella di Fabrizio De André, un Cantico sublime, di fede e di amore, di uno splendido cantante-autore-poeta. Un ateo, un agnostico che però ha sentito il divino che c'è nel mondo come pochi altri e lo ha rappresentato in maniera eccelsa. Da uno che si professava senza fede  una lezione di autentica, profonda religiosità!

 


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