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Ricordo di Giovanni Cosi PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Gigi Montonato   
Domenica 27 Marzo 2016 08:18

[Pubblicato in "Presenza taurisanese", a. XXXIV n. 3 - marzo 2016, p. 9, col titolo "Ci ha lasciati Nino Cosi. Uomo della tradizione, ricercatore infaticabile, cultore del documento".]


Non so se, potendo scegliere la data per andarsene, Giovanni Cosi avrebbe scelto un giorno che ricorre ogni quattro anni. Si è spento lunedì, 29 febbraio, a 96 anni, nella sua Arigliano, una frazione di Gagliano del Capo, dove da qualche tempo si era stabilito definitivamente, dopo anni di su e giù da Lecce. Certamente ci avrebbe scherzato su, con quella sua fine ironia, che lo rendeva un autentico signore di garbo.

Aveva, Cosi, la disciplina nel suo dna e un alto senso dell’onore e della coerenza. Per anni aveva insegnato Educazione fisica in istituti superiori leccesi; ma aveva una formazione umanistica importante che gli consentiva di muoversi con padronanza negli archivi e con dimestichezza leggeva e traduceva documenti anche in latino.

Ad Arigliano, nella sua bellissima casa-giardino curava l’orto e i fiori. Apparteneva ad una famiglia della media borghesia terriera e di professionisti. Era un uomo del Sud, appassionato della sua terra, del suo sole, dei suoi alberi, delle sue piante. Ai suoi òmmini affidava vigneti e oliveti. Produceva olio e vino, che volentieri donava agli amici che andavano a trovarlo. Poco distante aveva un boschetto, un vero Eden, dove fertilità di terreno, calore del sole e brezza marina maturavano dolcissimi fichi e grosse cotogne di un giallo luminoso.

Quando andavo a trovarlo, specialmente negli anni Ottanta, gli confessavo che in quell’angolo di Salento avevo l’impressione che tutto, a parte la struttura della stazione ferroviaria di recente costruzione, fosse rimasto incontaminato. E lui era contento. Poi anche Arigliano si è aggiornata con le brutture della contemporaneità.

Amava il profilo basso. Diceva di non essere uno storico né tanto meno uno scrittore, perché gli scrittori, specialmente quelli che si occupano di storia, tendono a dire più di quello che dovrebbero. I suoi scritti erano brevi e asciutti, iniziavano e finivano con la notizia, desunta da documenti, atti notarili, registri di nati, di morti, di matrimoni, che andava a consultare negli archivi comunali e parrocchiali e soprattutto all’Archivio di Stato di Lecce.

Era Ispettore onorario della Soprintendenza e aveva scoperto reperti importanti, tra cui due menhir ad Arigliano, uno che oggi si trova alla biforcazione della strada dove finisce il suo giardino, e l’altro è rimasto addossato alla Cappella del Santo Spirito.

Era lieto di mettere a disposizione degli storici i suoi ritrovamenti, perché a volte bastava una data, un luogo, un nome all’interno di un atto per far rivedere verità ritenute consolidate. E spesso gli studiosi si rivolgevano a lui per la lettura e la trascrizione di documenti in latino o in italiano dei secoli passati. Aveva accumulato un suo “archivio” in decine e decine di quaderni scolastici, su cui aveva annotato con una grafia semplice e regolare notizie di fatti accaduti nelle famiglie più importanti dell’intero Salento; e da quelle famiglie si poteva giungere a tanta altra gente, ai feudi, ai paesi, ai movimenti delle proprietà e delle ricchezze, alle dinamiche economiche e sociali.

Detestava i boriosi, i troppo sicuri di sé, ma anche in questo era speciale, mai una parola fuori posto o ingiuriosa; una battutina in elegante antifrasi bastava a farti capire come la pensava sui tanti sapientoni dell’ambiente.

Con me aveva un rapporto particolare. Sapeva delle mie idee politiche e lui, che era stato un ufficiale dei bersaglieri nella Repubblica Sociale, si apriva a qualche confidenza, senza mai valicare il confine del bon ton. E del resto a Lecce e nel Salento era stimato da tutti, comunisti compresi. In casa sua conobbi Uccio Caloro, lo studioso di Alessano scomparso pochi anni fa, e tante altre persone, preti compresi. Fra l’altro era imparentato con don Vincenzo Rosafio, nativo di Taurisano. Fu lui che mi mise in contatto con Nicola Carducci, che divenne anche per qualche tempo collaboratore di “Presenza”. Per dire…la qualità dell’uomo e della sua capacità di ridurre in armonia il diavolo e l’acqua santa!

Nel 2009 a Tricase gli fu conferita la “Targa al Merito”, in compagnia di altre quattro belle personalità: il prof. Donato Valli, il dr. Alfredo Quaranta, il prof. Salvatore Cassati e l’avv. Vittorio Aymone.

Nel corso della sua lunga esistenza ha collaborato con tanti periodici, incapace com’era di negarsi a qualcuno. La sua firma va da “Voce del Sud” a “Presenza Taurisanese”, da “Il Bardo” a “Leucadia”, da “Nuovi Orientamenti” a “Noi siamo la Chiesa”, a “Nuova Alba”, a “La Spina te Rizzu”, a “Annu novu Salve vecchiu”, a “La Fera”, a “L’uomo e il mare” e a molti altre pubblicazioni, anche estemporanee. Lui metteva sempre impegno e rigore, a prescindere dall’importanza della testata, perché per lui un giornale non era né una vetrina né un nascondiglio, ma un salotto in casa d’altri, in cui stare con correttezza e sobrietà.

Ha pubblicato numerosi libri. A lui si devono opere che hanno aperto ad una serie di imitazioni, come Torri marittime di Terra d’Otranto (1989), l’imponente sistema di avvistamento sulla costa dello Jonio, schedata una per una sulla base di documenti d’archivio. E’ stato lui a dare dimensione storica ad un personaggio leggendario, Papa Galeazzo, nel saggio Papa Caliazzu dal mito alla realtà, apparso su “Leucadia” (I/1986), l’organo della Società di Storia Patria per la Puglia, Sezione di Tricase, di cui era socio. E’ stato lui a far sapere che i Vanini di Taurisano provenivano dalla Lunigiana, col saggio Nuova serie di documenti vaniniani apparso sul “Bollettino di Storia della Filosofia dell’Università degli Studi di Lecce” diretto da Giovanni Papuli (VII/1979).

Nel campo dei documenti notarili era un’autorità indiscussa. Nel 1992 pubblicò Il notaio e la pandetta e nel 1999 Notai leccesi del Cinquecento. Ha pubblicato studi su diverse realtà salentine, fra cui Copertino e Lequile. Ha poi raccolto in volumi i suoi numerosi articoli sparsi in pubblicazioni varie. Nel 2001 sono usciti Frammenti di storia salentina tra ‘500 e ‘700, nel 2006 Cronache del Cinquecento salentino, nel 2012 Dagli archivi la storia: il Salento tra ‘500 e ‘700. Non poteva mancare un omaggio alla sua Arigliano e nel 2010 ha pubblicato Arigliano, ricordi di un paese.

Cosi lascia agli studiosi salentini un patrimonio considerevole di notizie da documenti, con cui percorrere e indagare tante vicende salentine dei secoli passati; ma soprattutto lascia un esempio, difficilmente imitabile, di uomo – è riduttivo dire di altri tempi – che aveva una visione positiva della vita, pur trovandosi, come capita a chiunque, in situazioni difficili.

 


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